Delle domeniche da ricordare

di Calexandrìs

Dovessi dirti qual è stata la cosa più difficile, ti direi che è stata salire in macchina.
Che lo hai visto che faccia ho quando voglio fare finta di niente, e sono pure bravina, dati gli anni di pratica, ma una cosa così, da non poterti nemmeno toccare la mano e quattro occhi puntati sulla nuca, be’, non sono una cosa da sottovalutare.

Poi, mentre riempivamo il silenzio con cazzate qualunque sulla periferia di Torino, e io sentivo che quel muro non si allentava, allora mi sono ricordata della cosa che mi dico sempre quando entro in una classe difficile: son ragazzi, non dimenticarlo.
Ecco.
Sono bambini, non dimenticarlo, mi sono detta.
Sono bambini importanti, bambini speciali, ma bambini.
E non sono costretta a esserci, che mi pare un’altra bella riflessione.
Sapere di essere in un posto per scelta e non per dovere, che poi è il vero sinonimo di ricchezza, non sei d’accordo?

Così mi sono sistemata la faccia del va tutto bene, che va bene in occasioni più difficili di quella, quindi figurati, e ho aspettato il momento.

Che c’è stato, sì.
Un momento diverso da come mi aspettavo, ma le occasioni vanno colte senza farsi troppe domande.
Il momento è stato l’incrocio di un fazzoletto sporco, un bambino schizzinoso, una giacca da indossare, e nessun cestino dei rifiuti in vista.
E quando ho preso il fazzoletto semplificando l’operazione, in quel momento sono passate così tante cose, in un gesto così normale, che a ripeterle fanno ridere.

Così, un passo alla volta, sotto un cielo apparecchiato apposta per fare una gita, ho visto le spalle di tutti rilassarsi, e l’energia scorrere.
Ho visto sguardi di interesse che mi coinvolgevano, piccoli gesti di complicità che mi riguardavano, un’armonia crescente nutrita dallo stare seduti intorno a un tavolo sembrando quello che non siamo.

Il resto, dovendolo rivivere, è stata tutta una discesa, e piacevole.
Qualche gesto trattenuto, mio, che i cuccioli di solito li strapazzo per benino, perché ero intimidita e per una volta non ho voluto fare come faccio di solito, entrando a gamba tesa nelle vite altrui.
Molti sorrisi, nostri, che ci dicevamo l’un l’altro che stava andando tutti insperatamente bene.
Una mano piccina che a un certo punto ha preso la mia, senza un motivo specifico.
Una merenda intorno a un grosso tavolo, intravedendo in un bambino che c’è l’adolescente scontroso che ci sarà, che ti somiglia, per questo te lo dico che non sarà facile.

E poi giù giù fino all’ora del treno, a sentire la stanchezza di una giornata perfetta, piena d’amore.

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