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Mese: marzo, 2014

Frammenti

Ieri sera ho cucinato.
Niente di che, ma l’ho fatto con grande trasporto, e con grande piacere.

E non era una cosa tipo “qualcosa va mangiato” oppure “ti faccio vedere come sono brava”, che poi lo so che a queste cose tu, come me, non ci badi.
Era più un “sei stanco e triste e la stanchezza va curata con l’amore, e un piatto caldo, cucinato davvero invece che riscaldato soltanto, quello è amore”.

E utilizzavo padelle troppo grandi, perché io non ho occhio per i contenitori da cucina, abbiamo deciso, ed ero a mio agio, ma anche più che a casa mia, per dire quanto a mio agio, e per un istante ho anche pensato “ecco io una cosa così in questo modo qui potrei farla anche tutti i giorni” tanto ero centrata e a terra e stavo bene.
Che sono pensieri che hanno il loro perché.

Poi stamattina andarmene è stata una cattiveria, ma mica potevo non farlo, che siamo destinati ad andarcene, io e te, e a sperare di incontrarci un’altra volta.
Che poi, a ben vedere, ho paura che se dovessimo fermarci allora tutto finirebbe, e non voglio che finisca.

Poi, oggi, a Torino, ho fatto uno di quei sogni per cui odio il mio inconscio.
Un sogno con dentro tutte le mie paure sotto forma dell’avvertimento di una persona, che ogni volta che la sogno poi la chiamo, perché so che è un richiamo.
Ma questa volta no.
Perché anche se so che potrebbe avere ragione, anche se so che da un certo punto di vista lo fa per me, anche se so tutte queste cose, io ho dei momenti di gioia e pace e amore profondo solo quando sto con te, Tu.

E quindi anche gli avvertimenti, sicuramente veri, sicuramente motivati, sicuramente profetici, davanti a quella gioia lì, cosa vuoi che siano.

Vorrà dire che sbaglierò un’altra volta.
Ci penserò quando sarà ora.

Accessori

C’è stato un tempo, anni fa, in cui qualcuno che amavo tanto mi chiamava la sua ciliegina sulla torta.
Quello che faceva della sua vita una cosa completa e festosa.
Il completamento perfetto di una cosa già intera, ma non compiuta.

E io, cretina, mi ci scioglievo, per questa definizione qui.
Lui non aveva bisogno di me, affatto, e mi relegava in un ruolo, bellissimo, di abbellimento di qualcosa di già abbastanza buono.
E io credevo fosse una cosa bella, per dire quanto uno può essere stupido, quando è innamorato.

La stessa persona, nello stesso periodo, utilizzava per me l’ossimoro che più gli piaceva: “accessorio necessario”.
E io, cretina, mi scioglievo, davanti a quel necessario, inconsapevole di quanto invece fosse più probante la parola accessorio, tra le due.

Perché poi, alla fine, uno, a veder bene, se è un accessorio passa di moda, pure fosse un anello di Cartier.

Ma non è del passato, che voglio parlare.
È solo che mentre venivo a casa, poco fa, e c’è il sole, e sembra di nuovo che ci sia una stagione che somiglia alla primavera, pensavo che è ora di portare le scarpe dal calzolaio, che ho rotto il tacco almeno un mese fa, ed è un mese che ne faccio a meno.
Quando si sono rotte ho avuto per un attimo l’istinto di andare a farle riparare subito, appena uscita dal lavoro, poi, come al solito, ha vinto la parte di me indegnamente pigra.
Le ho messe nella scarpiera e le ho lasciate lì.
Sono state le scarpe che ho usato di più tutto l’inverno, e quindi erano necessarie, no?
No.
È un mese che non le posso usare, eppure è un mese che cammino, vado a lavorare, esco a cena, vado a ballare, vado a Torino, senza averle.

A essere sincera, non ne ho nemmeno sentito tanto la mancanza.
Ho altre scarpe, certo.
Forse anche migliori o più comode, o più belle.
Ma anche fossero quelle che amo di più, alla fine sono un accessorio, con buona pace della me che credeva che essere un accessorio necessario fosse chissà che regalo che ti fa la vita.

Per colpa delle scarpe, insomma, mi sono messa a pensare al passato.
E per colpa del passato, mi sono messa a fare una riflessione generale sulla me di oggi.
La me di oggi che non si fa più tanto incantare dalle stronzate di un tempo, anche se hanno ancora un certo fascino sul mio povero cervello masochista.

E così, nel sole, ho pensato che è bello essere il caviale di qualcuno, ma è meglio essere il piatto di spaghetti.
Perché senza caviale si vive, senza spaghetti, chissà.

E ho pensato che è ora di dire basta.
E basta sia.

Famiglia

Questi giorni qui, che sono giorni di candele accese, mi fanno pensare alle famiglie.

Credo che sia perché ho provato, negli ultimi diciotto anni, ad averne una, inutilmente.
Uno ha una famiglia, e mica lo sa, finché non la perde.
Io l’ho persa insieme a mia madre, quando ho perso l’unica persona che mi abbia mai detto che andavo bene come ero e a cui sapevo di potermi appoggiare senza problemi.

