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Mese: agosto, 2013

L’archivio delle promesse da marinaio

Mi piacciono le parole dette bene.
Quelle che si dicono guardandosi negli occhi, quelle che promettono mondi nuovi, appena al di là dello sguardo.

Mi piacciono, infantilmente, le promesse.
Mi piacciono, stupidamente i vincoli delle promesse.
I faremo gli andremo.
Mi piacciono le prime persone plurali, e credo di averlo scritto un po’ ovunque in questo blog.

Mi piacciono ma non è che ci creda molto.
Io so quale debolezza portino dentro di sé le persone, so quanto fragili siano le nostre promesse, quanti inconvenienti possiamo incontrare per strada dopo che abbiamo detto a qualcuno “tra un’ora solo lì”.
Per questo non me la prendo nemmeno per i ritardi.
Io lo so che le persone credono di voler fare quella cosa assolutamente oggi, o domani, o tra una settimana.
Ma so che la lingua che usiamo tutti è una lingua fatta per lo più di “ci sentiamo” o “poi ti racconto”.
E so che dire “poi ti racconto” non vuole dire che poi mi racconterai davvero; ma è solo un modo per dire “ci sei e tengo conto di te”.

Per questo non mi faccio mai fare promesse specifiche, perché sono puerili.
E cerco di non memorizzare programmi generici, perché cambieranno appena cambierà il vento, da maestrale a libeccio.

Ma dentro la testa ho un archivio sterminato di parole pronunciate che non sono mai divenute cose reali, dove ogni giorno aggiungo una cosina, e le ultime cosine mi sembrano sempre peggiori di quelle vecchie, perché il tempo guarisce tutto, anche le delusioni delle promesse non mantenute.
E lo so che ci vuole tempo per dimenticare, e so di averne davanti, di tempo per dimenticare.

Ma in questa armonia di fine estate, mi chiedo perché devo fare sempre questo lavorio di attesa, quando invece basterebbe il silenzio, non parlare non dire non progettare non promettere e nemmeno fare delle ipotesi.

Perché io non conosco nessuno che sia stato felice grazie a delle ipotesi.

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Cose come i capelli

Mia mamma aveva i capelli corti e neri.
Anzi, no.
Io sapevo che aveva i capelli corti e neri, ma il mio primo ricordo di lei è di una donna con i capelli corti riccioli e meshati neri e biondi.
Il fatto è che mia madre aveva i capelli bianchi, e si tingeva di nero, e poi era rimasta incinta di me e aveva 37 anni ed era il 1973, e aveva smesso di fumare di bere il caffè e di tingersi.

Ma il professor Campora, come lei l’ha sempre chiamato, che era il suo ginecologo, alla prima visita di controllo (in anni in cui di visite di controllo non se ne facevano più di due) le disse che con i capelli bianchi non si poteva vedere e che suo figlio aveva diritto a una madre giovane bella e curata, e che quindi andasse a farsi tingere, non di nero, ma si facesse tingere, per carità.

Mia madre aveva i capelli tinti, corti e con la permanente.
Era una che si faceva fare la permanente e poi si faceva tagliare i capelli subito.
Perché, diceva, non si sapeva pettinare.
Mia madre andava ogni settimana a fare la piega dalla parrucchiera (come sua madre, per altro) e per mettere e togliere le maglie si metteva un foulard bianco in testa che teneva come una cuffia fermo con la bocca per non spettinarsi.
Durante la settimana non si pettinava se non con le mani, e non si lavava i capelli.
Anche in vacanza, uguale, fino ad arrivare a mettersi la cuffiona da anziana per fare il bagno al mare.

Io pensavo che fosse normale, all’inizio, poi ho capito che era una cosa un po’ maniacale da cui, per fortuna, ero immune.

L’ultima volta che è uscita, pochi giorni prima di morire, la accompagnai dal parrucchiere.
La prima cosa che fece tornando a casa da un’operazione che l’aveva squartata fu guardarsi allo specchio e chiedermi di chiamare Donato (si chiamava così) per vedere se poteva venire a casa a pettinarla.
Davanti all’elenco degli effetti collaterali e dei medicinali da prendere per contrastare la chemioterapia che iniziava fece una sola domanda al suo medico: “Perderò i capelli?”.

