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Mese: ottobre, 2013

Le cose che emergono

Non è una questione di perdono, anche se in generale, a un’occhiata superficiale sembra così.
È una questione che riguarda le cose che ricordo tutte insieme, che vengono su a galla come tappi di sughero, e a cui non penso da un pezzo.

Mio padre non è mai venuto a un mio saggio di danza, perché pensava che fossero cose frivole.
Poi lui odia la gente, e non sopporta di stare dove ce n’è.

Mio padre non mi ha mai accompagnato a scuola, perché aveva da andare a lavorare; sempre, anche di sabato.

Una notte stetti male, per una colica.
Era sabato e lui non c’era.
Mia madre mi accompagnò in taxi al pronto soccorso la mattina dopo, domenica.
Mio padre, quando lo seppe, non tornò per esserci.

L’anno della mia maturità mi si bloccò la mandibola.
Mia madre mi portò in pronto soccorso.
In taxi, perché non aveva la patente.
Era un pomeriggio; avvertì mio padre.
Lui non ci raggiunse, perché era in ufficio.

Anni dopo accadde un’altra volta; era notte.
Mia madre svegliò mio padre per dirglielo, poi prendemmo un taxi e andammo alle Molinette a farmi sistemare: lui continuò a dormire.

Tre giorni prima dell’inizio della terza liceo ebbi un banale incidente in casa e mi feci un male terrificante al collo.
Nelle notte stavo così male che mia madre chiamò un nostro amico medico che corse a soccorrermi.
Mio padre era in camera sua che dormiva.
Non si svegliò.

Quando fu il giorno della colonscopia di mia madre, lui lavorava, e la accompagnai io.
L’avevo già accompagnata qualche giorno prima a fare l’ecografia che aveva decretato che aveva delle metastasi al fegato: io non lo sapevo, ma lui sì, per altro.

Dopo la prima volta accompagnai mia madre a fare la chemioterapia sempre da sola.
Lui, d’altra parte, lavorava.

Il giorno dopo il funerale di mia madre, tornati a Torino, mi lasciò sul portone di casa per andare a vedere le cose in ufficio.

Seguirono anni di crisi di ansia, sue.
Di panico, sue.
Di insonnia, sue.

Io toccai il fondo davanti a lui almeno tre volte: una volta divenni anoressica; poi passai in una fase in cui dormivo 17 ore al giorno per fuggire al mio dolore; poi mi toccò la depressione, che mi fece perdere 11 chili in due mesi: non se ne accorse mai.
Forse sono una brava attrice; ma molto più probabilmente guardava da un’altra parte.

Se ora ci metto un pochino di impegno, di cose così posso farmene venire in mente a centinaia, senza che mi vengano in mente cose che ho condiviso con lui che non siano i viaggi da Torino a Grugliasco per accompagnare mia nonna a casa la domenica sera.
Un paio me li ricordo ancora, ma sono sicura che siano stati tantissimi; come tantissimi sono stati i giorni in cui ho lavorato insieme a lui, se ci rifletto.
Solo, non ricordo mio padre in nessuna circostanza che riguardasse me, o che fosse importante per me.
Laurea esclusa, mi viene da dire.
D’altra parte il giorno della mia Comunione era malato e quello della mia Cresima gli giravano i coglioni.
Per il mio matrimonio aveva la crisi di abbandono, e quando traslocai la prima volta non venne mai a trovarmi per dimostrarmi che non era d’accordo.

Ora, dopo anni, tanti, tantissimi, ho imparato che mio padre è come un gatto a cui io mi sono ostinata a insegnare a fare bau: non è possibile, quindi alla fine ho smesso di provarci.

Quindi non è questione di perdono, perché il perdono presuppone una colpa, e i gatti non sanno fare bau, anche a provarci.
Ci si può rompere la testa, eh, ma tanto non puoi colpevolizzare un gatto che non sa abbiare, se ci pensi bene.

Ma ha a che fare con qualcosa che non c’è, che non ho ricevuto e di cui sento la mancanza da sempre.
Qualcosa che mi tiene qui in ansia ma mi radica ogni giorno nella consapevolezza che nulla mi fa bene come essergli lontana.
Qualcosa che mi rende una invalida emotiva e che continua a rovinare la vita mia e di chi mi sta accanto.