Dopo, non più.
Dopo sono diventata adulta, e gli adulti non hanno mai bisogno di qualcuno che ci pensi lui.
Smettono di essere protetti dai dolori della vita, e cominciano a proteggere.
Incidentalmente, proteggevo un adulto che avrebbe dovuto proteggere me, ma pazienza.
Non è che uno abbia il manuale di istruzioni.
Uno fa come può.

Dopo ho provato a farne una mia, di famiglia.
Invano, va detto.

Ho sempre trovato uomini indisponibili a fare una famiglia con me, o già al secondo giro (le persone al secondo giro hanno perso l’innocenza che ci vuole per pensare a un futuro insieme) o mai cresciuti, o troppo individualisti.
Soprattutto individualisti.

Così in questi giorni pensavo che non c’è più abitudine a condividere, ma che ognuno vuole sempre tutta la torta e poi qualche morso della torta (intera) dell’altro.
Una sorta di bulimia in nome di un amore per se stessi che a furia di essere egoismo positivo si è trasformato in analfabetismo emotivo.

Guardo questi pensieri, accendo candele, penso che non è tempo di riflessioni, e nemmeno di progetti.
Credo che ogni minuto sia perfetto, e che questo minuto abbia una lezione importante, per me.

Mi abbraccio, e provo a farmi bella.

Nella buona e nella cattiva sorte.

Vuoi?

È la filosofia, il punto

È che ho studiato filosofia.

Sono abituata a chiamare le cose, a definirle, a dare loro un’etichetta per archiviarle.

Se trovo il nome di una cosa, di un’emozione, trovo il posto, e la posso mettere lì, abbandonarla a se stessa, anche.
Se non trovo il nome, invece, la cosa resta a girarmi dentro, a farmi male al cuore.
Ma se trovo il nome la archivio e posso passare oltre.

È che la filosofia ti insegna a pensare, a mettere le cose sotto nomi di categoria, ad affrontare razionalmente.
A minimizzare il cuore, a fronte del cervello.

Poi c’è il fatto che quando capisci le cose non ti fanno più paura, che quando le hai chiamate puoi guardarle in faccia, che quando le hai categorizzate sono diventate piccole come la tua testa.

È la filosofia che mi ha salvato sempre.
Chissà se lo farà anche questa volta.

La volpe conosce molti trucchi. L’istrice uno solo, ma buono.

Credo sia arrivato il momento di ricominciare a seminare.

Esserci

Quando ami qualcuno vorresti che stesse sempre bene e fosse sempre felice.
Sai che non è possibile, perché l’infelicità e la malattia e la morte sono la cosa più democratica del mondo, e colpiscono tutti, ma se ami qualcuno la vuoi tantissimo, questa cosa impossibile qui.

Quando ami qualcuno e soffre, vorresti essergli di sollievo.
E non serve a niente sapere, con il cervello, che davanti a certi dolori non c’è nessuna possibilità di sollievo se non che le cose brutte non siano successe; lo vuoi lo stesso.

Ma quando ami davvero qualcuno sai che ognuno ha il suo modo di stare dentro il dolore, e l’amore non è altro che accettare l’altro in tutto, anche nel dolore.

Tu.
Ti abbraccio.

Binario 16

Il treno che da Torino porta a Firenze parte sempre dal binario 16.
Lo so perché lo prendo da, quanto?, sei anni.
Sei anni di treni sono un sacco di tempo.
Ho fatto il conto, una volta, che a mettere tutti insieme i chilometri fatti in treno negli ultimi dieci anni ci faccio il giro del mondo, invece di vedere sempre le stesse due città, per dirne una.

Ma comunque.

Al binario 16 prima, quando vivevo a casa mia da sola, arrivavo sempre cinque minuti prima della partenza.
Prendevo il 33 che è un autobus intelligentissimo all’angolo con il Politecnico e sei minuti dopo ero a Porta Nuova.
Al ritorno, invece, scendevo a Porta Susa e prendevo il 10, perché il 33 la sera non è affatto un autobus intelligente, anzi: non passa mai ed è frequentato in modo, come dire, spiritoso.

Da quando vengo a Torino da mio padre, invece, al binario arrivo sempre almeno quaranta minuti prima.
Mio padre è uno che ha in testa che alla stazione si arriva mezz’ora prima: se dovesse fare un check-in in aeroporto non voglio immaginare.
Lui di solito mi prende, mi porta all’angolo, mi scarica in seconda fila e se ne va.
Anche prima, non è mai venuto a prendermi in stazione: per anni ho fatto finta di restare il fine settimana a Torino, invece andavo a Venezia, tornavo, prendevo la macchina, andavo da lui e lui non se ne è mai accorto.
Mio padre non è uno esattamente generoso con i passaggi in macchina, va detto.
Poi ha la paranoia di non trovare parcheggio, e ancora non ha capito che a volte basta cercarlo, il parcheggio.
Ma comunque.