Insomma, tutto questo per dire che io no.
O almeno io no fino a un paio di anni fa.
Poi, improvvisamente, ho cominciato a non sopportare di essere in disordine, i capelli bianchi che spuntano sotto la tinta, i tagli fatti male, i capelli che non stanno.

Somiglio un po’ a mia madre, ecco.
Devo ricordarmene, per questo l’ho scritto qui.

Montenegro

Il Montenegro è un posto WOW che diventa poi un posto ah.

Nel senso che da lontano, come spesso succede ai posti, è bellissimo: canyon profondi, vette altissime, acque azzurre, spiagge bianche, posti in luoghi pittoreschi.
Poi quando ti avvicini vedi che ognuna di quelle cose WOW ha un difetto: poche cose, ma la sensazione è rovinata.
E le sensazioni rovinate sono terribili.

Il Montenegro è un po’ come essere in Europa: le ragazze hanno gli shorts, le moschee sono quasi assenti, quando ti giri vedi Zara, l’Oviesse, la Nike, Bata; e ti chiedi per quale motivo sei a Podgorica, se ci trovi le stesse cose che a casa, e costano anche quasi la stessa cifra.

Ma in Montenegro se ci badi, ti accorgi che l’aria è quella che si respira quando si è stati tanto senza respirare e adesso si può.
Ma non sembrano sicuri di potere, e quindi tutto sembra piuttosto anonimo, come una capitale che non esisteva ed è fatta solo di quadrati grigi.

E Podgorica è l’unico posto in cui mi sono chiesta per quale motivo il socialismo in nome dell’uguaglianza di tutti abbia voluto condannare tutti a una uguaglianza di povertà e grigiore; perché l’idea sarebbe affascinante, ma è davvero realizzata male quando vedi i palazzi grigi.
E senti che se si fossero sforzati appena di più e lì avessero fatti, che so, gialli, allora tutto sarebbe diverso.

Così Podgorica e il Montenegro mi lasciano uno di quegli insegnamenti che a pensarci è bene ricevere: non importa quanto squallida sia la tua vita o grigia la tua situazione.
Puoi decidere di vivere nel grigio e lamentarti, o prendere la pittura gialla e rendere la tua vita un posto chiaro, illuminato bene.

Cerchi che si chiudono

Siamo partiti sabato da una cena a Tirana in un posto scelto a caso pieni di voglia di scoprire cosa avrebbero apparecchiato per noi i Balcani.
Abbiamo visto posti belli posti brutti posti allegri posti tristi posti veri posti inventati posti che non esistono.
Abbiamo assistito a sorpassi impossibili e abbiamo scalato due o tre passi balcanici con una 500 decappottabile che non abbiamo mai decappottato.

Abbiamo passato le frontiere di quattro stati, e ogni volta è cambiato mondo.

Abbiamo riso molto.
Ci siamo meravigliati, ci siamo letti nel pensiero, abbiamo trovato cose che ci aspettavamo, e cose che non ci aspettavamo.

Siamo tornati a Tirana dopo una settimana e siamo stati accolti da un cameriere sorridente nello stesso ristorante della prima sera e ci siamo sentiti a casa.

Poi, come sempre succede con i cerchi, sono arrivate le tracce conosciute, i pensieri noti, le parole già dette e quelle non dette.
Quelle contraddittorie, che mi fanno salire l’amarezza.

Come sempre succede nei viaggi (anche quelli simbolici) siamo arrivati fino in cima e abbiamo cominciato a scendere giù.

Questo viaggio finisce con me che faccio colazione seduta a un tavolo con un paio di greci mentre la sala si riempie di americani con le borse piene di cose che mangiano uova e salsiccia in attesa di un taxi che mi porti a Rinas, Tirana.

Tra poche ore sarò a Firenze e tutto sarà come non accaduto, perché mi conosco e so come funziona la mia testa.
Tra poche ore sarò a Firenze, e vorrà dire che per ben due volte sono stata in grado di prendere un aereo (albanese, per giunta) da sola.

