Freud ne capiva

di Calexandrìs

Stanotte ho sognato che facevo una visita alla mia casa di Torino.

Mi affacciavo al balcone della mia camera da letto, e trovavo l’albicocco del cortile sradicato.
Dove c’era quell’albero, che era stato uno dei motivi per cui avevo scelto quella casa, c’era del cemento.
Nel sogno cercavo di trovarne il lato positivo: mi dicevo che così avrei visto il roseto del vicino di casa, ma quel cortile così vuoto mi metteva le lacrime agli occhi.

Poi, mentre cercavo di farmi una ragione di questa cosa, la persona che era con me, un uomo che ho amato in passato, non so chi, si accorgeva di una stranezza, e mi faceva notare che la parete della camera era ricoperta da una lunga tenda bianca.
La mia inquilina, quindi, aveva coperto il murales che dà il nome a questo blog.

Aprendo le tende, mi rendevo conto del perché.
Il murales, che era stato bellissimo e mi aveva fatto sorridere a ogni risveglio per anni, era crepato.
C’erano dei pezzi che penzolavano, era scrostato.
Lei l’aveva coperto per salvaguardarne la bellezza restante.

Io, con l’aiuto di questo uomo che era con me, cominciai a toglierlo via, pezzo a pezzo.
E nel giro di poco, al posto del mio sole, restava una parete bianca, mezza scrostata.
Lo guardavo negli occhi, e dicevo, piangendo: se non posso avere una cosa bella, preferisco non avere niente.

Poi, mi sono svegliata.

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