Dovere e piacere

di Calexandrìs

Nelle storie che ho molto amato e in cui ho molto amato c’è sempre stato questo punto fermo, almeno in teoria: niente dovere, solo piacere.

Che è un po’ come declinare uno dei miei aforismi preferiti “l’amore è per i coraggiosi; tutto il resto è coppia”.

Poi, che vuoi?, si diventa spesso coppia invece di restare amanti.
Ci sono i piccoli riti quotidiani, le telefonate fatte di nulla, in cui non si ha niente da dirsi, ma che si fanno per far sentire all’altro che si è insieme.
A volte si parla del tempo, ma in realtà ci si sta dicendo che ci si ama.
“Qui nevica”
“Anch’io”.

Sono le telefonate d’amore, insomma.
Piccoli segni di presenza, piccole attenzioni che non hanno scopo se non dire all’altro di fidarsi dell’amore che si prova.

Poi, che c’entra?, qualcuno non ne ha bisogno.
Beato quel qualcuno, anche.
Io mi alleno, a contare indietro nel tempo, da almeno 12 anni.
12 anni ad allenarsi a non aver bisogno di una telefonata; c’è diventare campioni mondiali, a veder bene.
E invece.

Ma in realtà il senso del post non era questo.

Il senso del post è che mi piacciono quei momenti, agli inizi di un amore, quando ci si scopre a vicenda, quando si parla continuamente, quando si rubano le parole uno all’altro perché l’altro si vuole mangiare, quasi: possederlo, possedendone il passato, il presente, i pensieri.

Quegli inizi lì mi piacciono tanto.
Poi, naturalmente, come tutti gli inizi, passano.
E non ci si può far niente; nemmeno recriminare, che si perde energia inutilmente, a recriminare.
(ma che mi piacciono posso dirlo, no?)

E quindi niente.

Nessun dovere.
Solo piacere.
Amore.
Non coppia.

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