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Mese: novembre, 2013

17

Ero convinta, martedì, che oggi sarei stata malissimo e avrei scritto un post in memoria.

Invece sono andata a pranzo con un’amica, e ho brindato con un bicchiere di prosecco al mio lutto, che l’anno prossimo, proprio oggi, diventa maggiorenne.
E ci siamo dette, con la mia amica, che quando diventa maggiorenne posso farlo partire per una vacanza, o fargli trovare una casa da solo, invece di continuare a ospitarlo.

E ho brindato alla mia mamma, che non c’è più da tanto tempo.
E ho raccontato di come mia madre mi abbia insegnato la leggerezza e a ridere spesso.

Così sono tornata a casa e ho fatto cose normali, e belle.

E quindi sono sul divano con la copertina, e penso che sono diciassette anni che sono senza mia madre.
E che sono diventata grande senza di lei.

Uno non ci pensa, ma si diventa grandi lo stesso.
E non è stato nemmeno sempre male, a pensarci bene.

Ciao, mamma.
Guardami, che qualcosa di buono da farti vedere ce l’ho.

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Novembre

È da un paio di giorni che ho questo verme che mi gira nella pancia, e lo riconosco, che è il verme della mancanza.
Ma ho un appuntamento su questo blog e l’appuntamento è il 16, e mancano quattro giorni al 16, e questa cosa di mettermi avanti con il dolore non mi piace, perché il dolore non bisogna cullarlo nutrirlo o, peggio, coltivarlo.

È che per il secondo anno di seguito sono lontana da chi amo, il 16 novembre.
16 novembre che sarà per sempre il giorno in cui ho perso la cura, e senza cura non si può mica stare.
E penso al primo anno che ero qui, che tutto stava già per andare male, e anzi, forse ci andava già, male, ma il 16 novembre passò senza che io piangessi, e mi ero detta brava, questa volta hai capito che per esorcizzare il dolore basta amare ed essere amati, e adesso tu ce l’hai l’amore da dare e da ricevere.
E infatti ero serena, e non piangevo, e mi sembrava che non mi mancasse niente.

Poi, che c’entra, uno impara, un passo alla volta, e fa anche se gli manca qualcosa, e si abbraccia stretta, e beve tè caldo, e fa lunghe docce, e magari mangia biscotti anche se non dovrebbe, progetta diete, compra libri.
Prega.
Ascolta musica triste e poi ascolta musica allegra, perché la morte è una festa, se ci si pensa.

E niente, è novembre, sono a Firenze, sono in piedi.
Posso farcela, altroché.

Dell’avere fame

È che occorre ricordarsi di avere fame, perché la fame è il motore del mondo.

Poi, fame.
Basta anche solo ricordarsi che, come diceva un tale, la Morte ci segue a mezzo metro di distanza dietro la nostra spalla sinistra, per mettere le cose in prospettiva e per smettere di pensare “lo faccio la settimana prossima, il mese prossimo, l’anno prossimo”.

Invece no, mai.
Siamo geneticamente programmati per abituarci, per cui io sono una che adesso sta in una casa che quando c’è caldo ci sono 19 gradi e mi pare una temperatura giusta, io che starei a 23 gradi in maglietta.
Oppure ci si abitua a non mangiare il pane o la pasta tutti i giorni.

Mi abituai, all’epoca, a ripulire il port di mia madre mentre faceva la chemio, mi abituai alla chemio che la faceva stare male e le somministravo medicine a buone parole, figurarsi se non ci si abitua al pane sciapo o a una casa buia e umida, o a una vita insoddisfacente.

È che bisognerebbe coltivare la propria fame, e correre, e afferrare le cose che vogliamo oggi, perché la vita è brevissima, la morte ci rincorre veloce, la felicità è sfuggente, e l’abitudine e la comodità ti fottono sempre.
Come diceva un altro tale.
Che ho amato tanto, e che oggi non sarebbe per niente fiero di me se mi vedesse accontentarmi.
Infatti non lo è, fiero.
Come non lo sono io.

Lettera

Cara bambina di otto anni che ti nascondi qui dentro, da qualche parte,
io lo so come stai, sai?

Hai un estremo bisogno, a volte, o spesso, a seconda dei periodi, delle difficoltà, dei giorni del mese, del tempo, di un adulto che si cura di te, che ti abbraccia, che ti dica “ci penso io” e che ti rassicuri dicendoti quello che nei film i genitori dicono sempre ai bambini prima di dormire “ti voglio bene”.

Io lo so come ti senti, perché ti tengo qui, da qualche parte sotto lo sterno, e ti sento agitare, e battere i piedi, e vedo che hai la bocca con gli angoli rivolti in giù è le lacrime che premono per uscire anche se fai finta di niente e guardi fuori dalla finestra le lucine delle case che ti ricordano sempre Natale.

Io lo so che vorresti scendere da questo mondo grande e metterti a sedere su un gradino e piangere e piangere e piangere fino a farti venire mal di testa, sicura che a furia di piangere e singhiozzare qualcuno si fermerà, ti darà un fazzoletto di stoffa, come quelli che usavi quando avevi la mamma, e ti chiederà che cosa c’è che non va.
E allora tu potresti raccontare che non c’è niente che non va, ma che non sei abbastanza grande, e abbastanza forte, e abbastanza coraggiosa, e che vuoi le coccole, vuoi sederti in braccio della mamma e chiederle di consolarti, e vuoi avere un papà che risolve i problemi e non te ne crea, e vuoi giocare, sicura che gli adulti penseranno alle cose serie, perché le cose serie non sono i compiti dei bambini di otto anni, che sono occupati a crescere e a scoprire le bellezze del mondo.

Cara bambina di otto anni che ti nascondi qui dentro,
devo dirti una cosa.

Intanto non hai più otto anni.
Intanto non c’è la mamma da cui andare a piangere perché ti sei sbucciata le ginocchia.
E papà ha da fare altro, che per altro non è una novità, quindi smetti di frignare per questa cosa.

Cara bambina di otto anni che ti nascondi qui dentro,
io sono la tua adulta.
Se hai bisogno di essere abbracciata devi chiederlo a me, se hai bisogno di essere consolata devi chiederlo a me, se vuoi giocare, devi prima finire i compiti.

Cara bambina di otto anni,
io lo so che per te spesso non sono abbastanza brava, o abbastanza grande, o abbastanza rassicurante.
Lo so, e mi dispiace.
Ma ci siano solo io e te, qui; quindi, per favore, aiutami smettendo di chiedermi cose impossibili, e cerca di essere serena, non fare i capricci.
Accontentati di quello che c’è.

Soffiati il naso.
Dammi la mano.
Ti voglio bene.