lacasadelsole

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Mese: aprile, 2013

Le cose da portare a casa

Una sveglia impossibile fatta con amore.

Un cappuccino caldo ancora mezzi addormentati, ma sorridendo.

Copenhagen con il sole, dei sorrisi che non ricordavo di saper fare, un portachiavi amorosissimo.

Mille scogliere, mille scorci, mille foto; mille risate, un sacco di vento, il cappello di lana calato sugli occhi, la sfida di trovare una macchina, la tensione ogni volta che ti pieghi, che ho paura che non ti alzi più, il caffè caldo mentre mi fotografi.
Io e te che guardiamo insieme un pezzo di mondo.
Io e te che ridiamo insieme mentre guardiamo insieme un pezzo di mondo.

Una tazza nera, che mi farà sentire a casa.

Un anello da pollice, che lo sappiamo che tu non regali anelli.
Ma me l’hai regalato.

E tutto l’amore da te e me e da me a te in ogni momento, da sentire sulla pelle.

Alle cose stesse!

Che poi era il grido di battaglia, e battaglia per modo di dire, di Husserl.
Togliamo le sovrastrutture, facciamo l’epoké, andiamo ai fatti.

Fatti, cose concrete, verità.
Anche fossero brutte, purché siano vere.

Quanta stanchezza a svuotare metodologicamente le parole sterili e vuote per non crederci, perché oltre le parole che suonano in certi modi ci sono i fatti che suonano in certi altri.

Quanta paura che si ha a dire la verità.
Quanta inutile paura che si ha a dire la verità.
Soprattutto a chi, come me, sa vederla anche sotto le etichette, anche quelle dorate delle parole giuste al momento giusto.

Quanto difficile è dire la verità, solo per la paura di ferire le persone.

Quanto siamo miopi quando pensiamo che le persone non la vedano ugualmente, e quando pensiamo, soprattutto, che non sappiano sopportarla.

So di essere seconda, sempre.
So si esserlo stata, sempre, nella vita.
So che lo sarò comunque. Sempre.
So di avere incontrato una persona ferita, corrotta, prosciugata, reattiva.
Impossibilitata a dare fino in fondo.

Sono cose che già so.
Che bisogno c’è di nasconderlo?
La realtà non è comunque più chiara e forte delle parole che non si dicono?

Sincronicità

Il Fato non sposta le pietre per noi senza una ragione.

La fantasia

Poco fa pensavo a un’opera d’arte.
Non so di chi sia, perché sono ignorante, e nemmeno come si intitoli: ma è una sedia.

Una sedia con sopra la foto della stessa sedia, e con un dizionario aperto sulla definizione di sedia.

Uno la guarda e dice, naturalmente: potevo farlo anche io.

E infatti è vero, che poteva farlo chiunque.
Ma non è vero che l’ha fatto chiunque, perché non chiunque riesce a pensarla, una cosa così.

Il punto, infatti è pensarle, le cose.
Se non le pensiamo, ovviamente, non riusciamo a farle.
Perché tutto nasce dal pensiero, dalla fantasia.

E il pensiero è creativo.
E il pensiero rende tutto possibile.
Il pensiero semina.
Mette le basi.

Così, al di là di tutte le parole dette e di tutta l’energia spesa, e di tutto l’amore, anche, quello che conta è la fantasia.
L’immaginarsi diversi da come si è.
L’immaginare la propria vita diversa, con aperture diverse, o chiusure diverse, o forme diverse.

Senza fantasia, alla fine, non c’è nulla, anche quando sembra che ci sia tutto.

Giochiamo?

Facciamo un gioco, stasera.

Giochiamo che tu mi guardi negli occhi e mi dici che sono la donna che vuoi al tuo fianco; la donna con cui passare la tua vita.

E mentre lo dici non aggiungi nulla.
E non ci sono i chilometri, il lavoro, i soldi, le radici, i limiti: ci siamo solo io e te.

E mentre lo dici io ti guardo e credo a ogni parola che dici.
Non ho nessun dubbio, nessun timore, nessuna ombra: ti guardo e ti credo.
E basta.

E tutto quello che immaginiamo e ci diciamo è possibile.
E diventa vero.
E non abbiamo ma o però o chissà cos’altro dirci.
Lo diciamo ed è vero, e può essere, e può essere per sempre.

Giochiamo stasera a tornare a essere bambini, che credono nelle favole.
Che poi è l’unico modo di essere felici.

Domani c’è tempo per tornare grandi.

