Resti archeologici

di Calexandrìs

Il mio primo ragazzo si chiamava Marcello.
Ci alzavamo un’ora prima per andare a scuola insieme e baciarci per strada.
Siamo stati insieme dalla seconda superiore al suo primo anno dell’università: tre anni e passa; una vita.

Le sue ultime notizie risalgono ad almeno sei anni fa: è sposato con quattro figli.
Nel frattempo credo che ne abbia avuti altri, conoscendo la moglie.

Poi è toccato al compagno di liceo bellissimo che mi ha spezzato il cuore in mille pezzi.
Ne ho perse le tracce una decina di anni fa, anche se in fondo a me c’è ancora una voce che lo vuole morto.
Si è sposato con quella per cui mi aveva lasciato e ha un tot di figli anche lui.
Se la vita è giusta starebbe morendo lentamente tra mille dolori: chissà.

Di Massimo mi innamorai come una matta; era grande, mi sembrava bello e aveva una di quelle caratteristiche che lo rendevano irresistibile: non mi amava.
Ci siamo persi di vista e io credevo che non avrei mai dimenticato nemmeno un millimetro quadrato di lui; invece un paio di anni fa mi resi conto che non ricordavo nemmeno il cognome, per dire.

Ieri mi ha telefonato il mio ex marito, che è un uomo splendido, ma che ogni volta che ci penso credo che sia uno scherzo, quello che siamo davvero stati sposati.
Non ricordo niente; non un giorno, non un istante.
Non una litigata; niente.
Due anni a dormire nello stesso letto, e nemmeno una giornata indimenticabile.
Al momento della separazione eravamo rimasti amici, e credevo che almeno quello sarebbe durato.
Invece no, non è durato nulla.

Una settimana fa ho ricevuto la mail di quello che in questo blog avevo taggato sempre_tu.
Non ho ancora risposto perché, dopo anni di mail, e telefonate, e parole d’amore (mie) anche quando le sue erano esaurite, anche dopo tutti questi anni in cui credevo che non avrei mai esaurito le cose da dirgli, invece si sono esaurite, le cose da dirgli.
E l’ultima volta al telefono, a sentirgli raccontare sempre le le stesse cose, utilizzando sempre le stesse parole, anche, mi ha fatto pena, e ho dovuto inventarmi una scusa per chiudere la telefonata.
Perché non c’è niente di più terribile che provare pena per chi si è amato tanto.

L’uomo che in questo momento è in salotto, che è l’uomo per cui ho lasciato la mia vita di prima, è lo stesso che stamattina ho guardato in faccia senza riconoscerlo.
E mi è sembrato così lontano il momento in cui l’ho amato, e in cui avrei fatto qualunque cosa per lui e con lui.
Ho guardato le sue mani estranee, e ho incrociato – dopo mesi, credo – il suo sguardo, senza riconoscerlo davvero.

E ho capito che le storie finiscono quando non ci si guarda più negli occhi.
E non ci si guarda più per nascondersi i pensieri, i sentimenti, l’irritazione, la vergogna, l’imbarazzo.
Così vivo con un estraneo in salotto, con cui mi incrocio la mattina, in cucina.

L’unico di cui mi è rimasta traccia è quello per cui ho voluto morire, quindi è un po’ fuori gara.
Ma quando volevo morire perché era finito il nostro amore credevo che ci avrei pensato ogni giorno, a lui, a noi due.

E ancora l’anno scorso ci pensavo un po’ ogni giorno.
Oggi, mentre mi facevo la doccia, mi è venuta in mente una poesia che aveva scritto per me e che ho perduto in uno dei furti che mi hanno portato via l’identità.
E così, cercandola invano tra i miei file, qui su questo computer, mi sono resa conto che sarà un mese che non lo penso nemmeno un po’, e che l’ultima volta l’ho pensato perché mi ha scritto un messaggio lui, e non era un messaggio rassicurante, anzi.
Era un messaggio che tirava la catena e mi riportava un po’ al mio posto.

Ma, a essere sincera fino in fondo, ho dimenticato anche lui, un pezzetto, almeno.

E pensando a tutti questi amori uccisi e superati e dimenticati, mi viene la malinconia di aver perso dei pezzi di me e della mia vita per strada.
Ma mi resta la consolazione di sapere che si sopravvive e tutto.
E a tutti.

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