di Calexandrìs

Ho questo post qui, che ogni tanto lo penso, prima di dormire, e mi viene un po’ di magone, e allora decido di non scriverlo.

Così riesco a stare due giorni in pace, se trovo il tempo di sedermi, e respirare, e liberare la mente e quando riesco a farlo faccio pensieri nuovi, o antichi, o ricordo cose che pensavo dimenticate.
Ieri sera in un momento ero in corso Racconigi ed era il Natale del 2003 o forse poi probabilmente del 2004, e io avevo una lunga gonna nera di velluto e gli anfibi e guardavo le bancarelle nel buio dei pomeriggi dicembrini domenicali, quando anche i mercati sono aperti.
Guardavo le bancarelle e volevo scegliere qualcosa di natalizio per la casa spoglia che avevo affittato da poco (e allora era il 2003, ma non è questo che importa, davvero).
Ed ero triste perché era una domenica così, una domenica in cui ero la metà di niente, e io ero sempre stata abituata a essere la metà di qualcosa, o di qualcuno.
E ieri sera pensavo che quella giornata lì è una di quelle giornate da ricordare, perché se si riesce a passare una domenica così e restare in piedi, allora cosa c’è di peggio.
O tutti quei sabati sera con il telefono (avevo due telefoni, perché con uno dovevo essere sempre rintracciabile) a fianco e muto, in cui nessuno mi scriveva o mi chiamava.
E ricordo una sera, ed era sempre inverno, che si autoinvitò a casa lì un amico che non vedevo mai portandomi la cena cinese, e mi salvò la vita, senza saperlo, quella sera.

Ecco, pensavo questo, ieri sera.
E pensavo che mi piacerebbe essere una di quelle persone che sa scrivere di queste cose qui, dell’odore di una casa con i soffitti di legno e la solitudine, scelta e subita al cinquanta per cento.
E il senso di abbandono, ma anche di appartenenza, perché vivevo sulla mano di un gigante, e mi bastava farci attenzione per sentirmici.

Non come adesso, che non sono su una strada né su una mano che mi cura, per essere chiari.

Ma comunque tutto sta nel fatto che ho un post da scrivere, su questi giorni, su questi pensieri, sulle cose che succedono e soprattutto su quelle che non succedono, e invece non lo scrivo, perché stasera un amico cui voglio un bene dal profondo del mio cuore mi ha ricordato che esistono le profezie che si auto avverano, e infatti mi sto comportando come una lagna.
Un gatto attaccato ai coglioni, si dice qui.
E si sa che i gatti attaccati ai coglioni sono un animale da intenditori, non è che tutti ne vogliono uno, e quindi faccio silenzio in fondo alla testa, metto le cuffie, alzo il volume, e guardo un pezzo della terza serie di Lost, che sono una all’avanguardia,

Nell’ultima stanza in fondo a destra, lo so, ho memorizzato un cambio di suono, una contentezza immotivata (che ieri era una scontentezza immotivata), un tono diverso, che lo so che sono indizi.
Solo che non ho voglia di fare a miss Marple, stasera, e allora li lascio lì a sedimentare.

Tanto lo so che non sono casi, tanto lo so, che, come ogni volta, vogliono dire qualcosa e prima o poi lo scoprirò.
Poi sarà troppo tardi, quel giorno lì.

Ma avrò il gusto di guardarmi allo specchio e dirmi “te l’avevo detto”.
Così, se non potrò essere felice almeno avrò avuto ragione.
E insomma, il fieno in cascina si sarà portato a casa anche quel giorno.

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