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Mese: luglio, 2013

La “me me me generation”

Ho appena scoperto che qualcuno ha già coniato questa perfetta definizione della generazione che va dai 25 ai 50 e che quindi io e Amica Preziosa quando ridiamo tra noi dicendo “io io io me me me” non abbiamo inventato niente, eppure è bello averlo pensato da sole.

Persone che non sanno aprire le porte, abbattere gli steccati, rinunciare a qualcosa.
Che siano le tende arancioni (autocit.) il pisolino della domenica (autocit.) o la propria città.
Milioni di persone adulte ferme sui loro passi, preoccupate di non perdere nemmeno un centimetro della loro libertà, della loro indipendenza, della loro autonomia.
Milioni di persone che hanno rapporti liquidi, rapporti virtuali, rapporti a distanza, rapporti a metà; trombamici, amanti, fidanzati originali, coppie aperte.

In un numero sempre crescente di definizioni che nascondono tutti la stessa cosa: la paura.

Paura di essere lasciati e di restare senza niente per aver dato tutto – tutto, non solo una cosa qui e una là – a un’altra persona.

Una follia chiamata amore, che, a ben vedere, non va più di moda.

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Cose che mi fanno commuovere

Padre e figlia, figlia giovane con padre con pochi capelli bianchi che la accompagna sul treno e le mette su i bagagli.
Poi si ferma all’altezza del suo finestrino, e cominciano a parlarsi a segni, e si fanno le foto e ridono.
E lui nasconde le lacrime, che si sono detti che si vedranno a Matera, il 26 di agosto.

Ma ridono e un po’ piangono e poi ridono ancora.
E si amano, è chiaro.

E lei, sono sicura, potrebbe anche dirgli la verità, a questo padre.
Addirittura.

Sei settimane

Nelle ultime sei settimane ho imparato una serie di cose.

Per esempio che anche se faccio finta di no non ho più sedici anni.
Non vivo più la lontananza come un pugno nello stomaco.
E nemmeno i giorni senza telefonarsi sono impossibili.
In parte perché mi fido di te; in parte, soprattutto, perché mi fido di me.
So che non mi intristisco più come una volta; e se ho la tentazione di farlo la caccio a furia di sciò sciò: perché la vita è davvero troppo breve per sprecarla in tristezza.

Magari mi arrabbio, questo sì.
Ma per una questione di principio, non di dolore.
Per la necessità connaturata in me di avere un alfabeto condiviso, e una serie di riti che mi tengono insieme a chi amo.

Ma sono diventata, senza accorgermene, una che sa amare a distanza, una che sa stare sola, una che ha bisogno di poco.
Quando sto bene, quando non sono stanca, quando la luna è giusta, divento addirittura una che non ha bisogno di niente.

E ripenso incredula ai momenti in cui mi è mancato il fiato a pensare a un mese lontani.

Ho imparato, sono cambiata, sono cresciuta; invecchiata, forse.
Sto bene.

Silenzi

Ho passato dei giorni bene nella mia pelle, senza niente da fare che non fosse pensare a mettere la crema solare ben spalmata per evitare arrossamenti.
Giorni di risate e di cose leggere; di rapporti liquidi, che oggi ci sono, domani no, ma che alla fine sono rassicuranti nel sapere che ci sono, e che non fa troppo male se domani non ci sono più.

Ho nuotato più al largo che in tutto il resto della mia vita (non che ci voglia molto) e più a lungo.
Ma ero con una persona di cui mi fido, quindi è stato facile.
Bello e facile.

Ho guardato la luna, ho dormito per terra, sono stata per la prima volta in vita mia in campeggio; ho scoperto che è scomodo, ma che si può fare.
E le cose scomode scacciano i pensieri.

Ho cominciato a pensare a Firenze come casa, complici un paio di persone simpatiche con cui ho pranzato e la scoperta che conosco i nomi delle vie e sto cominciando ad avere dei piccoli riti miei.
Ho buttato piccole radici, che servono per stare bene, in effetti.

Ho smesso di recriminare sulle cose che non ho e che non avrò a breve, e su quelle che non avrò mai.
Ho messo a fuoco quali sono i miei sogni impossibili e li ho salutati: mi sono scelta una vita diversa, è inutile perdere tempo a frignare per le cose che ho scelto di non avere.
Ho finito di leggere il premio Pulitzer 2013 e mi è piaciuto.

Domani prendo un treno che mi rende felice.
Sono stata quieta e serena per lunghi giorni.
In effetti, ho scoperto che non voglio niente di più di quello che ho già, dal momento che è il massimo che posso avere qui, e ora.

Il futuro (che non esiste)

C’è questa cosa che noi non pensiamo mai, ed è che il futuro, a ben vedere, è un concetto che non esiste.
Non che non esista perché siamo pessimisti e pensiamo di morire; ma perché non esiste ancora.

E il trucco è tutto qui.
Quando immaginiamo il futuro, non facciamo altro che prendere il nostro presente e spostarlo in avanti di una quantità di mesi o anni non meglio definiti.
E immaginiamo che tra uno o due o dieci anni noi saremo ancora come siamo oggi, e quindi immaginiamo il nostro futuro in cui cambiamo tutto ciò che ci circonda (in bene o in male, a seconda del nostro grado di ottimismo) e restiamo identici noi.

Ecco, il fatto è che è banale da capire, che non funziona così.
Funziona che mentre noi cambiamo casa città lavoro età corpo interessi amici colleghi, cambiamo anche noi: cambiano le nostre idee, le nostre convinzioni, i nostri sentimenti.