Stasera alle 17,20 ero in via Sacchi, mio padre mi ha detto “cerco un posto per la macchina e ti porto in stazione”.
Abbiamo parcheggiato abbastanza vicino, siamo entrati a Porta Nuova, abbiamo preso il caffè insieme (macchiato entrambi; io perché era tardi, lui perché ha l’ulcera, e ha scoperto che il caffè macchiato non gli fa venire male allo stomaco) e abbiamo fatto una passeggiata in stazione guardando le vetrine.
Poi è arrivato il treno, mi ha accompagnato alla carrozza ed è andato via.

Una cosa così mio padre non l’ha mai fatta, mi sa che è bene che la ricordi.

(Una parte di me teme questa cosa moltissimo; primo, perché sono sottilmente superstiziosa, e secondo perché se mi muore stanotte mi lascia con un ricordo bellissimo invece che i soliti ricordi brutti che potrei usare benissimo per superare il dolore, Mannaggia a lui)

Un post che iniziava come una critica, poi mi faceva venire il dubbio che fosse un po’ come la volpe e l’uva, e finisce per essere un po’ vittimistico, temo

Stasera sono stata a una festa di compleanno di un bambini di tre anni.
Già la follia di farla in un locale, la festa per un bambino di tre anni.
Già la follia di farla senza affittare una sala, e quindi fare una festa contemporanea ad altre feste di bambini e ad aperitivi di adulti.
Già la follia di decidere che i bambini di tre anni devono essere festeggiati la sera.
Chissà perché.

Così mi sono trovata con amici e amiche di vecchia data, tutti intenti a guardare i loro figli mentre ti parlano, e quindi lo vedi che non ti ascoltano, ma pazienza.
Ti chiedono una cosa, ma poi la risposta gliela dai due ore dopo, perché nel frattempo la bambina si è messa a fare i capricci, poi si è fatta la pipì addosso, poi un bimbo ha vomitato, poi uno è caduto.
La domanda era anche vera, in effetti, ma la risposta, così, a rate, forse non lo era, anche se la davo io.
Così pensavo che è una follia che coppie con figli non si parlino più, tutti presi come sono a parlare ai figli e dei figli, e che è una pazzia che non riescano a parlare nemmeno con altri adulti perché ogni momento c’è una necessità più impellente.
Non la loro, ma quella dei bambini.

E mi sentivo molto intelligente, io.
Poi mi è venuto il dubbio che fosse un po’ come la volpe e l’uva, e che forse in realtà il fatto che mi tocca è che nessuno abbia voluto fare un figlio con me.
Una specie di marchio di fabbrica al contrario, il segno di essere sbagliata.
I figli li fanno tutti, cazzo, anche gli analfabeti, e nessuno ha voluto farne uno con me: c’è da pensarci, altro che essere fieri di avere quarant’anni e non avere altro pensiero che non se stessi, cazzo.

Poi, venendo via, pensavo che c’erano persone che non vedevo da anni, anche un’amica con cui litigai molto anni fa, e io non ricordo perché, ma lei sì, infatti quasi non mi ha salutato, e tutti a chiedermi che novità avevo, perché, dicono “tu hai sempre novità”.
E io che faccio la vita mediocre di cui mi lamento sempre pensavo che sono strani, a chiedere a me, ma a sentirli parlare le loro novità erano tutte relative alle iscrizioni all’asilo, al pannolino, alla crescita, ai progressi nel togliere il ciuccio, che in effetti non sono grandi cose, a vederle così.
E tutti mi stavamo intorno e mi chiedevano e dicevano ai loro bambini “che bello che c’è la zia matta”.

E così mi è venuto in mente che stasera c’era una coppia senza figli, una con un bambino, due con due figli e una coppia con tre.
Ed è normale, perché abbiamo quarant’anni, Eccheccazzo, se non abbiamo figli ora mica ne abbiamo più.
E poi io, che ero sola.
E mi son vista con gli occhi degli altri, per un attimo, che mi vedono sola, sempre, dal 2003.
Prima perché avevo un amante e quindi lui era clandestino, poi perché avevo un uomo a Venezia, e quindi non c’era mai, poi perché avevo un fidanzato a Firenze, e anche in quel caso lui c’era poco.
E adesso, anche, sono sempre sola.

Così ho preso gli abbracci di tutti, le parole di tutti, me le ho pesate alla luce di questo pensiero, ed è tutto diverso, alla luce di questo pensiero.
E la zia matta forse è solo una persona triste, che sarebbe felice come loro, se avesse avuto accanto una persona che l’avesse amata come si amano loro.

E niente, sono le dieci e venti, e improvvisamente è venuta l’ora di andare a dormire.

La felicità delle piccole cose

La misura di quanto io sia lontana dalla saggezza è nel mio non riuscire ad accettare la mediocrità della vita che faccio, l’incapacità di tenere ordinata la scrivania, il disordine mentale e la disorganizzazione che accompagna le mie settimane, il mio desiderio di altrove, contemporaneo al mio non riuscire ad abbellire il qui.
Non saper stare bene da nessuna parte che sia nel presente.
Il mio non saper stare qui.
Il mio non saper stare ora.
Il mio desiderio d nascondermi, annientarmi, sparire.

Morire, anche, a volte.
Ma solo a volte, quindi va bene, mi dicono.