Accessori

di Calexandrìs

C’è stato un tempo, anni fa, in cui qualcuno che amavo tanto mi chiamava la sua ciliegina sulla torta.
Quello che faceva della sua vita una cosa completa e festosa.
Il completamento perfetto di una cosa già intera, ma non compiuta.

E io, cretina, mi ci scioglievo, per questa definizione qui.
Lui non aveva bisogno di me, affatto, e mi relegava in un ruolo, bellissimo, di abbellimento di qualcosa di già abbastanza buono.
E io credevo fosse una cosa bella, per dire quanto uno può essere stupido, quando è innamorato.

La stessa persona, nello stesso periodo, utilizzava per me l’ossimoro che più gli piaceva: “accessorio necessario”.
E io, cretina, mi scioglievo, davanti a quel necessario, inconsapevole di quanto invece fosse più probante la parola accessorio, tra le due.

Perché poi, alla fine, uno, a veder bene, se è un accessorio passa di moda, pure fosse un anello di Cartier.

Ma non è del passato, che voglio parlare.
È solo che mentre venivo a casa, poco fa, e c’è il sole, e sembra di nuovo che ci sia una stagione che somiglia alla primavera, pensavo che è ora di portare le scarpe dal calzolaio, che ho rotto il tacco almeno un mese fa, ed è un mese che ne faccio a meno.
Quando si sono rotte ho avuto per un attimo l’istinto di andare a farle riparare subito, appena uscita dal lavoro, poi, come al solito, ha vinto la parte di me indegnamente pigra.
Le ho messe nella scarpiera e le ho lasciate lì.
Sono state le scarpe che ho usato di più tutto l’inverno, e quindi erano necessarie, no?
No.
È un mese che non le posso usare, eppure è un mese che cammino, vado a lavorare, esco a cena, vado a ballare, vado a Torino, senza averle.

A essere sincera, non ne ho nemmeno sentito tanto la mancanza.
Ho altre scarpe, certo.
Forse anche migliori o più comode, o più belle.
Ma anche fossero quelle che amo di più, alla fine sono un accessorio, con buona pace della me che credeva che essere un accessorio necessario fosse chissà che regalo che ti fa la vita.

Per colpa delle scarpe, insomma, mi sono messa a pensare al passato.
E per colpa del passato, mi sono messa a fare una riflessione generale sulla me di oggi.
La me di oggi che non si fa più tanto incantare dalle stronzate di un tempo, anche se hanno ancora un certo fascino sul mio povero cervello masochista.

E così, nel sole, ho pensato che è bello essere il caviale di qualcuno, ma è meglio essere il piatto di spaghetti.
Perché senza caviale si vive, senza spaghetti, chissà.

E ho pensato che è ora di dire basta.
E basta sia.

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