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Mese: febbraio, 2013

Scivola (scivola via)

Ci sono giornate come queste, in cui le parole sono scivolose.
Non c’è verso di accettarle come sono, nella loro semplicità, nella loro banale ripetizione, e viene voglia di andare a scavarle, scarnificarle, per cercare di vedere se dentro contengono delle verità, perché a volte, si sa, le parole ingannano.

Ci sono giornate come queste con il mal di testa che compie il suo terzo giorno, e non c’è niente da dare, ma solo bisogno di ricevere.
E non c’è niente da ricevere, e uno deve mettere in tavola con il poco che ha, perché si vive tutti i giorni, anche di poco.

Ci sono giornate, come questa, l’ennesima, in cui si rimandano cose importanti da fare per pigrizia, ignavia, desiderio di nulla, che è un desiderio pericoloso.
Sono i giorni in cui anche a dormire non si riesce, perché il cervello continua a pensare, anche da addormentati; e pensare da addormentati fa più paura che pensare da svegli.

In queste giornate qui, oltre a un piatto di pasta, oltre a una tazza di caffè, non resta altro che mettere un piede davanti all’altro, un compito davanti all’altro, e cercare di lavorare su cose concrete, senza pensare.

E aspettare di non avere più fame d’amore, anche se è difficile.
Ma con la fame d’amore, si sa, non si ragiona affatto.

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Festa di compleanno

C’era una volta un principe, che dopo tanti anni di compleanni festeggiati da solo, decise di dare una grande festa.
Invitò tutte le persone che amava di più, li fece entrare nel suo castello, li fece accomodare a tavola.

Al culmine della festa, arrivò il cuoco con una grande torta di frutta: bellissima.

Il principe invitò i commensali a prenderne quanta ne volessero.
Ma, prima che il taglio della torta cominciasse, li pregò.

“Per favore, mangiate quanta torta volete, ma lasciate la ciliegia al centro; la ciliegia è il mio frutto preferito, capite”.

Tutti annuirono.
Lui continuò.

“E per favore, non toccate le fragole, perché ne vado particolarmente ghiotto, e non le mangio quasi mai. E le banane, che mi fanno bene per i crampi ai polpacci.
E scansate i kiwi, che preferisco mangiarli a parte.
E le mele mi ricordano mia nonna, quindi non toccatele”.

A ogni richiesta del principe, gli invitati sorridevano e progettavano fette di torta sempre più arzigogolate, per evitare la frutta preferita del loro signore.
Erano felici di essere stati invitati; come potevano lamentarsi perché non potevano mangiare la torta per intero?

E gli ingredienti da lasciare al principe aumentavano: fu il turno delle more, dei mirtilli, della crosta, della crema.

Alla fine della festa tutti gli invitati tornarono a casa chiedendosi se la torta fosse buona.
Non ne avevano mangiato neanche un boccone.

Il panico

Il panico è quella cosa che senti un attimo prima di prendere una decisione; e infatti le decisioni mi fanno schifo.
Perché anche se non voglio che nessuno decida al posto mio, alla fine se lascio fare a me stessa non decido mai.

Infatti sono una che non si tuffa in acqua, per dire; e le cose così per dire secondo me sono le cose più importanti.

Così ogni vigilia di qualcosa è un tormento.
E più la cosa è bella più è un tormento.

Sono una di quelle persone che funzionano benissimo nelle emergenze: le priorità giuste, le gerarchie perfette, le decisioni irrevocabili; è quello il mio pane quotidiano.

Nella serenità muoio affogata di noia, e il giorno prima della felicità me la faccio sotto dalla paura.

Praticamente una predestinazione all’infelicità, a guardare bene.

E poi i dubbi che si affastellano, le veggenze del veggente, le previsioni di una palla di vetro farlocca, la convinzione che se hai dei dubbi allora è sbagliato, ma anche la convinzione che se non hai dubbi, allora è davvero sbagliato; tutto si accatasta e aspetta solo di prendere fuoco.

Insomma, io dico: vieni qui e decidi tu tutto.
Io non sono abbastanza grande, ancora, per farlo.

Dei bilanci

(credo arrivi sempre un momento, e il mio è arrivato oggi)

Una delle mie più care amiche di una vita fa è diventata una food blogger internazionale.
Qualunque cosa voglia dire, per altro.

Ma oggi me la sono trovata in rete, con un progetto che la porterà in Venezuela e in altre parti dell’America Latina, due figlie, un compagno, un ex marito.
Lascia un lavoro normale, banale, che mai ha amato, per un qualcosa di suo che sta andando bene.

Stamattina, leggendo, ero così fiera e contenta per lei, che è sempre stata brava.

Di amiche brave potrei venderne, tante ne ho avute.