“Tu non capisci”

Mi era già successo nella vita.
Di arrabbiarmi molto con quelli che minimizzano.

Gente a cui apro la porta e mostro il mio dolore, io che sono una che il dolore non lo mostra quasi mai a nessuno, perché non è un bello spettacolo, ammettiamolo, e quella gente quando lo guarda, quel dolore lì, in quella situazione lì, mi dice parole a caso, parole che insultano come sto.

Non persone cattive.
Ma persone che non sanno dire le cose giuste, e con il tono giusto.
Persone che dicono “vedrai, andrà meglio” e nemmeno sanno di cosa parlano, quando dicono ‘sta cazzata.
Oppure persone che ti spiegano cosa dovresti fare, che però nella vita non hanno mai avuto un problema che sia uno, e quindi in realtà non lo sanno manco per il cazzo che cosa dovresti fare.
Gente che piagnucola davanti a un’unghia scheggiata, e che fa la voce grossa con te, spiegando come e perché.

E io mi scopro ad essere arrabbiata come ero diciassette anni fa.
Ma non serve, ed è puerile.

Così respiro, accendo una candela, vado a letto.

L’arte della minimizzazione e della noncuranza

La sera prima di sposarmi, mentre ero lì che riflettevo tra me e me su questa strana cosa che stavo per fare,  mia cugina tutta agitata mi chiese: “ma non sei agitata?”

E io risposi: “No, è solo un matrimonio”.

Ecco.
In realtà io ero agitata, perché mille voci intorno a me cercavano di avvertirmi che stavo facendo una enorme cazzata, e poi pochi mesi prima io mi ero stra-innamorata di uno, e non sono cose che non ti fanno venire dei dubbi.
Ma io sono una che è brava a dimenticare i propri dubbi, o almeno lo ero, e quindi nulla, mi sposai.
Durante il matrimonio ero sorridente e serena.
Per due anni piansi tutte le mattine, e poi cambiai aria.

Quando, tre anni fa, quasi, ricevetti la notizia del trasferimento qui, andai dritta in terra, svenuta.
Poi mi rialzai, scoprii che il trasferimento era a quaranta chilometri da Firenze, mi disperai per un istante, poi presi la macchina, andai da mio padre, e così, in modo neutro, glielo dissi: “Mi hanno trasferito a Castelfiorentino”.
Lo dissi con una tale noncuranza che nessuno seppe mai che non ero contenta, e quando il mio augusto genitore mi fece presente che un alberghiero in cui fare la pendolare non era il massimo per me come insegnante  e nemmeno per me come persona, feci spallucce e dissi “Al massimo torno indietro; un altro trasferimento me lo ridaranno, prima o poi”.

Mi cagavo sotto, in realtà, ma pronunciai quelle parole con una tale leggerezza che sembrava che non mi importasse affatto, quello che stavo facendo.
E a furia di far finta che non mi importasse, ho smesso di pensarci.
L’ho fatto e basta.
L’ho sdrammatizzato, gli ho tolto valore, l’ho reso digeribile e insipido.
Così insipido che non mi ha lasciato niente, o poco.

Ma dentro di me sento risuonare le mie parole “È solo un trasferimento; al massimo torno indietro”.

Ora, sabato sono successe delle cose bellissime.
Così belle che ci sono stati momenti interi in cui ho pensato “Dio prendimi ora, perché non posso essere più felice e appagata di così, e non c’è nulla che può accadere che sarà altrettanto bello mai”.
Naturalmente una vocina dentro di me ha cominciato subito a remare in senso contrario “È solo un giorno uscito bene, magari non ce ne saranno più”, sussurra.
Ma lo sussurra voce alta.

Solo che mentre ero lì che stavo per dirlo a voce alta, per la prima volta in vita mia, ho messo a tacere la Signorina Noncurante e ho messo in parole le cose che ho sentito.
Perché giorni come quelli sono giorni eccezionali, e perfetti, ed emozionanti, e importanti.
E io voglio che ce ne siano ancora.
E non sono cose che “non importano”.
Perché, per una volta tanto, importano.
Eccome, se importano.