Insomma.
Tutto va per il meglio, soprattutto se riesco a escludere quella vocina fastidiosa nella mia testa che da ieri mi ripete le parole che ho sentito qualche mese fa a proposito di un altro aereo e un altro viaggio.

Perché sono brava a tenere a bada gli adolescenti, ma non sempre le vocine.

Poi

Poi io, Te, un monastero, il libro dei visitatori.

Una data.
Due nomi.

E niente.
Credo di essere felice.

Kosovo

E quindi la guerra.

Io di guerra non ne ho mai viste nemmeno dopo che erano finite e adesso invece sono in mezzo a un paese in cui da tutte le parti le cose ti dicono che la guerra c’è stata e c’è.

Ora.
Non è che io voglia fare quella che si stupisce, dal momento che insegno storia, o quella che crede alla pace nel mondo (non credo per un cazzo alla pace nel mondo), ma quando uno legge legge.
Quando uno vede, vede.
Quando uno sente è brutto.

Io sono una che sente.
Sono una che in questo momento è circondata da case costruite nuove e bellissime con il giardino e le finestre con le tendine e io penso che lì dentro qualcuno è morto qualcuno ha pianto qualcuno ha gridato.
E che chi ci vive ha partecipato e ha vinto.
Oppure non ha partecipato e alla fine è lo stesso perché comunque se vivi in una casa ricostruita su una casa bruciata che non era la tua stai respirando il dolore di chi ha perso tutto.

Visitare un paese uscito dalla guerra vuol dire alla fine vedere il meglio e il peggio tutto insieme e non capire.
Vedere i bambini che giocano felici, le donne che chiedono l’elemosina sotto i memoriali dei morti in battaglia, i cimiteri pieni di ventenni che non compiranno mai trent’anni.
Le macerie e le strade lastricate
I giovani che prendono gli aperitivi in piazza e i militari che presidiano le minoranze.
Le case diroccate e i palazzi nuovi.

E tutto questo senza dimenticare mai che uno di quello che ti sta servendo il caffè magari tre anni fa sparava a una famiglia serba o albanese perché era serba o albanese.

E così pensi una cosa che è di una banalità estrema ma che senti tutta insieme.
Gli uomini fanno le guerre per dei motivi di una idiozia estrema.

Gli uomini non meritano né la vita né la Terra che hanno.

Aggiunte

Vecchini innamorati.
Vecchini malati.
Animali vecchi o malati.
Annunci di gravidanze.
Neonati.
Infanti che muovono i primi passi.

Stasera a queste, che sono le cose che mi fanno piangere di commozione e tenerezza e disperazione devo aggiungerne una fresca fresca.

I matrimoni.

Sto benissimo.

Skopje

(Sono pazzi questo macedoni)

Skopje è un posto che quando ci arrivi la sera pensi che sia una città enorme e storica e monumentale e che il fatto di fermarti due giorni sia una cosa da scemi perché ci sono mille cose da vedere.
Skopje è anche una città in cui tutto è un pochino troppo grande; per esempio le statue sono DAVVERO troppo grandi.
I palazzo enormi.
I ponti infiniti.
C’è addirittura un arco di trionfo tipo quello di Parigi, ma più bianco più grande meglio tenuto.

Ecco.
Per esempio è tutto così pulito e ben tenuto che un paio di domande te le fai.
Così quando la mattina presto ti alzi e percorri il ponte romano (i romani sono stati a Skopje e tu non lo sapevi) ti accorgi che ci sono un paio di cose che non funzionano.

Per esempio che dopo il monumentale ponte davanti a questi monumentali palazzi ci sono dei cantieri.
E questi cantieri sono cantieri di statue.
Statue?

Ecco.
Così guardi oltre il ponte e ti accorgi che inizia la città vecchia in cui tutto è molto più piccolo.
E ti accorgi che una statua è quella di Alessandro il Macedone e l’altra è di Filippo.
Ma nessuno dei due è di questa Macedonia.
E allora leggi e scopri che Skopje era romana ma non era stata fondata esattamente qui.
E che le mura non sono vere.

