L’archivio delle promesse da marinaio

di Calexandrìs

Mi piacciono le parole dette bene.
Quelle che si dicono guardandosi negli occhi, quelle che promettono mondi nuovi, appena al di là dello sguardo.

Mi piacciono, infantilmente, le promesse.
Mi piacciono, stupidamente i vincoli delle promesse.
I faremo gli andremo.
Mi piacciono le prime persone plurali, e credo di averlo scritto un po’ ovunque in questo blog.

Mi piacciono ma non è che ci creda molto.
Io so quale debolezza portino dentro di sé le persone, so quanto fragili siano le nostre promesse, quanti inconvenienti possiamo incontrare per strada dopo che abbiamo detto a qualcuno “tra un’ora solo lì”.
Per questo non me la prendo nemmeno per i ritardi.
Io lo so che le persone credono di voler fare quella cosa assolutamente oggi, o domani, o tra una settimana.
Ma so che la lingua che usiamo tutti è una lingua fatta per lo più di “ci sentiamo” o “poi ti racconto”.
E so che dire “poi ti racconto” non vuole dire che poi mi racconterai davvero; ma è solo un modo per dire “ci sei e tengo conto di te”.

Per questo non mi faccio mai fare promesse specifiche, perché sono puerili.
E cerco di non memorizzare programmi generici, perché cambieranno appena cambierà il vento, da maestrale a libeccio.

Ma dentro la testa ho un archivio sterminato di parole pronunciate che non sono mai divenute cose reali, dove ogni giorno aggiungo una cosina, e le ultime cosine mi sembrano sempre peggiori di quelle vecchie, perché il tempo guarisce tutto, anche le delusioni delle promesse non mantenute.
E lo so che ci vuole tempo per dimenticare, e so di averne davanti, di tempo per dimenticare.

Ma in questa armonia di fine estate, mi chiedo perché devo fare sempre questo lavorio di attesa, quando invece basterebbe il silenzio, non parlare non dire non progettare non promettere e nemmeno fare delle ipotesi.

Perché io non conosco nessuno che sia stato felice grazie a delle ipotesi.

Annunci