Le cose che emergono

di Calexandrìs

Non è una questione di perdono, anche se in generale, a un’occhiata superficiale sembra così.
È una questione che riguarda le cose che ricordo tutte insieme, che vengono su a galla come tappi di sughero, e a cui non penso da un pezzo.

Mio padre non è mai venuto a un mio saggio di danza, perché pensava che fossero cose frivole.
Poi lui odia la gente, e non sopporta di stare dove ce n’è.

Mio padre non mi ha mai accompagnato a scuola, perché aveva da andare a lavorare; sempre, anche di sabato.

Una notte stetti male, per una colica.
Era sabato e lui non c’era.
Mia madre mi accompagnò in taxi al pronto soccorso la mattina dopo, domenica.
Mio padre, quando lo seppe, non tornò per esserci.

L’anno della mia maturità mi si bloccò la mandibola.
Mia madre mi portò in pronto soccorso.
In taxi, perché non aveva la patente.
Era un pomeriggio; avvertì mio padre.
Lui non ci raggiunse, perché era in ufficio.

Anni dopo accadde un’altra volta; era notte.
Mia madre svegliò mio padre per dirglielo, poi prendemmo un taxi e andammo alle Molinette a farmi sistemare: lui continuò a dormire.

Tre giorni prima dell’inizio della terza liceo ebbi un banale incidente in casa e mi feci un male terrificante al collo.
Nelle notte stavo così male che mia madre chiamò un nostro amico medico che corse a soccorrermi.
Mio padre era in camera sua che dormiva.
Non si svegliò.

Quando fu il giorno della colonscopia di mia madre, lui lavorava, e la accompagnai io.
L’avevo già accompagnata qualche giorno prima a fare l’ecografia che aveva decretato che aveva delle metastasi al fegato: io non lo sapevo, ma lui sì, per altro.

Dopo la prima volta accompagnai mia madre a fare la chemioterapia sempre da sola.
Lui, d’altra parte, lavorava.

Il giorno dopo il funerale di mia madre, tornati a Torino, mi lasciò sul portone di casa per andare a vedere le cose in ufficio.

Seguirono anni di crisi di ansia, sue.
Di panico, sue.
Di insonnia, sue.

Io toccai il fondo davanti a lui almeno tre volte: una volta divenni anoressica; poi passai in una fase in cui dormivo 17 ore al giorno per fuggire al mio dolore; poi mi toccò la depressione, che mi fece perdere 11 chili in due mesi: non se ne accorse mai.
Forse sono una brava attrice; ma molto più probabilmente guardava da un’altra parte.

Se ora ci metto un pochino di impegno, di cose così posso farmene venire in mente a centinaia, senza che mi vengano in mente cose che ho condiviso con lui che non siano i viaggi da Torino a Grugliasco per accompagnare mia nonna a casa la domenica sera.
Un paio me li ricordo ancora, ma sono sicura che siano stati tantissimi; come tantissimi sono stati i giorni in cui ho lavorato insieme a lui, se ci rifletto.
Solo, non ricordo mio padre in nessuna circostanza che riguardasse me, o che fosse importante per me.
Laurea esclusa, mi viene da dire.
D’altra parte il giorno della mia Comunione era malato e quello della mia Cresima gli giravano i coglioni.
Per il mio matrimonio aveva la crisi di abbandono, e quando traslocai la prima volta non venne mai a trovarmi per dimostrarmi che non era d’accordo.

Ora, dopo anni, tanti, tantissimi, ho imparato che mio padre è come un gatto a cui io mi sono ostinata a insegnare a fare bau: non è possibile, quindi alla fine ho smesso di provarci.

Quindi non è questione di perdono, perché il perdono presuppone una colpa, e i gatti non sanno fare bau, anche a provarci.
Ci si può rompere la testa, eh, ma tanto non puoi colpevolizzare un gatto che non sa abbiare, se ci pensi bene.

Ma ha a che fare con qualcosa che non c’è, che non ho ricevuto e di cui sento la mancanza da sempre.
Qualcosa che mi tiene qui in ansia ma mi radica ogni giorno nella consapevolezza che nulla mi fa bene come essergli lontana.
Qualcosa che mi rende una invalida emotiva e che continua a rovinare la vita mia e di chi mi sta accanto.

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