Famiglia

di Calexandrìs

Questi giorni qui, che sono giorni di candele accese, mi fanno pensare alle famiglie.

Credo che sia perché ho provato, negli ultimi diciotto anni, ad averne una, inutilmente.
Uno ha una famiglia, e mica lo sa, finché non la perde.
Io l’ho persa insieme a mia madre, quando ho perso l’unica persona che mi abbia mai detto che andavo bene come ero e a cui sapevo di potermi appoggiare senza problemi.

Dopo, non più.
Dopo sono diventata adulta, e gli adulti non hanno mai bisogno di qualcuno che ci pensi lui.
Smettono di essere protetti dai dolori della vita, e cominciano a proteggere.
Incidentalmente, proteggevo un adulto che avrebbe dovuto proteggere me, ma pazienza.
Non è che uno abbia il manuale di istruzioni.
Uno fa come può.

Dopo ho provato a farne una mia, di famiglia.
Invano, va detto.

Ho sempre trovato uomini indisponibili a fare una famiglia con me, o già al secondo giro (le persone al secondo giro hanno perso l’innocenza che ci vuole per pensare a un futuro insieme) o mai cresciuti, o troppo individualisti.
Soprattutto individualisti.

Così in questi giorni pensavo che non c’è più abitudine a condividere, ma che ognuno vuole sempre tutta la torta e poi qualche morso della torta (intera) dell’altro.
Una sorta di bulimia in nome di un amore per se stessi che a furia di essere egoismo positivo si è trasformato in analfabetismo emotivo.

Guardo questi pensieri, accendo candele, penso che non è tempo di riflessioni, e nemmeno di progetti.
Credo che ogni minuto sia perfetto, e che questo minuto abbia una lezione importante, per me.

Mi abbraccio, e provo a farmi bella.

Annunci