Mostrarsi, nascondersi

C’è sempre un momento, in una storia, in cui ci si trova nudi.

Per qualcuno è subito.
Per qualcuno è dopo.
Per qualcuno, purtroppo, è mai.

Se la storia c’è, se l’amore c’è, prima o poi ci si mostra così, con il cuore aperto e senza scudi.
Si mostra la propria meschinità, non più tenuta al riparo da battute sarcastiche e divertenti, si mostrano le proprie fragilità.

Quello è il momento più pericoloso, in una storia.
E più prezioso, per il fatto di essere pericoloso, a pensarci.

Noi non andiamo in giro nudi a mostrare i nostri punti deboli alle persone, incuranti di quello che ci potrebbe succedere.
Noi andiamo a passeggio pieni di scudi e armi e armature che ci servono per sentirci forti, e far finta di esserlo.
E le maschere: mettiamo anche se pre un sacco di maschere per essere la persona giusta al momento giusto.

Quando ci mostriamo nudi, invece, e di solito capita quando stiamo pensando ad altro, quando siamo disattenti, quando ci casca il lembo del vestito e mostriamo il cuore senza nemmeno accorgercene, e di solito è primavera, e di solito siamo in mezzo a dei palazzi alti e stiamo aspettando un treno, quando ci mostriamo nudi, dicevo, stiamo dicendo all’altra persona “se mi colpisci qui, io muoio”.
E pensiamo che l’altra persona ci ami abbastanza da non colpirci qui.

Perché in effetti, se poi ci colpisce qui, dopo che abbiamo detto per favore non colpirmi qui, allora ci ha colpito due volte, e potremmo pensare che facevamo bene ad andare in giro armati e coperti, e allora sappiamo che ci vorranno altri anni interi per arrivare a fidarci di nuovo e mettere il cuore in mostra.

Ecco, vedi, Tu.
Uno pensa che state parlando di affitti troppo cari e di fine settimana da passare insieme, e invece si trova davanti una tutta nuda che mette il suo cuore al centro di un bersaglio, e spera di non farsi male.
Non troppo, almeno.

E questo, questa cosa di mostrarmi, è quanto di più intimo, e profondo e totale che io abbia mai fatto con te.
E non ci sono parole che io abbia detto o possa dire e scrivere che valgano la metà di quello che ho messo sul piatto oggi.

E una parte di me, Tu, crede di aver fatto addirittura una cosa saggia.

A casa

I primi ad andarsene sono i giocolieri e i veggenti: la gente si stanca degli spettacoli di arte varia, e non vuole farsi leggere il futuro.

Poi i cuochi: a furia di aspettare e cucinare, cucinare e aspettare, hanno finito le scorte, e i piatti, pur prelibati, sono andati a male, e sono finiti a ingrassare vermi e formiche.
Insieme ai cuochi sono andati via i cacciatori, perché non serviva più cercare selvaggina.

E i carri hanno portato via la farina avanzata, gli stampi di pasticceria, le tovaglie di fiandra, i piatti decorati.

E se ne sono andati i sarti, con i modelli per i vestiti della festa che non c’è mai stata.
E i musicisti.
Gli incantatori di serpenti.
I filosofi che parlano del senso della vita.
I sacerdoti per quelli che credono.

Le ultime ad andare via, come al solito, sono le puttane, perché le più vecchie sanno che qualche cliente si trova sempre, anche tra coloro che si attardano; e quelle giovani, illuse, credono ancora che sia possibile cambiare vita.
Sono le ultime ad andare via, ma se ne andranno anche loro.

L’assedio, anche questo, così strano, è finito.

Desiderio

Vorrei che mi fosse dedicata una capriola.

Non uno spettacolo d’arte varia, non i trapezisti, non la donna cannone, non i domatori.
Non la grandiosità del Cirque de Soleil.

Ma una singola piccola capriola su un pavimento scomodo.

Solo per farmi sorridere.
Solo perché sono io.

Pensieri della notte, davvero.

Da ricordare

Le cose che devono succedere succedono sempre.

Le altre, no.

I giorni del dolore

Non c’è nulla come due giorni nella morsa di un dolore che non passa per apprezzare le cose piccole.

La tazza di tè dolcificato al miele, il silenzio, qualcuno che ti prepara da mangiare o che passa per sapere come stai.

Nessun gesto enorme; nulla che faccia venire le farfalle nello stomaco.

Ma la presenza, che non fa male.
Anzi.