E così scopri che gli abitanti di Skopje si sono inventati tutto, uno stato una capitale una città dei monumenti una storia gloriosa.
E hanno fatto tutto in grande, perché dal momento che tutto è inventato alla fine puoi imventarlo come vuoi no?

Così i macedoni si sono inventati tutta una cosa grandiosa che li soddisfa a pieno e io invece di indignarmi ho pensato che hanno fatto bene.
Che se hai una storia triste allora se ne hai le forze puoi cancellarla e rifarla come ti piace.
E inventare i tuoi eroi le tue guerre e le tue battaglie.
E se questo ti dà la forza per farti uno stato nuovo e lasciare la Jugoslavia (qualunque sia la tua Jugoslavia) perché no, dico io.

Poi Skopje è anche un bazar un sacco di minareti le moschee le donne velate e velatissime con i guanti di pelle nera con 40 gradi.
E quella Skopje è esotica e bella ed è vera.
E insegna che non tutto è conosciuto e non tutto è Europa.

Ma la Skopje falsa, quella lì, mi dice che tutto è sempre ancora possibile.
E quindi, insomma, mi è piaciuta tanto.

Tirana

Tirana, dunque.

Teniamo conto che non mi aspettavo niente in senso assoluto.
Nessuna idea.
E invece mi trovo catapultata in una via di mezzo tra un film un cartone animato e tutti i luoghi comuni che uno può avere in mente sull’Albania.
Di per certo, solo un paio di cose.

Stare qui significa ricordarsi sempre che ognuno di quelli che ti ascolta capisce cosa dici, perché parlano italiano praticamente tutti.
Che poi vuol dire che non è che davanti a una casa diroccata puoi dire “che posto del cazzo”.
Puoi pensarlo, ma in realtà davanti alle case sporche e brutte che ci sono qui, e sono molte, non ti viene da dire “che posto del cazzo”, ma “altro che gommoni; io via di qui ci sarei andata a nuoto”.

Ci sono una serie di grandi strade e grandi palazzi che ricordano a chi non lo sapesse che l’Albania era un paese socialista: bandiere ovunque e posti appositamente progettati per inneggiare alla grandezza del popolo albanese.
Se chiudi le orecchie e hai buona immaginazione puoi vedere i carri armati che sfilano e sentire la voce dei comizi o il suono delle bande militari.
Ma ci sono cose che invece sono molto oggi: i gelati Algida, la Coca Cola, una boutique chiusa di Penniblack, i bancomat dell’Intesa Sab Paolo; roba che ti chiedi, come mi scriveva oggi qualcuno, non dove sei, ma quando sei.
Perché è un po’ un viaggio nel tempo più che nello spazio.

Così vedi telefoni cellulari e ragazzi in moto senza casco, e un ascensore avvenieristico che porta su in cima a un locale di tendenza, e senti il muezzin (registrato) che chiama alla preghiera.
E quando sei convinta che sia un posto normale, dove normale sta per “posto a cui sei abituata” ecco che vedi i cani randagi.
Oppure ti accorgi che hanno tutti quell’aria da anziani campagnoli in gita in città, con le mani callose e i vestiti fuori posto.

E quando sei convinta di essere in un posto arretrato, qualunque cosa voglia dire, alzi gli occhi e c’è un grattacielo nuovo di zecca e non capisci.

Allora ti rassegni e guardi le cose che passano senza stupirti: i casinò, le botteghe nei sottoscala, le donne in minigonna, quelle con i vestiti tradizionali, le macchine di lusso, i monumenti celebrativi di un dittatore che viveva in una casa che io nemmeno se me la regalassero.

E poi, in diversi angoli, delle vecchine con il foulard in testa e la gonna lunga che vendono cartocci di more per strada.
E per un attimo di nuovo sei lontana, in un mondo sconosciuto che ti fa un sacco di tenerezza.

Mielosità

Ho appena scritto una cosa mielosissima e sincera.

Di solito evito di scrivere cose mielose quando non è il caso, e anche se in effetti le scrivo spesso perché sono una donna mielosa, sono quasi sempre ben consapevole che non è il caso.

Non è il caso di scoprirsi così tanto, né di spendere parole per dire l’indicibile.
Eppure, l’ho appena fatto.

Non so.
Non so davvero.