La fede

di Calexandrìs

Facevo quarta superiore, credo, quando la mia insegnante di letteratura sgridò aspramente me e la mia compagna di banco che durante una giornata di sciopero avevamo definito la fede come un sentimento.

“Eh no, ragazze. La fede non è un sentimento. La fede è un dono”.

Detta così mi rendo conto che non dà l’idea né di quanto ci fossimo scaldate prima, sia noi che lei, né della rabbia che lei ci riversò addosso.
Noi eravamo cattoliche e piuttosto ferventi e la guardavamo con compatimento, ben consapevoli che se la fede fosse stata un dono, allora non era una scelta, e se non era una scelta, allora esulava dal nostro controllo.
E noi eravamo sedicenni che volevamo controllare delle cose.
O almeno: volevamo controllare le cose in cui credere.

E insomma.
Io non lo so quando l’ho capito che la fede è un dono; non so se quando credevo che mia madre sarebbe stata guarita, e invece poi no.
Oppure quando ho capito che non potevo più credere in qualcosa che non mi spiegava niente della morte.
Oppure.
Non so.
È che a un certo punto ho smesso di credere, e ho capito che la fede era un dono; immeritato, anche, a bene vedere.

Ma mi restavano delle persone in cui credere, no?
No.
Le persone si sono rivelate peggio di Dio, a ben guardare.
Ti dicono una cosa, e poi invece non è proprio così.
Ti promettono una cosa, e poi cambiano idea.
Ti giurano una cosa, e poi si dimenticano, oppure forse non erano consapevoli.
Insomma.
Se ve le prendete con Dio è perché non avete ancora visto il lato oscuro delle persone.

Così da un certo punto in poi, ho cercato di farmi crescere le antenne.
Poi, dato che le antenne fanno spesso cilecca, soprattutto quando sono innamorata, ho chiesto di dirmi le verità più scomode.
Non mi dire che mi ami; basta che scopiamo bene.
Non mi dire che stai solo con me; va bene anche se hai altre diciotto donne.
E forse non lo voglio nemmeno sapere.
O forse sì.
Per via delle malattie, mica per altro.
Non mi dire “per sempre”; basta che tu mi dica per oggi.

E via così.
Ho tolto, uno alla volta, i mattoni che servono a costruire una casa bella e luminosa.
Mi sono convinta – e non è così falso – che sia sufficiente un tetto qualunque e un pavimento; e ho lasciato le fiabe agli altri.
Quelle cazzate come “una brutta verità è sempre meglio di una splendida bugia”.

Poi, in giorni come oggi, ripenso alla me che si fidava, e la abbraccio forte.
E ne ho tenerezza, e compassione.

E penso che era così bello, però.

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