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Mese: dicembre, 2013

Le due e un quarto

Non è che stanotte io abbia dormito un granché, se alle due e un quarto facevo pensieri filosofici e alle otto e mezza facevo colazione, ma tant’è.

Stanotte, alle due e un quarto, ho pensato un sacco di cose, ne ho ricordate un sacco di altre, che erano collegate alle prime, e ho capito un cosa.
Ho capito perché mentiamo.

Noi mentiamo per paura, certo.
Per non ferire gli altri, anche.
Per salvarci il culo, soprattutto.

Ma, più di ogni altra cosa, mentiamo perché non riusciamo a fidarci di chi ci dice ti amo.
Perché conosciamo abbastanza bene e abbastanza a fondo l’oscurità che ci abita, e non riusciamo a credere che chi ci dice ti amo sappia poi amarci così tanto, o così bene, da perdonare i nostri errori.
Così mentiamo per sfiducia nell’amore, e perché guardiamo con aria diffidente il perdono.

Imparassimo a perdonare noi stessi, e gli altri, allora forse sapremmo che il perdono è possibile.
E allora, di sicuro, sapremmo che possiamo dire la verità.

Freud ne capiva

Stanotte ho sognato che facevo una visita alla mia casa di Torino.

Mi affacciavo al balcone della mia camera da letto, e trovavo l’albicocco del cortile sradicato.
Dove c’era quell’albero, che era stato uno dei motivi per cui avevo scelto quella casa, c’era del cemento.
Nel sogno cercavo di trovarne il lato positivo: mi dicevo che così avrei visto il roseto del vicino di casa, ma quel cortile così vuoto mi metteva le lacrime agli occhi.

Poi, mentre cercavo di farmi una ragione di questa cosa, la persona che era con me, un uomo che ho amato in passato, non so chi, si accorgeva di una stranezza, e mi faceva notare che la parete della camera era ricoperta da una lunga tenda bianca.
La mia inquilina, quindi, aveva coperto il murales che dà il nome a questo blog.

Aprendo le tende, mi rendevo conto del perché.
Il murales, che era stato bellissimo e mi aveva fatto sorridere a ogni risveglio per anni, era crepato.
C’erano dei pezzi che penzolavano, era scrostato.
Lei l’aveva coperto per salvaguardarne la bellezza restante.

Io, con l’aiuto di questo uomo che era con me, cominciai a toglierlo via, pezzo a pezzo.
E nel giro di poco, al posto del mio sole, restava una parete bianca, mezza scrostata.
Lo guardavo negli occhi, e dicevo, piangendo: se non posso avere una cosa bella, preferisco non avere niente.

Poi, mi sono svegliata.

20) L’Apocalisse è ampiamente sopravvalutata.
Può finire il mondo, e tu restare semplicemente viva.

21) In cauda venenum.
I latini, maledizione, erano saggi.

In progress, dicevamo

17) A volte le cose finiscono per un gioco che non si è capito.

18) Sono una bravissima a raccontarsela. Ad aggiustarsela. A cambiare il punto di vista. A non volere le cose che non posso avere.
Solo che alla fine, a furia di tenere a bada i miei sogni, non so più che cosa voglio.

19) Penso meno a morire.
Ma sento le sirene che escono dallo stanzino buio, ospite della mia anima, ogni giorno.
Solo, non mi avvicino mai.
Ho imparato che di depressione non si guarisce.
Semplicemente, si resta vivi.
Almeno per un po’.

2013 Post in progress

È stato un anno denso, e quindi lo scriverò a rate, quello che ho imparato.

Nel 2013 ho imparato che:

1) So prendere un aereo da sola, anche per andare a Tirana.
E prendere un aereo da sola mi piace un sacco, anche se mi fa un sacco di paura.

2) Amo il Nord, anche se fa freddo. Mi piace il Nord vuoto, desolato, con la luce fino a tardi, il paesaggi lunari, la pochissima gente, le persone bionde, il senso di disperso che solo un’isola nel nulla in mezzo a un pezzo di Mare del Nord ti può dare.

3) Patisco l’inverno più dell’estate, e la primavera più di tutto il resto. In primavera mi ammalo, piango, ho dolori strani. In estate rinasco, in barba alla pressione bassa, che forse non ho più.
Invece l’inverno e il freddo mi fanno venir voglia di piangere.

4) Non ho più voglia di vivere da sola.
Non che sola non sappia stare, o non mi piaccia stare, anzi.
Ma è il vivere, da sola, che non ho più voglia di affrontare.
La sicurezza di sapere che c’è qualcuno che se hai freddo ti porta una seconda coperta così non devi scoprirti per cercarne una, o qualcuno che quando è tardi ti prepara un piatto di pasta sta diventando quasi un’esigenza per non sentirmi assediata dalla mia indolenza e dal rumore sordo dell’infelicità.
So che alla fine è solo una comodità, e la comodità “ti fotte sempre” come dice il mio guru, ma alla fine è vero, che ti fotte, e so che potrei rinunciarci, certo, ma preferirei di no, e questo è un dato di fatto.