Così come si può immaginare quanto staremo male tra dieci anni senza Pinco Pallino?
Oggi amiamo Pinco Pallino, ma tra dieci anni magari Pinco Pallino ci avrà così tanto annoiato e stufato che il pensiero di perderlo sarà liberatorio.

Il fatto è che noi ci facciamo leggere le carte, leggiamo gli oroscopi, sogniamo e abbiamo incubi, anche, a pensare a quello che sarà il nostro futuro, e vorremmo conoscerlo ora, il nostro futuro.
Ed è, invece, tutta una grande illusione.

Noi non abbiamo che il futuro che ci costruiamo.
E quel futuro lo costruiamo oggi, non domani.
E quindi quando ci spaventiamo del futuro, in realtà ci stiamo spaventando dell’Uomo Nero, che, lo sappiamo tutti, non esiste.

E questo lo dico a te, Tu, e lo dico a me, che ce n’è bisogno spesso.
E respiro.
E sorrido.
Va tutto bene.

Dello sgretolarsi

Ci sono momenti, così, a sorpresa, in cui sento di scivolare via, in uno sgretolamento di speranze e futuro, e vengo presa da una paura incontrollabile che mi strizza lo stomaco e le viscere.

Sono momenti in cui mi vedo vecchia e sola in una casa mai abbastanza luminosa, e mi immagino che morirò senza che nessuno se ne accorga, dopo avere passato anni ad attaccare bottoni con gli sconosciuti per parlare con qualcuno, e tutti penseranno che io sia una vecchina stramba, senza capire che invece sono una vecchina infelice.

E mi viene una paura che sia così, di andare avanti in questo modo, senza nessuno a fianco, che tornerei indietro e farei tutto diversamente, compreso questo pezzo di vita, perché ci vuole più coraggio a stare da soli che insieme a qualcuno che non si ama, anche se tutti dicono il contrario, facendo gli psicologici senza che gli venga richiesto.

E allora cerco di fermarmi e respirare, per cercare di recuperare prospettiva, e cammino a piedi nudi per sentire la terra sotto i piedi ricordandomi le pillole di saggezza che ho raccolto di qua e di là, che la terra ti sostiene sempre, e non occorre avere paura di nulla.

Ma non è facile, se si pensa a domani.
E allora cerco di pensare a oggi, e spero che alla fine tutto vada bene davvero.

Il vuoto

Ho troppe scarpe, troppe borse, troppi libri.
Troppe calze e troppe mutande.
Troppe penne, e continuo a comprarne, ogni anno.

Troppe agende, che poi non uso.
Troppe collane.
Troppi anelli, che poi metto sempre gli stessi, perché mi fanno sentire bene.
Troppi orecchini.

Ho troppi vestiti: ho ancora tutti quelli di quando ero magra e non lo sapevo che vestirsi da magre è più facile.

Ho troppi impegni, troppi conoscenti, troppi appuntamenti pendenti.
Ho troppi treni da prendere, troppe cose da incastrare alla perfezione, troppi progetti da seguire.

Ho troppi buoni propositi e troppe cattive abitudini.
Dico troppi sì, e poi li onoro.
Tutti.
Ho troppi sensi di colpa, e troppe persone di cui occuparmi.
Troppo poco tempo per leggere e dormire.
Faccio troppo poco l’amore.
Ho troppi ricordi.

Ho troppa paura.
Di tutto.

Sono una che non riesce a svuotare i ripostigli, figurarsi il cuore.

Togliere

Le cose si tolgono a strati, uno alla volta, per non averne più bisogno.

(La prossima volta non le voglio nemmeno all’inizio, ché ci si abitua facilmente alle cose belle)

Come scrivere una buona storia

Mi diceva, la mia insegnante di scrittura, che i limiti quando si scrive sono necessari.

Aggiungeva, anche, che i limiti sono creativi: che spesso si scrivono cose buone perché ci sono dei limiti, e per cercare di venire a patti con quei limiti noi tiriamo fuori il meglio di noi stessi, e scriviamo dei bellissimi testi, che funzionano.

Credo che sia così anche nella vita.
Sapere fin dove possiamo arrivare, sapere chi siamo, coscienti che non si può essere tutto, avere un orizzonte preciso davanti, stabilire il proprio ruolo e attenersi ad esso sono cose che calmano l’ansia, che è il miglior antidoto per la felicità.
L’ansia, intendo.

E così stasera mi sono messa a tracciare dei confini, perché solo i bambini pensano che il mondo sia infinito e che si possa fare gli astronauti da grandi.
Crescere, diventare adulti, ha anche a che fare con il sapere che cosa si può fare e cosa no; chi si è e chi non si è; chi non si è e chi non si sarà.

C’è tutto un mondo, dentro i confini tracciati, da costruire.

Mettiamoci al lavoro, dunque.
La vita è infinita, ma brevissima.

Come funziona il nostro cervello, dicono

Diciamo che una delle cose che credo di aver capito è che il nostro cervello, se lo lasciamo fare, tende a funzionare così: prima si forma una convinzione, e poi si guarda intorno selezionando solo i fatti che sembrano confermarla. E siccome per ogni fatto esistono infinite spiegazioni sbagliate, è abbastanza semplice costruire una narrazione che leghi tutto in un quadro apparentemente coerente con i nostri pregiudizi, ma falso.

(L’ho trovata su Keplero, il blog. E dato che il mio cervello funziona esattamente allo stesso modo, solo che lo fa per le cose brutte, ecco, è per questo che io ogni tanto ho bisogno di essere salvata)