Una, dopo essersi laureata insieme a me, ma prima di me e meglio di me, ha vinto un dottorato prestigiosissimo e a seguire due concorsi.
Il secondo l’ha portata a lavorare in Senato, per uno stipendio mensile che a oggi equivale a sei mesi del mio.
Suo marito ha aperto un business con la Cina, e io che credevo fosse un cretino, per altro.

La mia amica più cara, dopo aver collaborato con un gruppo che ha vinto il Nobel per la medicina, ha vinto una borsa di ricerca in ematologia.
Una borsa internazionale: il miglior progetto di ricerca tra tutti quelli presentati – decine di migliaia – ogni anno.
Credo avesse trent’anni, ed era così brillante che ha vinto un concorso truccato; uno di quelli in cui chi ti esamina ti avverte prima e ti dice di non andarci nemmeno, per capirci.
Eppure lei l’ha vinto.

La mia ex compagna di banco del liceo dirige un progetto nazionale per l’energia; il mio amore del liceo ha scalato – a guardare il suo profilo linkedin – in dieci anni i vertici di un tot di aziende.
Un buon numero di miei compagni di liceo e universitari ci insegnano, all’università.
Ho un’amica che vince concorsi a raffica.
Un amico che ha fondato una società propria, che sta andando benissimo.
Ho una nuova amica che fa mille lavori, tutti prestigiosi; che le danno denaro e fama, qualunque cosa voglia dire fama.
Conosco un numero impressionante di persone che ha scritto dei libri, o ha fatto carriera, in un certo qual modo, in campo artistico: registi, attori, fotografi, scenografi.

Io stamattina ho fatto lezione per sei ore, dopo aver preparato un compito in classe piuttosto facile, per fare sì che i miei studenti prendano dei voti che non abbattano la loro autostima.
Stamattina, come ogni giorno da dodici anni, mi sono truccata e vestita come se andassi a salvare il mondo.
O come se facessi un mestiere importante.
E mi sono comportata come se fossi una persona importante.

Ma forse, a guardare bene, se faccio una vita mediocre, e un lavoro mediocre, dipende dal fatto che sono mediocre.
Non c’è niente di male, in fondo.
Lo sono molte persone, oltre me.

Di febbraio, per non dimenticare (un post da rieditare mano a mano)

La visita a un Museo che ho visto almeno tre volte; ma solo questa mi è piaciuta dall’inizio alla fine.

Una giornata con un’amica nuova e molto cara immerse nell’acqua calda delle terme.

Una telefonata e una foto ricevuta, che vogliono dire delle cose grosse, se diventassero tutte vere.

Una giornata fuori, oggi, con la luce perfetta; una sorta di prova generale per capire se si può mettere l’orologio indietro nel tempo e fare finta che non sia successo niente, e ricominciare di nuovo.
La conferma che non si può.
La gioia dolce-amara, perché non si può.

Ma sempre di gioia si tratta.

Il passato che passa

Ieri sera ricevo una mail inaspettata.

L’uomo del passato che qui è targato sempre_tu mi scrive delle cose.
Mi dice delle nostre mail cancellate con un clic giusto ieri sera.
Mi dice di noi, come eravamo, di noi, come io ho sbagliato a giudicare.
Mi parla di cose finite, delle solite cose che cambiano.
Non dice di sé, ma la sensazione chiara è che basterebbe aprire uno spiraglio, e che mi racconterebbe, come un fiume in piena.
Come ha sempre fatto.

Mi chiede di me, ma come gioco di stile,
Il messaggio era: non sono stato la merda che credi, ho riletto la mail per provarlo; tu povera imbecille invece; tutto è passato, mi sono commosso perché ho il cuore buono; dimenticami, io ti dimentico; tutto passa, addio.

Ora.
Al di là delle cose già scritte qui sopra (che io quell’amore lì credevo che non l’avrei mai dimenticato, e invece alla fine l’ho dimenticato; e che quell’amore lì io lo credevo grande, invece era una roba che a pensarci oggi mi sale lo schifo per quello che mi sono lasciata fare) io non è che avessi molto da dirgli.

Ma non dire nulla è impossibile, no?
Così gli ho scritto che no, non lo ricordo come un bastardo; e che no, non credo che sia cattivo; credo solo che lui abbia fatto quello che poteva, e che poteva poco.

Ma dietro queste parole, quelle che premevano e che non ho scritto perché non valeva la pena di scriverle, davvero, è che quello che era (quello che è) è la persona più povera, più meschina, più mediocre, più schifosa che io abbia mai incontrato.
E che ci ho messo anni per lavare la mia anima e il mio corpo dallo schifo che mi ha lasciato addosso, insozzandomi con le stesse parole scritte ad altre, con i tradimenti ai quattro angoli del mondo, con la sua tela appiccicosa da ragno che aspetta la sua preda; preda sempre indifesa, sempre disperata, sempre già ferita.

