lacasadelsole

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Mese: maggio, 2013

Le cose che ho (il doppione di una mail)

(Hai ragione quando dici che non guardo le cose che ho.
Allora faccio ordine e le scrivo qui.
Tu potresti stampare questa pagina e rispedirmela quando ho le paturnie.)

Ho io e te che ci addormentiamo abbracciati.
Che ci alziamo a mezzogiorno e pranziamo alle sei e non combiniamo mai niente ma senza darci fastidio, e infatti potremmo anche fare qualcosa, se solo volessimo davvero.

Ho io e te che ridiamo per le stesse cose e piangiamo per le stesse cose.
Che cuciniamo aprendo confezioni di prosciutto.

Ho io e te che ci vediamo a Bologna, che abbiamo una foto insieme che siamo sotto la torre di Pisa.

Ho l’abbonamento per un cinema fino a maggio del 2014.
E un concerto per la fine di luglio.

Ho te che mi dici “sto proprio bene con te” e dici bene così forte che è chiaro che è vero.

Ho un calendario in cui ho scritto i tuoi weekend impegnati, perché il tuo tempo è anche il nostro tempo.

Ho io e te che giochiamo e facciamo la spesa e ci amiamo e ci mandiamo i cuoricini per messaggio come gli adolescenti.

Ho te, e tu hai me.

(Se ho dimenticato qualcosa, Tu, aggiungila tu)

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A volte le soluzioni sono semplici

L’amore non si misura in giorni ma in istanti.

Tirare le somme

“Accadono cose che sono domande.
Passano anni, e la vita risponde”.

Sono stata l’amante per sette anni.
La compagna saltuaria per tre.
La fidanzata ufficiale 2/14 giorni per quattro anni.

Mi pare l’ora giusta per fare un bilancio.

Non mi allaccio nemmeno le scarpe senza un piano B

E se tutto dovesse finire male, io studierò inglese, e diventerò così brava che mi prenderò un contratto per le CLIL, e sarò così felice del mio inglese che leggerò solo in lingua, e i film, figurati, anche senza sottotitoli e in lingua originale.

Anzi, studierò anche una seconda lingua.
E andrò a lavorare all’estero: prenderò un anno di aspettativa e andrò a insegnare italiano in un posto qualunque del mappamondo.
O forse venderò la mia casa e vivrò un anno in un paese assurdo senza lavorare, solo facendo delle foto.

Se tutto dovesse andare male, sono convinta che finirò per preparare una maratona, perché avrò un sacco di tempo per allenarmi e la giusta motivazione per farlo.
E perderò un sacco di chili, mi iscriverò a Pilates, e cancellerò i miei profili sui socialini, e guadagnerò un sacco di tempo per me per leggere di nuovo tanto, e salmodiare per bene almeno un’ora al giorno, come dovrei fare ogni giorno.

E diventerò ordinata, e arrederò una casa usando solo il bianco e l’arancione.
E diventerò una ballerina bravissima, e andrò a ballare tutte le sere, perché il cuore ha bisogno di volteggi per incerottarsi, quando è spezzato.

E sono sicura che mi verranno in mente altre cose, per rendere tutto accettabile se non addirittura bello.

Quindi, Tu, se tutto andrà male, io ho già pronto il piano B, come al solito, del resto.

Se riesci a non farla andare male, comunque, preferisco.

Recriminare fa gli occhi brutti

Oggi pomeriggio stavo arrancando faticosamente alla ricerca di cinque chilometri di corsa e c’erano i campi e il cielo azzurro e bellissimo e la strada vuota e il venticello.

E mentre ero lì senza orologio e senza musica solo io le gambe e il fiato affaticato e pensavo pensavo pensavo a un certo punto mi sono accorta che ero lì che recriminavo.
E compilavo una lista lunghissima di cose che non andavano e che io avrei voluto e non avevo e che facevo e non servivano a nulla.

E altre cose e ancora cose e cose e cose e cose.

E poi mentre cercavo l’energia per andare ancora qualche centinaio di metri avanti (fino a quell’albero, fino al palo della luce, fino al cartello stradale fino alla curva) a un certo punto mi sono accorta che tutto questo elencare mi toglieva fiato energia e le gambe erano pesanti.

E così ho pensato che ogni istante passato a recriminare nella vita è un istante meno di vita che si vive.

E che è inutile che io rimugini o recrimini: posso accettare quello che c’è e starci o non accettarlo e non starci.

