Dell’avere fame

di Calexandrìs

È che occorre ricordarsi di avere fame, perché la fame è il motore del mondo.

Poi, fame.
Basta anche solo ricordarsi che, come diceva un tale, la Morte ci segue a mezzo metro di distanza dietro la nostra spalla sinistra, per mettere le cose in prospettiva e per smettere di pensare “lo faccio la settimana prossima, il mese prossimo, l’anno prossimo”.

Invece no, mai.
Siamo geneticamente programmati per abituarci, per cui io sono una che adesso sta in una casa che quando c’è caldo ci sono 19 gradi e mi pare una temperatura giusta, io che starei a 23 gradi in maglietta.
Oppure ci si abitua a non mangiare il pane o la pasta tutti i giorni.

Mi abituai, all’epoca, a ripulire il port di mia madre mentre faceva la chemio, mi abituai alla chemio che la faceva stare male e le somministravo medicine a buone parole, figurarsi se non ci si abitua al pane sciapo o a una casa buia e umida, o a una vita insoddisfacente.

È che bisognerebbe coltivare la propria fame, e correre, e afferrare le cose che vogliamo oggi, perché la vita è brevissima, la morte ci rincorre veloce, la felicità è sfuggente, e l’abitudine e la comodità ti fottono sempre.
Come diceva un altro tale.
Che ho amato tanto, e che oggi non sarebbe per niente fiero di me se mi vedesse accontentarmi.
Infatti non lo è, fiero.
Come non lo sono io.

Annunci