Kosovo

di Calexandrìs

E quindi la guerra.

Io di guerra non ne ho mai viste nemmeno dopo che erano finite e adesso invece sono in mezzo a un paese in cui da tutte le parti le cose ti dicono che la guerra c’è stata e c’è.

Ora.
Non è che io voglia fare quella che si stupisce, dal momento che insegno storia, o quella che crede alla pace nel mondo (non credo per un cazzo alla pace nel mondo), ma quando uno legge legge.
Quando uno vede, vede.
Quando uno sente è brutto.

Io sono una che sente.
Sono una che in questo momento è circondata da case costruite nuove e bellissime con il giardino e le finestre con le tendine e io penso che lì dentro qualcuno è morto qualcuno ha pianto qualcuno ha gridato.
E che chi ci vive ha partecipato e ha vinto.
Oppure non ha partecipato e alla fine è lo stesso perché comunque se vivi in una casa ricostruita su una casa bruciata che non era la tua stai respirando il dolore di chi ha perso tutto.

Visitare un paese uscito dalla guerra vuol dire alla fine vedere il meglio e il peggio tutto insieme e non capire.
Vedere i bambini che giocano felici, le donne che chiedono l’elemosina sotto i memoriali dei morti in battaglia, i cimiteri pieni di ventenni che non compiranno mai trent’anni.
Le macerie e le strade lastricate
I giovani che prendono gli aperitivi in piazza e i militari che presidiano le minoranze.
Le case diroccate e i palazzi nuovi.

E tutto questo senza dimenticare mai che uno di quello che ti sta servendo il caffè magari tre anni fa sparava a una famiglia serba o albanese perché era serba o albanese.

E così pensi una cosa che è di una banalità estrema ma che senti tutta insieme.
Gli uomini fanno le guerre per dei motivi di una idiozia estrema.

Gli uomini non meritano né la vita né la Terra che hanno.

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