5) Vivo in un posto diverso da dove vivo realmente.
Vivo su una carrozza di un frecciarossa a caso, continuamente a metà tra un posto e un altro.
Ho già smesso di coltivare le mie amicizie qui a Firenze perché sogno di andarmene, anche se molte cose mi convengono, qui.
Vivo nel nulla, o in un nebbioso futuro, che spero diventerà più chiaro, magari presto.

6) Non ho figli, non ne avrò, ne vorrei, ne vorrò sempre.
Mi mancheranno.
Mi accontento di educare i figli degli altri, e cerco di convincermi che prendo il meglio.
So che è falso, ma almeno è qualcosa.
So che non ho figli non per una scelta sbagliata, o per una valutazione errata, ma perché il caso ha voluto che incontrassi sempre gli uomini sbagliati; o forse, ho scelto sempre gli uomini sbagliati apposta.
Non importa.
Quello che conta è che ho smesso di aver paura di dirlo, che vorrei dei figli, e ho smesso di aver paura di dirlo, che mi dispiace che non ne avrò.
Da quando lo ammetto, per altro, va meglio.
Forse lo accetto.
O forse, semplicemente, ho fatto pace con una me che si assume delle responsabilità, anche questa, tra le altre.
Sarebbe stato bello fosse stato diverso, credo.
Ma ci sono e ci saranno cose belle ugualmente; senza dubbio.

7) Sono pigra, lenta e rimugino troppo.
Amo dormire di giorno e non sarò mai una mattiniera.
Non sarò mai nemmeno una sportiva, ma mi sono riappropriata della danza, e mi sembra un dono bellissimo.

8) Quel che non ammazza invecchia.
A ottobre mio padre mi ha fatto venire tutti i capelli bianchi.
Ho avuto paura di crollare nuovamente nell’incubo che fu la malattia di mia madre, ma ho deciso che non lo farò.
Sono più grande di allora, e meno dipendente. E ho la mia vita, finalmente.
Storta, difettosa, problematica e incasinata, ma mia.

9) Non sono incline al perdono.
Ricordo ogni singola azione che mi ha ferito in passato, e sotto un superficiale sorriso nascondo ferite profonde pronte a riaprirsi a ogni minimo accenno.
Sono più fragile di quanto credessi.
Sono più stanca di quanto credessi.
Sono più amareggiata di quanto credessi.
Devo togliermi questa fragilità, questa stanchezza e questa amarezza da dosso, se voglio ricominciare.

10) Amo in modo meno ossessivo ma più maturo.
Sono in grado di stare senza chi amo per lunghissimi giorni.
Posso sopravvivere alla mancanza, alla lontananza, anche al silenzio.
Ma detesto sentire chi amo lontano dal cuore, e a volte capita, lo sanno tutti.

11) Mi piace passeggiare per Ginevra tenendo una bambina per mano.

12) Vorrei vedere il mondo.
Anzi, di più.
Vorrei mollare tutto e andare via, e vivere non so bene come non so bene dove cercando odori nuovi, visioni nuove, parole e suoni nuovi.
Non vorrei tornare.
Ma vorrei, questo sì, mettere radici da un’altra parte.
Ricominciare, davvero, un’altra volta, altrove.

13) Voglio imparare davvero l’inglese, sennò che mi racconto a fare che voglio vedere il mondo, dico io.

14) Sono caduta, mi sono rotta molte cose, le ho rimesse a posto.
Alcune hanno smesso di fare male, così, tutte insieme.
Altre ogni tanto, nelle giornate di pioggia, mi fanno mancare il fiato e mi fanno salire le lacrime agli occhi.
Ma nonostante tutto so essere molto felice, a volte.
Più spesso di quanto oso ammettere.

15) Vorrei addormentarmi e svegliarmi in un altrove in cui qualcuno abbia magicamente messo a posto le cose che non vanno nella mia vita.
Non succederà, ma ogni tanto mi addormento sognando che accada; e mi basta questo per alzarmi di buon umore.

16) Amo il mio lavoro, ogni giorno, anche in quelli difficili.
Che è, credo, alla fine, la mia più grande benedizione.

Come si chiama

Come si chiama quel sentimento di angoscia che mi prende quando penso che non appartengo a nessun posto?
Che non sono in grado di essere tutta in niente di quello che faccio che non sia la scuola, che invece mi regala il miracolo della completezza?

Come si chiama sentirsi in viaggio, e nomade, e non avere un programma e dover continuamente rinunciare a qualcosa per averne un’altra, e non sentirmi parte di un gruppo di teatro perché si vedono quando non ci sono, e non sentirmi parte di una famiglia perché mi ci sono nascosta da quella famiglia per quaranta interi anni, e non vivere completamente dove vivo, ma non sentire più casa Torino, e non sentire nessun luogo casa, e comunque non esserci mai, a casa?

Come si chiama questa voglia di scomparire che ogni tanto mi prende e vorrei sciogliermi in lacrime?

Potrebbe essere PMS.
Oppure libertà.

(Mi metto nel mio posticino segreto, quello che quando ci vado mi fa sentire attaccata alla terra, e solo dopo, quando sto meglio, vado a dormire)