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Mese: marzo, 2013

In barba alle metafore

Sono triste.
Arrabbiata.
Stanca.
Disillusa.
Delusa.

Mi sento stupida.
Tradita.
Infantile.
Ingannata.

Ma soprattutto stupida.
Stupida.
Stupida.
Stupida.
Stupida.

E le persone stupide meritano di essere ingannate.

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Mantra

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

Quando vogliamo una cosa facciamo di tutto per averla.
Quando non la vogliamo davvero lasciamo che succeda da sola.
Sempre.
Senza eccezioni.

(Il solito post sul) Respirare fuori

Passano gli anni, e siamo alle solite.

Ho studiato, ho letto, ho imparato, ho cercato di mettere in pratica questa cosa del respirare fuori, eppure sono ancora qui a farmi le solite domande, e pensare i soliti pensieri.

Non si può inspirare sempre, e basta. Perché si iperventila.
Non si può espirare sempre e basta. Perché si muore.
Bisogna alternare.

Vicini, lontani.
Insieme, separati.
Parlare, tacere.
Toccarsi, non toccarsi.
In due, da soli.
Così.
Come il respiro.

Ma io tendenzialmente respiro sempre dentro; e amo persone che tendenzialmente respirano sempre fuori.
Negli anni durante i respiri fuori ho trovato ottimi surrogati, che uso in abbondanza, a volte saggiamente e a volte in modo scriteriato, ma che almeno calmano la mia ansia di inspirare.

Ma resta il mio desiderio di respirare dentro.
Anche e soprattutto perché, se mi tocca respirare fuori troppo a lungo, ho la tentazione di respirare dentro da un’altra parte.

Maledizione

Di una cosa sola, in tutti quegli anni passati, ero sicura.

Che non l’avresti mai lasciata.
Mi dicevi che mi amavi, e non lo dicevi a nessuna, e dicevi che non l’avresti mai lasciata.

L’hai lasciata.

(sono stata una completa idiota per sette anni)

La fede

Facevo quarta superiore, credo, quando la mia insegnante di letteratura sgridò aspramente me e la mia compagna di banco che durante una giornata di sciopero avevamo definito la fede come un sentimento.

“Eh no, ragazze. La fede non è un sentimento. La fede è un dono”.

Detta così mi rendo conto che non dà l’idea né di quanto ci fossimo scaldate prima, sia noi che lei, né della rabbia che lei ci riversò addosso.
Noi eravamo cattoliche e piuttosto ferventi e la guardavamo con compatimento, ben consapevoli che se la fede fosse stata un dono, allora non era una scelta, e se non era una scelta, allora esulava dal nostro controllo.
E noi eravamo sedicenni che volevamo controllare delle cose.
O almeno: volevamo controllare le cose in cui credere.

E insomma.
Io non lo so quando l’ho capito che la fede è un dono; non so se quando credevo che mia madre sarebbe stata guarita, e invece poi no.
Oppure quando ho capito che non potevo più credere in qualcosa che non mi spiegava niente della morte.
Oppure.
Non so.
È che a un certo punto ho smesso di credere, e ho capito che la fede era un dono; immeritato, anche, a bene vedere.

Ma mi restavano delle persone in cui credere, no?
No.
Le persone si sono rivelate peggio di Dio, a ben guardare.
Ti dicono una cosa, e poi invece non è proprio così.
Ti promettono una cosa, e poi cambiano idea.
Ti giurano una cosa, e poi si dimenticano, oppure forse non erano consapevoli.
Insomma.
Se ve le prendete con Dio è perché non avete ancora visto il lato oscuro delle persone.

Così da un certo punto in poi, ho cercato di farmi crescere le antenne.
Poi, dato che le antenne fanno spesso cilecca, soprattutto quando sono innamorata, ho chiesto di dirmi le verità più scomode.
Non mi dire che mi ami; basta che scopiamo bene.
Non mi dire che stai solo con me; va bene anche se hai altre diciotto donne.
E forse non lo voglio nemmeno sapere.
O forse sì.
Per via delle malattie, mica per altro.
Non mi dire “per sempre”; basta che tu mi dica per oggi.

E via così.
Ho tolto, uno alla volta, i mattoni che servono a costruire una casa bella e luminosa.
Mi sono convinta – e non è così falso – che sia sufficiente un tetto qualunque e un pavimento; e ho lasciato le fiabe agli altri.
Quelle cazzate come “una brutta verità è sempre meglio di una splendida bugia”.

Poi, in giorni come oggi, ripenso alla me che si fidava, e la abbraccio forte.
E ne ho tenerezza, e compassione.

E penso che era così bello, però.

Dovere e piacere

Nelle storie che ho molto amato e in cui ho molto amato c’è sempre stato questo punto fermo, almeno in teoria: niente dovere, solo piacere.

Che è un po’ come declinare uno dei miei aforismi preferiti “l’amore è per i coraggiosi; tutto il resto è coppia”.

Poi, che vuoi?, si diventa spesso coppia invece di restare amanti.
Ci sono i piccoli riti quotidiani, le telefonate fatte di nulla, in cui non si ha niente da dirsi, ma che si fanno per far sentire all’altro che si è insieme.
A volte si parla del tempo, ma in realtà ci si sta dicendo che ci si ama.
“Qui nevica”
“Anch’io”.

Sono le telefonate d’amore, insomma.
Piccoli segni di presenza, piccole attenzioni che non hanno scopo se non dire all’altro di fidarsi dell’amore che si prova.