Ma una cosa così, così diretta, così sincera, non la merita.
Merita, come spesso auguro a chi non merita altro, di vivere a lungo, in compagnia di se stesso.

E non mi viene in mente augurio peggiore.

Della luce in fondo al tunnel

Adesso, se non mi sbaglio, manca davvero più solo una cosa, per poter dire di avere completato il quadro.

Una cosa difficile, ma non impossibile.

Mi guardo indietro, ripenso alle cose andate bene, a quelle andata benino, a quelle ancora da sistemare.
Ripenso ad alcuni momenti perfetti, alle angosce, alle paure.
Ricordo nitidamente le preghiere spese, i pensieri spediti lontano, l’energia investita.

Penso di aver fatto un buon lavoro, che all’uscita dal tunnel mancano ormai davvero solo un paio di passi.

E finalmente avrai il mondo ai tuoi piedi, da viaggiare con piedi leggeri, senza pesi sul cuore.

Guardo la stella sulla tua fronte, che era solo offuscata ma non spenta, e penso che non ci sia regalo più grande di quello di vedere un’anima spezzata rimettersi in piedi.

I sobborghi della gelosia

Che merito ci sarebbe, in te, ad amarmi, se lo facessi da una gabbia in cui non può entrare nessuno?
Che merito ci sarebbe, in te, nel volere solo me, se vivessi una vita priva di tentazioni?

L’amore, il desiderio, la fedeltà (se mi piacesse questa parola, che non mi piace) hanno valore e senso solo se durano al cospetto di donne più belle, interessanti, sensuali di me.

Se non dureranno, saprò che in quell’amore, in quel desiderio, in quell’affinità, non c’era alcun valore.

E, nella mia vita, non voglio cose senza valore.
È così semplice, a volte.

Indispensabile

C’è questa tara, che tengo sotto controllo a fatica, che mi fa sentire carente se non sono indispensabile.

Il desiderio, insomma, di essere così desiderata così voluta così amata che la mia sparizione o il mio allontanamento risultino insopportabili a chi mi ama e a chi amo.

Con le unghie e con i denti lotto contro questo bisogno, così adolescenziale, così immaturo, che ha come unico risultato, a pensarci bene, di farmi sentire non (abbastanza) amata.

Di solito, va detto, contro questa cosa vinco.
Ma non abbastanza spesso da non scegliere sempre e intendo sempre, ma sempre, uomini che non abbiano minimamente bisogno di me.

La mia vita, insomma, è saggia e mi insegna cose sagge.
O almeno ci prova.

Io, oggi, che è una strana domenica in cui non sto correndo da qualche parte, mi siedo e respiro.
E accetto.
E imparo, forse.

Speriamo di imparare e accontentarmi di quello che c’è, di quello che ho, di quello che è sano e possibile, invece di questa stupida sciocchezza letteraria che mi avvelena il cuore.

Delle case

(Intanto, per cominciare, qualcosa che non c’entra niente; per esempio che questa cosa della grafica cambiata in wordpress è insostenibile, con tutti i tastoni blu come se avessimo le ditone grandi invece del cursore del mouse.)

 

Di tutto questo anno e mezzo qui, la cosa che più mi è mancata è un posto da chiamare casa.

Un luogo mio in cui chiudermi in silenzio, accendendo soltanto la lampada per leggere, la copertina sulle ginocchia mentre bevo tè caldo seduta sul divano, e nessun rumore.

Oppure sollevare la testa dalla tastiera e avere davanti la finestra, e la luce del pomeriggio, invece di questo buio perenne da casa a piano terra.

Una casa luminosa e piena di legno, e di rosso e di arancione; una casa in cui appendere i miei ninnnoli, in cui lasciare le scarpe accanto alla porta; una casa in cui accendere incensi e candele e avere silenzio quando voglio silenzio, e avere rumore quando voglio rumore.

Una casa in cui stare sola e sicura, oppure accogliere chi amo facendo festa, lavando e lustrando le piastrelle e i fornelli, per esempio, e tirando a lucido il pavimento, per camminarci a piedi nudi.

Una casa con un gatto dentro che ti riempie di peli le maglie e di amore la vita.

Una casa piena di piante da curare.

Una casa, soprattutto e infine, con una vasca da bagno in cui immergermi la sera, a coccolarmi il corpo.

(devo chiederti di usare la tua, la sera, Tu, la prossima volta che vengo; e riempirla di schiuma, e lasciarmi cullare, lasciare scivolare via la mia ansia, le mie paure, i miei brutti pensieri)