lacasadelsole

Just another WordPress.com site

Mese: gennaio, 2014

Frammenti

Ieri sera c’era un’aria di neve, e allora pensavo a quella cosa che dico sempre, che suona come “nevica” “anch’io” e pensavo che sono stanca di dirti che nevica al telefono, ma poi pensavo che magari da vicino invece che “Nevica” ti direi cose meno romantiche, e allora mi sono sforzata di pensare che forse, come per altro sempre, le cose sono perfette così, come sono, ed è inutile lo sforzo di cambiarle.

Poi riflettevo e mi chiedevo quali sarebbero le nostre quotazioni, se fossimo cavalli in palio per il Derby; ma forse non lo voglio sapere, e illudermi pensando che siamo i favoriti.

Poi mi è venuta in mente quella cosa che tradurre e un po’ tradire, perché tradurre significa tradire il senso, e allora riflettevo su cosa significhi invece tradire, che qualcuno, non ricordo più chi, ma forse Galimberti, diceva che il tradimento è necessario all’evoluzione, ed è il motore del mondo.
E ci rifletto, e penso a cosa sia per me, vedere tradotto il senso di chi siamo stati; e penso che forse sarebbe stato meglio di no, ma chi lo sa, poi, davvero.
Perché le cose si vedono alla fine di tutto, e noi siamo un abbozzo, quindi per capire cosa è successo occorre aspettare che io quadro sia completo.

E così mi sono ricordata che la prima volta che un fiorentino è venuto qui da me, e io l’ho tenuto a distanza, mentre lo accompagnavo in stazione gli ho detto “cerca una brava ragazza vicina, comoda da vedere, e facci cinque bambini”.
(La gente non mi ascolta, va detto).

Così mentre salivo dal garage pensavo a questa cosa di avere una fidanzata vicina, e mi chiedevo quanto manca prima che tu ne trovi una più pratica da abbracciare, e che ti soddisfi così tanto in ogni tuo angolo nascosto da farti sentire a casa.

Poi ho alzato lo sguardo, e ho pensato che ho dimenticato larghe parti della mia vita, e non so perché l’ho pensato proprio in quel momento, ma alla fine credo che vada bene così, perché si dimenticano le gioie, ma, anche, e soprattutto, i dolori.

Equilibri (Un post che è un memorandum, e non parla di me. Non troppo, almeno)

È, come sempre, soprattutto un bisogno di equilibrio.

Non essere a credito, non essere a debito; pagare le cose al 50 per cento, quando non si parla di denaro.
Investire ognuno il massimo per la sua parte.
Se si dice insieme, che sia insieme.
Se si dice verità, che sia verità.
Se si dice aiuto, che sia reciproco.

Quella roba lì, “a ognuno secondo il suo bisogno e da ognuno secondo le sue possibilità” io non credo che funzioni nella società, e dico purtroppo, ma deve funzionare nelle relazioni.
Un po’ per uno.
Un passo a testa.
Ma guarda: sono disposta anche a farne due, o tre, o quattro.
Ma poi tocca a te, no?

Perché se non tocca a te mai, se tu non paghi la tua parte di debito con il destino, se non ci metti il tuo pezzo di cuore, il tuo pezzo di vita, la tua parte (e che sia consistente, anche) io per un po’ amerò per due.
Poi amerò solo te e non me.
Poi non amerò più te, perché chi non ama se stesso non può amare gli altri.
Poi coverò il rancore, perché chi ha smesso di amare se stesso per amare un altro poi si arrabbia, a posteriori e sbagliando, con quell’altro.
Poi ti chiederò il conto.

Sarà salato, e le cose belle finiranno tutte.

Ho questo post qui, che ogni tanto lo penso, prima di dormire, e mi viene un po’ di magone, e allora decido di non scriverlo.

Così riesco a stare due giorni in pace, se trovo il tempo di sedermi, e respirare, e liberare la mente e quando riesco a farlo faccio pensieri nuovi, o antichi, o ricordo cose che pensavo dimenticate.
Ieri sera in un momento ero in corso Racconigi ed era il Natale del 2003 o forse poi probabilmente del 2004, e io avevo una lunga gonna nera di velluto e gli anfibi e guardavo le bancarelle nel buio dei pomeriggi dicembrini domenicali, quando anche i mercati sono aperti.
Guardavo le bancarelle e volevo scegliere qualcosa di natalizio per la casa spoglia che avevo affittato da poco (e allora era il 2003, ma non è questo che importa, davvero).
Ed ero triste perché era una domenica così, una domenica in cui ero la metà di niente, e io ero sempre stata abituata a essere la metà di qualcosa, o di qualcuno.
E ieri sera pensavo che quella giornata lì è una di quelle giornate da ricordare, perché se si riesce a passare una domenica così e restare in piedi, allora cosa c’è di peggio.
O tutti quei sabati sera con il telefono (avevo due telefoni, perché con uno dovevo essere sempre rintracciabile) a fianco e muto, in cui nessuno mi scriveva o mi chiamava.
E ricordo una sera, ed era sempre inverno, che si autoinvitò a casa lì un amico che non vedevo mai portandomi la cena cinese, e mi salvò la vita, senza saperlo, quella sera.

Ecco, pensavo questo, ieri sera.
E pensavo che mi piacerebbe essere una di quelle persone che sa scrivere di queste cose qui, dell’odore di una casa con i soffitti di legno e la solitudine, scelta e subita al cinquanta per cento.
E il senso di abbandono, ma anche di appartenenza, perché vivevo sulla mano di un gigante, e mi bastava farci attenzione per sentirmici.

Non come adesso, che non sono su una strada né su una mano che mi cura, per essere chiari.

Ma comunque tutto sta nel fatto che ho un post da scrivere, su questi giorni, su questi pensieri, sulle cose che succedono e soprattutto su quelle che non succedono, e invece non lo scrivo, perché stasera un amico cui voglio un bene dal profondo del mio cuore mi ha ricordato che esistono le profezie che si auto avverano, e infatti mi sto comportando come una lagna.
Un gatto attaccato ai coglioni, si dice qui.
E si sa che i gatti attaccati ai coglioni sono un animale da intenditori, non è che tutti ne vogliono uno, e quindi faccio silenzio in fondo alla testa, metto le cuffie, alzo il volume, e guardo un pezzo della terza serie di Lost, che sono una all’avanguardia,

Nell’ultima stanza in fondo a destra, lo so, ho memorizzato un cambio di suono, una contentezza immotivata (che ieri era una scontentezza immotivata), un tono diverso, che lo so che sono indizi.
Solo che non ho voglia di fare a miss Marple, stasera, e allora li lascio lì a sedimentare.

Tanto lo so che non sono casi, tanto lo so, che, come ogni volta, vogliono dire qualcosa e prima o poi lo scoprirò.
Poi sarà troppo tardi, quel giorno lì.

Ma avrò il gusto di guardarmi allo specchio e dirmi “te l’avevo detto”.
Così, se non potrò essere felice almeno avrò avuto ragione.
E insomma, il fieno in cascina si sarà portato a casa anche quel giorno.

20140102-153011.jpg
20140102-152914.jpg

Chissà chi lo diceva

Sfoglio il blog degli ultimi mesi, e mi viene in mente Proust, o forse non era Proust, che diceva che non è che scrivesse solo quando era triste, era solo che quando era felice usciva.

E infatti.