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Mese: settembre, 2013

Momenti inspiegabili #1

Il momento in cui il randomizzatore dell’iPod manda Sally e ti metti a piangere, senza riuscire a fermarti né a capire per quale motivo tu pianga, ogni volta.

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L’amore liquido

Senza scomodare Baumann, che comunque mi è antipatico per averlo non tanto pensato quanto piuttosto giustificato, se penso alle ultime cose degli ultimi anni (ma non pochi anni, TANTI anni, tipo dal 2002, che sono 11 anni di fila) mi resta questo fastidio dell’invito a essere fluida, sciolta a cambiare direzione e idea.

Poi uno, che c’entra?, fa i programmi e li disfa secondo la necessità, e non muore quasi mai a disfare i programmi che ha fatto.
Magari si infastidisce un attimo, ma poi, dai, uno è grande; e quando uno è grande riconosce il fastidio, lo affronta, lo archivia come fastidio, appunto, niente di più.

Così cambio direzione e programma, cancello un’idea, imparo a non pregustarmi niente.

Qui dietro, sono sicura, c’è una lezione, e ho tutta l’intenzione di impararla, per l’ultima volta.

Sabato sera

Lo scorso anno a questa stagione uscivo tre sere a settimana, ogni settimana.
Avevo la scuola di teatro e quella di ballo.
Uscivo con le amiche per gli aperitivi, a cena, il sabato sempre in pizzeria.
Avevo cominciato a settembre, e non o smesso, fino a luglio.

In pratica chi voleva vedermi aveva sempre la possibilità di uscire con me.
Dopo due settimane per eccesso di impegni, però.

Sono scappata sempre, tutto l’anno.

Quest’anno ho cercato invano di prenderla con calma, ma il lavoro mi ha sommerso e il Master anche.
E i progetti di formazione.
Ma tirarmi fuori la sera è diventata un’impresa.

La prossima settimana dovrebbe ricominciare tutto, questo sì.
Ma in effetti non ho voglia.
Do buca agli amici, fingo di dimenticare aperitivi, non scrivo alla gente.
Non vado nemmeno a Torino.
Sto principalmente a casa.
Mi riposo.
Mi ricarico.

Ho bisogno di molta energia per un grande salto.

Segni

Oggi mi sono messa a piangere quattro volte.

La prima mentre parlavo di una storia finita.
La seconda mentre parlavo della morte di mia madre.
La terza mentre parlavo di un desiderio irrealizzabile.
La quarta mentre spiegavo perché mi fa paura la solitudine di questa città.

Sto benissimo, direi.

Comunque

Se ci penso, ci sono andata molto vicina, questa volta.

La prossima, secondo me, ce la faccio.
O tra due.
O tra tre.

O mai, anche.

(Ma un grosso divano arancione, me lo compro lo stesso)

Risposta alla domanda “che cosa voglio davvero?”

“Sennò chi ti dice cosa vuoi davvero?”

Questo mi scrive oggi uno che mi conosce bene, pensando che io non sappia cosa voglio.
Perché non l’ho mai saputo.
E invece.

Voglio una persona di cui potermi fidare così tanto da dargli tutto il mio cuore senza paura.
Qualcuno a cui essere fedele anche con il pensiero, qualcuno a cui svelare tutta me stessa, e che mi ami lo stesso.

Una persona che dica Noi, e che mi faccia sentire una famiglia.
Qualcuno con cui comprare una casa con una cucina chiara e un grosso divano arancione.
Uno con cui bere il caffè la domenica in silenzio e leggere le notizie del giorno e commentarle, anche.
Uno con cui guardare un film senza parlare, ma ogni tanto toccargli la mano.
Uno con cui mangiare insalata, andare a correre, viaggiare, leggere, lavorare in silenzio, andare in montagna, andare al mare, prendere degli aerei, vedere il mondo.

Con cui imparare una nuova lingua, buttare un sacco di vestiti, farmi crescere i capelli, cambiare paese, sentirmi sicura.
Uno che mi abbracci quando vede che sono triste e che mi mandi i fiori il giorno del mio compleanno.
Qualcuno con cui parlare di tutto e ridere di molto; un uomo da riconoscere dall’odore e con cui dormire il pomeriggio.

Un uomo che faccia l’amore con me per amore, e lo faccia spesso.
Qualcuno che giochi con me, che non mi prenda sul serio, che si faccia prendere in giro.
Uno che sia in prima fila a teatro, da accompagnare nei suoi progetti, con cui andare al cinema il mercoledì.

Un uomo che sia mio.
E io sua.

Uno che costruisca una nuova vita con me, un nuovo mondo, un nuovo futuro.

La malinconia di settembre

Non c’è niente da fare.

Inizia settembre, mi prende la solitudine, le cose da fare si accavallano e io non ho desiderio né energia.