L’opzione di starci ma lamentarmi non è tra quelle possibili.
Come non è contemplata l’opzione cambiare la situazione, a meno che cambiare la situazione non sia cambiare me stessa e le mie aspettative.

E insomma, le gambe hanno cominciato a girare meglio (sempre piano ma meglio) e il respiro era meno affannoso e il cielo è diventato più azzurro.
Sono scese due lacrime, ma solo due: sono scese per la presa d’atto che non sono abbastanza magra per fare lo slalom tra pali stretti senza buttarne giù qualcuno e inforcarne qualcun altro.

E chi inforca viene eliminato, si sa.

Ma l’energia che risparmio a recriminare per quello che non ho probabilmente potrò investirla nel godere quello che ho.

O almeno.
Provarci.

Momenti di brillantezza semantica

Il fatto che io ami usare le parentesi non significa che mi piaccia esserci infilata dentro quando sono superflua.

Casa dolce casa

Ho bisogno di una casa.
Una casa con le pareti bianche il legno per terra la luce che entra da finestre grandi il silenzio che mi avvolge un divano rosso la musica in sottofondo la libreria ordinata il computer davanti alla finestra una coperta soffice sul letto.

Ho bisogno di una casa in cui stare, da cui non scappare, in cui dormire e fare l’amore e leggere e pensare e vivere.

Sono stanca di essere nomade.

Sogni e bisogni

Che amore non sia avere bisogno di qualcuno è un concetto talmente trito e ritrito da essere noioso anche da pensare, non solo da dire.

Così dal 2003 a oggi sono diventata una specialista nell’eludere o soddisfare i miei bisogni più profondi.

Quando ho bisogno di approvazione mi rivolgo ai miei studenti, che apprezzano come lavoro.
Quando ho bisogno di complimenti mi trucco e mi vesto un po’ meglio del solito, e gli uomini me li fanno (sì, mi piace vincere facile).
Quando ho bisogno di ascolto, mi rivolgo alle amiche.
Quando ho bisogno di sfogarmi scrivo.
Quando ho bisogno di piangere faccio la doccia.
Quando ho bisogno di consigli pago un terapeuta.
Quando ho bisogno di soddisfazione mangio e ballo.

Quando ho bisogno di essere amata sto senza.
Mi distraggo.
Dormo.

È più facile di quanto raccontino.
Ed è più facile che scoprire che non ce n’è da nessuna parte, di amore, per noi.

Cerchi che si chiudono

Oggi ho preso un caffè lontano da casa in un posto in cui non vado mai, perché non c’entra niente con i miei giri e le mie cose, ma ero lì e volevo un caffè e quindi.

Ed entrando nel bar mi pareva di esserci già stata, anche se era periferia e non c’entrava niente con me e i miei giri, e dopo qualche secondo mi sono ricordata.

Ho preso un caffè lì una mattina presto che ero stata all’anagrafe a farmi fare il certificato di residenza a Firenze e avevo ancora un sacco di ore prima di tornare a Torino.
Ed ero felice perché tutto stava andando per il verso giusto, e dopo mi avrebbero rubato portafoglio e identità e io avrei pensato che era perfetto, perché voleva dire che avrei avuto i documenti giusti e precisi con la mia nuova vita stampata sopra, non solo un tagliandino da portarsi appresso.

Ed ero felice.
E pensavo che sarei stata felice e che tutto sarebbe andato bene e sarebbe stato facile e avrei riso tanto, mangiato bene, sarei dimagrita e sarei rimasta incinta e avrei pensato “famiglia” con amore, perché avrei avuto una famiglia mia, che è una cosa che voglio, ammettiamolo.

E due anni dopo, quasi esatti, sono entrata per caso nello stesso bar, e sto andando all’università, e tutto è andato diversamente da come mi aspettavo, e spesso non sono felice.

Ma il cielo è azzurro, e c’è un’aria bellissima qui oggi, e Firenze è piena di turisti, e poteva andare peggio.

E io sono anche più bella.

Forse

Forse ci sono cose da non fare e basta.
Forzature da evitare.

Forse esiste il giusto e lo sbagliato, almeno per quelle cose lì, che sono cose importanti.

Forse, per una volta tanto, il giusto e lo sbagliato esistono e prescindono da me, da quello che voglio io e che vorrei io.

Forse si può scegliere per il bene di altri.

Ecco.
Forse.