Diario di viaggio, 6/8

di Calexandrìs

La giornata si preannuncia subito difficile dal momento che è più calda (molto più calda) delle precedenti.
Così, furbescamente, per scansare con attenzione le ore più fresche della giornata usciamo dopo le 10,30.
Ci aspetta una temperatura assurda, con un forte vento (per fortuna) bollente (ah le brezze fresche di montagna).
Dopo cinque minuti in moto decido che voglio fare vacanze solo in posti freddi per sempre.
So di per certo che se fossi in un posto freddo adesso, tipo casa mia a novembre, eh, mica le Alpi, vorrei 45 gradi: le donne; mobili e incontentabili.

Comunque si viaggia e si vedono panorami da cartolina: faraglioni, distese di mare azzurro, montagne: tutto davvero bellissimo.
Peccato la gente: dove di riesce a scendere in spiaggia è un carnaio, dove non ci si scende, be’, logicamente non c’è nessuno, nemmeno noi.
Vale la pena ricordare quella cosa che si deve pensare quando sei bloccato nel traffico: non sei bloccato nel traffico; SEI TU il traffico.
Quindi non “peccato per i turisti” che i turisti siamo noi.

La strada è suggestiva, si riescono a fare delle pause ombreggiate e ventilate (ma io sento la temperatura, non la sensazione di essa, quindi sento i 40 e passa gradi, non la sensazione che siano meno) e variamo la nuova coreografia: la danza scacciamosche, che qui sono una colonia estremamente nutrita e particolarmente appassionata di donne bianche accaldate e in carne.
Indovinate voi di chi sto parlando.

Dopo un pranzetto delizioso (una pesca qualche chicco d’uva e un Magnum Classic) si va in una caletta (si chiama Caladomestica) a fare il bagno.
Un posto da favola.
Io sono proprio come le rompicoglioni di professione: ho troppo caldo così entro in acqua ma tira vento così ho freddo così mi metto al sole così però rischio la scottatura e via di seguito.
Il mio compagno di viaggio, invece, insiste nel favoleggiare la bellezza del vento che gli impedisce di sudare.
Solo usciti dalla caletta scopriamo che ci sono 47 (QUARANTASETTE) gradi e soffia scirocco.
Lo guardo e gli faccio una boccaccia mentale.
Partiamo alla volta della famosa Piscinas.
Viaggiare in moto con 47 gradi in pantaloncini e canottiera è un’esperienza mistica.
Intanto ti senti cuocere, poi il casco si infradicia immediatamente di sudore; se hai il sottocasco, si infradicia prima il sottocasco, poi il casco.
Le gambe cuociono per il sole a picco, per il calore dell’asfalto e per il caldo che produce la moto.
Il culo si attacca alla sella quando risali, anche dopo una sosta brevissima e la sella diventa mille gradi centigradi.
Le braccia sfrigolano.
Come pollo arrosto, va detto, me la cavo benone.
Mentre andavamo verso Piscinas ho visto quattro volte la Madonna e due Gesù.
O forse sono stata convincente nell’invocarli.

Piscinas è una distesa di dune di sabbia che si stendono per un sacco di spazio fino al mare.
La spiaggia a Piscinas è enorme e stasera alle 18 (gradi 39) piuttosto vuota.
Anche il mare era vuoto, senza bagnanti.

Abbiamo preso una cosa fresca con vista dune, godendoci lo spettacolo.

Al ritorno verso l’hotel più di cento chilometri di curve da piega; una cosa da mangiarsi i gomiti per non essere vestiti in modo adeguato; ma ci siamo difeso bene.

Stasera sono sui gomiti dalla stanchezza; una roba da buttarsi nel bidone del sudicio.

Il fatto è che viaggiare in moto necessita di resistenza fisica spirito di adattamento ironia capacità di sdrammatizzare e voglia di privilegiare i benefici rispetto ai problemi.
Naturalmente dieci ore sotto il caldo mettono alla prova anche gli spiriti più resistenti.

Ora, passata la cena, non vedo l’ora che sia domani, che si va a caccia di rapaci (e ombra).
Sperando che arrivi il maestrale, che qui aspettano tutti con ansia.

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