Avrei bisogno di qualcuno che mi stringe.
Di qualcuno che mi parla.
Di qualcuno che mi tiene la mano.

Chissà se prima o poi ci sarà.

Con quella faccia un po’ così

Allora ieri sera metto le cuffie e apro l’IPad e mi guardo un paio di puntate di Lost (sì guardo Lost nel 2013, anche se danno GoT, allora?).

E come al solito c’è tutta quella sospensione dell’incredulità e poi un bel po’ di suspance, e a me Lost fa anche un po’ paura, che vi devo dire.

E poi c’è Sun che scopre di essere incinta e invece non dovrebbe essere possibile, perché Jin è sterile e allora l’avrà tradito, no?

Ma chissenefrega: sull’isola Locke cammina, figurati se Sun non può restare incinta, dai.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che lei dice a Jin di essere incinta e lui la guarda.
Ecco.
Io li odio gli attori bravi, cominciamo a mettere i puntini sulle I.
li odio perché gli attori bravi recitano con le luci degli occhi.

E l’attore che fa Jin cambia sguardo senza cambiare faccia, e per un istante, uno solo, io mi immagino che sia vero, perché secondo me quella è proprio la faccia che fa un futuro padre quando scopre di essere diventato un futuro padre.
E per un istante io mi sono immaginata esattamente questa scena, in cui la protagonista femminile non ero io, ma il protagonista maschile lo conosco bene.
E a partire da quella luce lì ho fatto tutta una serie di pensieri collegati che mi hanno scavato una voragine in fondo allo stomaco, e mi sono detta che quella cosa lì non ha alcun surrogato possibile, e non c’è niente da fare, se non mettersi a cancellare anche solo il pensiero, perché è un pensiero difficile da digerire, e tentare di digerire cose non digeribili fa ammalare, lo sanno tutti.

E ho pensato che la cosa più simile a quello sguardo lì l’ho vista un tot di volte quando ho detto a una persona “è pronta la cena”.

E questo pensiero qui, collegato con il sentirmi immensamente stupida per avere immaginato una vita vicino a qualcuno che si illumina in quel modo per la cena pronta, dico, mi ha mandato a letto con un magone che mi ha fatto piangere fino alle tre.

Va tutto bene, donna.
Va tutto, sempre, bene.

Le cose (non) cambiano

Comunque, se penso a me a qualunque età, io sono sempre stata come adesso.
Malinconica triste pessimista e leggermente disperata.

Con il tempo ho cambiato molte cose, soprattutto quelle esterne.
E ho imparato a sorridere a non arrendermi a non lasciarmi andare a non badare troppo alle cose che mi fanno venire il magone.

Ma appena sotto la superficie sono ancora quella persona lì, quella che felice non sa essere.

I rimorsi i rimpianti e il tempo perso

Sono una priva di rimpianti: ho avuto sempre il coraggio di fare le cose che volevo, anche quando erano sbagliate e lo sapevo prima.

Di cose sbagliate, e che sapevo prima che lo sarebbero state, ne ho fatte molte.
Ora, se fossi una di quelle che a volte sono, una che fa finta di essere arrivata vicina al Samhadi, scriverei che rifarei tutto.
Invece no, non rifarei tutto.

Per esempio non risponderei a un messaggio privato su un blog aperto nel 2005.
Perché adesso, anche a sapere che quel messaggio mi ha portato lontano, e mi ha insegnato molto, e mi ha fatto scoprire Venezia, ecco, penso che quando ho chiuso il conto, con quella storia lì, avevo imparato solo cose brutte.
E poi le cose brutte che impari non le dimentichi più.

Così, se non avessi risposto a quel messaggio su quel blog non avrei imparato cosa significa il sapore di sapersi traditi, o quello amarissimo di sentirsi usati, o di non essere amati, nemmeno poco.
E se penso a quello che mi ha lasciato, quella storia lì mi ha lasciato più ombre che luci, e di cose che lasciano ombre e non luci non ne voglio più.

Poi, tornando indietro, direi più no.
E mentirei di meno, soprattutto quando non serve.
O forse mentirei meno proprio quando servirebbe mentire, perché questa cosa di giocare continuamente a nascondersi, ad alludere, a non dire mai le cose chiaramente è stancante.
E sono stanca ancora adesso.

Se tornassi indietro il resto credo che lo rifarei uguale, però.
Verrei qui (ma se non avessi risposto a quel messaggio sul blog questo “qui” non esisterebbe), ma forse cercherei di sopportare di più di quanto ho sopportato.
O forse no, chi lo sa.

Sicuramente se tornassi indietro vorrei essere una che crede meno alle cose dette, una che parla meno, una che sogna meno, una che ci spera meno.
Essere una che ha una parola sola, un pensiero solo e un cuore cristallino e trasparente.

Una a cui piace essere banale, e che sia felice, per esempio.