Poi, che c’entra?, qualcuno non ne ha bisogno.
Beato quel qualcuno, anche.
Io mi alleno, a contare indietro nel tempo, da almeno 12 anni.
12 anni ad allenarsi a non aver bisogno di una telefonata; c’è diventare campioni mondiali, a veder bene.
E invece.

Ma in realtà il senso del post non era questo.

Il senso del post è che mi piacciono quei momenti, agli inizi di un amore, quando ci si scopre a vicenda, quando si parla continuamente, quando si rubano le parole uno all’altro perché l’altro si vuole mangiare, quasi: possederlo, possedendone il passato, il presente, i pensieri.

Quegli inizi lì mi piacciono tanto.
Poi, naturalmente, come tutti gli inizi, passano.
E non ci si può far niente; nemmeno recriminare, che si perde energia inutilmente, a recriminare.
(ma che mi piacciono posso dirlo, no?)

E quindi niente.

Nessun dovere.
Solo piacere.
Amore.
Non coppia.

Parole (che in spagnolo si dice las palabras)

(è che sono all’unità sui plurali e c’erano continuamente parole come palabras, diarios, libros, leer, cartas: come fai poi a non scrivere, no?)

Io lo so che non mi devo fidare (“se ti fidi questa volta commetti proprio una sciocchineria” mi ha detto Lui, settimane fa ormai, e io mi sono tatuata queste parole addosso da qualche parte).

E so che le parole non contano niente, perché contano i fatti.
E i verbi al futuro nemmeno contano, perché conta solo il presente.
E i fatti, donna; finché non ci sono fatti e mani e progetti e azioni tutto resta uguale.

Io lo so, e me lo ripeto anche.
Tutti i giorni, la mattina, e la sera.

Ma le parole mi scaldano il cuore.
Soprattutto alcune.

Amarezze

Mi guardavo allo specchio, tornata dal lavoro, e guardavo i cambiamenti.

Sono diventata amara.
È poco più che un accenno in fondo allo sguardo, e per vederlo occorre non badare al mascara e alla maschera che metto ogni mattina, me c’è.

L’amarezza mi ero ripromessa di evitarla, a qualunque costo, eppure.

Eppure vivere circondata da chi sai che ti deluderà, ogni volta, vivere con la consapevolezza di essere l’unica a potersi dare le cose che ti servono, la forza che si finge di avere ogni mattina, il sorriso che si finge di avere ogni giorno, le parole di conforto spese senza mai riceverne, alla lunga, rendono amari.

Chiedere senza ricevere, soprattutto.
Chiedere esplicitamente e non ricevere mai, soprattutto.
Sentirsi in credito, sopra tutto.

Sono cose che giorno dopo giorno stendono un velo che mi rendono meno bella dell’anno scorso, quando avevo ancora delle illusioni.
Ma vivere con gli occhi aperti, vivere sapendo che le persone ti deluderanno perché sono “fatte così” invecchia.

E l’amarezza fa parte della vecchiaia, in fin dei conti.
Sapere che non cambierà mai nulla.

Se non in peggio, si intende.

Lezione del giorno

(Oggi ho imparato una serie di cose che è bene che mi appunti qui)

Le persone possono stare insieme senza fare sesso, ma non possono stare insieme solo per il sesso.
Anche il sesso perfetto, meraviglioso, fantasmagorico, passerà.
Anche la passione più bruciante si esaurirà.
E se non c’è altro, non avanzerà nulla.
Sono cose importanti da ricordare, quando si è nel vortice della passione e non si vede niente.

Le persone stanno insieme per scelta, per correttezza, per amore, per rispetto, per interessi comuni.
Vanno coltivate tutte queste cose, soprattutto gli interessi comuni, in attesa del giorno in cui serviranno quelli per passare il tempo, e non i pompini, per parlare francese.

Ci sono persone che hanno il terrore di cambiare.
E persone che hanno il terrore che ogni cambiamento sia letto come un cedimento di posizione.
Persone con confini molto marcati, e persone così sicure di se stesse da non avere bisogno di confini.
Facendo parte di questa seconda categoria invito me stessa a piazzare dei confini, perché è vero che senza confini si vive meglio, e che la gente può entrare e uscire senza assedi, guerre e conseguenze drammatiche, ma poi quelli con i confini di solito ne approfittano: si prendono tutto il tuo, e non cedono niente del loro.

La testa degli uomini non è un mistero.
Ma per leggerci dentro bisogna essere un uomo (e a questo punto, Tu, sei l’interprete designato del cervello maschile, per quanto mi riguarda).

La biologia, alla fine, vince sempre.
E questo è un gran bene, perché mi rassicura del fatto che c’è qualcosa di più grande delle menate che ci facciamo noi nella nostra testa.
E questo è un gran male, anche, dal momento che non ho niente di più grande delle menate che ho in testa.

Ma al di là del giudizio in merito, è importante che io sappia che esiste sempre, per tutti quelli che hanno la benedizione biologica, un punto oltre il quale tutto arretra.
Saperlo per non sconfinare, per evitare voli pindarici, per sapere dove finisce la strada.

Una giornata interessante, vero?

Le mancanze

Stasera mancano tante di quelle cose, che a guardarle tutte in fila c’è da farsi venire il magone.

Manca energia, sopra tutto il resto; e dall’energia nasce il coraggio, che è una di quelle cose senza le quali non c’è vita.
Manca gioia, dunque.
Manca prospettiva.
Manca futuro.
Mancano fatti.
Manca amore.
Mancano amici.
Mancano risate.
Manca musica.

Stasera sono l’attrice non protagonista della mia vita.
Dopo essere – ormai da 12 anni – l’attrice non protagonista della vita degli altri.

Ci vincessi l’Oscar, almeno.