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Mese: febbraio, 2014

La percezione di se stessi

Per una vita mi sono sentita felice e fortunata.
Magari non per la mia vita privata, che ho un master in lagna avanzata, ma per le mie scelte professionali, tantissimo.

Per anni ogni sveglia che mi mandava a scuola era accompagnata dalla certezza che io facessi il lavoro più bello del mondo.
Certo, i ragazzi difficili.
Certo, lo scarso riconoscimento sociale.
Certo, lo stipendio non all’altezza.

Ma io entravo in classe e vedevo i miei studenti sorridenti, contenti, fieri.
Attenti, spesso.
Interessati, meno spesso, magari, ma interessati.
E il riconoscimento sociale non era vero per nulla che fosse scarso.
Genitori che prendono ore di permesso per venirmi a parlare, e di solito per dirmi cose positive di me, del mio ruolo, dell’importanza di quello che faccio per i loro figli ogni giorno: se non è riconoscimento sociale questo, dico io.
E poi, è vero, i pomeriggi spesi a studiare, e c’è qualcosa di più bello?
E, al limite, le vacanze lunghe.
Non così lunghe come si crede, che io finisco a metà luglio e ricomincio a fine agosto, ma le vacanze di Natale ci sono, non posso negarlo.
E così pensavo che il mio tempo fosse più prezioso del denaro.
E che quindi lo stipendio fosse sufficiente.

Insomma, una gioia vera e profonda.

Poi, così, per caso, ho messo la testa fuori dalla mia casetta perfetta.
Così ho scoperto che, là fuori, ci sono stipendi dignitosi davvero, non come il mio.
E ci sono lavori interessanti davvero.
Di responsabilità davvero.
Riconosciuti davvero.

È stato come svegliarsi e scoprire di avere fatto la scelta giusta per la moglie di un professionista che intendeva avere e crescere dei figli, che poi in effetti è quello che sono stata e che ero, a ben vedere, quando ho scelto di fare il mio lavoro.

Poi ho perso quel mondo lì, con gioia, per altro, e faccio un lavoro perfetto per una che ha un marito che guadagna il doppio e che ha due figli da accompagnare in piscina.
Solo che, incidentalmente, non ho né un marito che guadagna il doppio, né due figli da accompagnare in piscina.
Quindi questo tempo prezioso che ho per me non ho da impiegarlo per cose d’amore, e non ho le risorse sufficienti per impiegarlo, che ne so, per fare progetti grandiosi.

È come essere stati per anni al vertice di una piramide alimentare, e poi, così, tutto insieme, scoprire di esserne alla base.
E vedere la propria gioia dissolversi nel nulla, senza essersene avveduta in tempo.

Sempre l’inconscio

Così poco fa ho fatto un pisolino, ché sono troppo troppo stanca, e ho sognato una cosa, in cui c’era una vacanza, una serie di persone che abitavano tutte vicine, una specie di incastro perfetto, tipo orologi con i pupi siciliani, in cui io riuscivo a vedere tutti senza farmi vedere da nessuno.

E in uno di questi incroci io correvo, e poi perdevo una cosa, correndo.
Allora tornavo indietro a prenderla e pensavo di passare da casa tua per rubarti ancora un bacio, e la porta era solo una tenda, e così sentivo che parlavi al telefono.
E io volevo entrare e farti una sorpresa, ma poi sentendo la tua voce mi sono ricordata che è sempre meglio non fare sorprese, perché chi fa sorprese resta sorpreso, spesso, e sono corsa via, prima ancora di sapere o di capire con chi tu stessi parlando.

E quindi mi sono censurata anche in sogno.
Tu pensa come sto messa.

Riflessioni sotto la doccia

Pensavo, mentre ero sotto la doccia, che la cosa che mi manca di più, da quando mio padre si è ammalato, è un adulto “vero” che mi chieda come sto.

Poi penso che l’unico adulto che mi abbia chiesto come sto è stata mia madre.

Quindi, alla fine, non mi manca mio padre.

Mi manca un padre che non ho mai avuto.

Tagliare

Premesso che io sono una pessima sognatrice, quindi quando sogno qualcosa di solito non ha alcun significato, e comunque non sono veggente, e comunque un sacco di premesse oltre tutte queste, è una settimana che faccio brutti sogni.

Sogni in cui litigo con la mia defunta madre che torna, invecchiata e non più bella, a giudicare la mia vita, le mie amicizie e la mia relazione (e io non ho altro coraggio che dirle “non voglio rimanere sola” mettendo così in scena il film per cui potrei vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista delle mie paure, perché quella cosa lì, quella di aver paura di rimanere sola era la sua paura, e quella di mio padre che io ho assorbito, mica una cosa che nasce da me).

Sogni in cui devo correre a portare mio padre in ospedale, e credo sia una sciocchezza e invece è una roba seria e io ho paura paura paura che muoia, ovvio.

Sogni in cui mio padre ha un infarto carotideo (si può avere un infarto carotideo?) e io sono con Te, e lui disturba il nostro incontro, con il suo infarto carotideo, e io devo portarlo in ospedale e allora mi dico colgo l’occasione per dirgli di noi, tanto non è che posso fare più danni di così.

Sogni in cui ti mando un messaggio d’amore, ma poi in realtà lo spedisco a un collega del genitore (ho questa voglia di parlare a mio padre di Te, e non so come fare, mi pare chiaro) e allora il mio ex marito viene a farmi una scenata di gelosia mai vista, e mi grida in faccia “ma non vedi che siete più stanchi che innamorati?”.
E io in un attimo del sogno mi dico “ma non è che siamo più stanchi che innamorati?” che è una cosa che mi fa una paura folle, perché non voglio essere stanca, voglio essere innamorata.

Sogni in cui mi sposo non è ben chiaro con chi, ma io so che è un matrimonio falso, in cui l’amore è finito me penso che questa cosa che mi sposo quando l’amore è finito l’ho già fatta una volta, forse due a ben vedere, matrimonio escluso, e non ho intenzione di farla una terza volta, ecco, voglio che Tu lo sappia.

E così in questi giorni ho sempre una angoscia che mi accompagna, e io lo so che è l’angoscia che mi lasciano questi sogni qui.
Solo che poi qualcuno mi dice che sono sogni belli, di liberazione.

E così sogno che entrambi i miei genitori stanno per morire, ma non muoiono, maledetti, perché ho capito che devo ammazzarli, devono morire perché sono parti di me che devo uccidere; tutte queste paure, tutte queste paturnie, tutti questi scrupoli, tutte queste insicurezze.

E la mia amica mi dice “schiattali”, e il mio maestro mi dice “non si prendono mai sentieri giusti quando si fugge da una tigre, le tigri vanno affrontate”.
E io penso che la fanno facile, mentre mi contorco per il male di una colica.
Ma nel frattempo sogno che accompagno uno a vedere le tigri in un bosco, e queste maledette invece di farsi vedere si sostituiscono con pavoni, e pernici, e piccioni, e tacchini, altro che tigri, per dire: uno pensa che le proprie paure siano tigri, e poi scopre che son colibrì, vedrai.
E una mia collega che non sa niente di me mi dice che se sono sempre arrabbiata e stanca, come le dicevo oggi, forse devo fare come le mongolfiere, e buttare quello che non mi serve di sotto, per essere più leggera.

E io vorrei prendere una forbice, e recidere tutti questi fili, mandare affanculo mezzo mondo, restare sola, anche se un po’ fa paura anche a me, mica dico di no, e liberarmi.
Liberarmi da me.
Liberarmi di me.

Ci provo, te lo prometto.
Ci riesco, con te.
Per noi.
Io e Te.