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Mese: aprile, 2014

Appunti per conservare e accrescere l’energia

(Solo chi ha abbastanza energia può provare a essere felice)

Parlare a voce bassa.
Non usare più parole del necessario.
Stare in silenzio.
Mettere scarpe comode.
Truccarsi bene.
Farsi una lunga doccia calda.
Non prendere niente come se fosse una questione personale.
Mangiare cose buone, o sane, o preparate con le proprie mani.
Non rispondere alle telefonate delle persone che non vuoi sentire.
Non rispondere ai messaggi di persone con cui non vuoi parlare.
Camminare lentamente.
Osservare senza parlare, più a lungo che puoi.
Badare ai passi che si fanno.
Badare ai respiri.
Studiare.
Fare pensieri buoni.
Fare le cose pensandole, piano, con amore.

Universi paralleli

È qualche settimana che mi prendono alla sprovvista delle memorie.

Io, che sono una che tende a rimuovere, ad andare avanti, a correre in avanti, vengo trascinata in posti in cui non sto da una vita, che ho visto di sfuggita, o che ho fotografato per non dimenticare e poi dimenticati.

È come se si fosse aperta una falla da qualche parte e da questo qualche parte fuoriescano pensieri memorie sensazioni che pensavo di avere perduto, e invece no.
Che un po’ mi fa sentire ricca di vita, ma un po’ mi fa sentire povera di cose perdute.

Era quello che pensavo ieri, davanti alle lucine di un lago.
Era quello che pensavo ieri, scherzando sui viaggi nel tempo e sugli universi paralleli.
Pensieri confusi e aggrovigliati su di me, sul presente, sul futuro, che mi mettono addosso una sottile angoscia, impossibile da mitigare.
La sensazione di avere quattro pareti senza finestre intorno, e cercare di immaginare una via d’uscita.
Che c’è, ne sono sicura.

Poi, così, pensavo che in un mondo parallelo forse ci siamo noi due che ci siamo incontrati prima e abbiamo fatto una famiglia insieme, e ho sorriso a questi due.

Solo che, anche a voler sorridere a quei due lì, che stanno in un mondo parallelo più bello di questo, io vorrei che fosse questo, quel mondo lì.
Ed è l’impossibilità che sento intorno, la cosa che mi fa stare peggio.

Decluttering dell’anima

Tra ieri e oggi ho perso una briciola di me.
E nella perdita ho recuperato serenità e buon umore.

Perché in realtà non c’è nulla come il processo della perdita che sia così doloroso.
Una volta che invece si è perso qualcosa, allora il sistema si riadatta al nuovo caso, e si va avanti.
Funziona come per il corpo, che si adatta ai dolori, ai muscoli deboli, alle storture articolari.
Succede così anche al cuore.

Ho un pezzo in meno, e una struttura più stabile, anche se più povera.
Da qui si ricomincia, un’altra volta, a pensare una direzione, un senso.
Una cosa nuova, più piccola, più ordinata, più essenziale, anche.

A metà

Sono giorni che ho questa cosa in testa, della metà.

Deve essere l’età, che sono 41 tra un mese, e a 41 anni io da bambina non credevo nemmeno di arrivare.
E insomma.

Dopo una vita tutta tesa a occuparmi di me e basta, dopo anni interi a dire che devo farmi io, completarmi io, curarmi io, pensarmi io, crescermi io è compagnia bella, ecco che ho l’istinto di cedere le armi, abbassare lo scudo, e pensare a qualcun altro.

Ho scartato con dolore l’ipotesi figli (non lascerò in giro materiale genetico, ho detto l’altro giorno, che mi pare un modo chiaro per dire spero di rimanere incinta dello Spirito Santo purché sia) e anche se a volte ho il soprassalto, la stretta al cuore, l’invidia della specie che si propaga senza il mio contributo ci ho fatto abbastanza pace.
O almeno, mi ci rassegno ogni giorno un po’ di più, che comunque ha il suo senso.
Senza dimenticare che ho un sacco di argomentazione logico-razionali favolose per evitare una cosa simile, e infatti la evito con una certa cura, anche, va detto.

Ho anche accantonato l’idea peregrina di prendere un cane, che poi è il triste surrogato di un figlio.
Un qualcosa/qualcuno che ha bisogno (sempre, per altro) di te.
Che porti fuori, ai giardini.
Che porti in giro.
Che ti limita e che però ti appaga affettivamente.
Che poi è ciò di cui stiamo parlando: appagamento e cura.
Bisogno non solo e non più di essere curata quanto, invece, bisogno di curare, di prendermi cura.

Così immagino me stessa cucinare, tenere in ordine, organizzare serate gioiose per chi amo, decorare tavole, abbellire case.
Fare cose che non siano per me, ma che siano per me in funzione di un’altra persona.
La mia metà.
O, meglio, qualcuno con cui mi senta intera.

Poi ieri sera pensavo che essere la metà di qualcosa o di qualcuno è tremendamente sconveniente, perché le metà sono dipendenti, non sono mai soddisfatte, sono incomplete e via di seguito.
Così per un pochino mi sono rasserenata al mio vivere attuale.

Ma, in fondo, chissà che cosa penso davvero.

Consci e inconsci

Così dopo aver sognato, ieri, il veggente, naturalmente stanotte ho sognato mia madre.

Certo, dormo sul divano dove stava lei durante la malattia, che devo sognare, quando vado lì.
Ma.

C’eravamo io, mia madre, una bambina non meglio identificata, un mio appuntamento per andare a ballare e mio padre.
Solo che mia madre, morta, era vivissima.
Mio padre, vivo, stava morendo; e nel sogno moriva anche.

La bambina, bella contenta e felice a un certo punto cominciava a piangere disperata e non si fermava più.
Un patire.

Io avevo da andare a ballare, avevo un padre morente (poi morto) una madre morta che lo assisteva e una bambina da consolare.
Ero seccata, va detto.

Non dolente.
Seccata, preoccupata.
E non mi sentivo all’altezza.

Poi, stamattina, ho preso la macchina e ho portato il genitore sopravvissuto al San Luigi a fare un esame.
E avevo dimenticato quella strada, sì, che pure avrò fatto quanto? almeno tre volte a settimana per sei mesi nel 1996.
Ma tutta me si rifiutava di ricordare come ci si arrivava.
Solo che poi automaticamente ho cominciato a riconoscere le curve, e poi ho parcheggiato davanti all’ingresso ed entrando e percorrendo quei corridoi immensi ho cominciato a ricordare, porca miseria, e io non voglio ricordare, no.
No.
No.
Già ricordo troppo.

E in automatico sono passata davanti alla cappella in cui non ho mai avuto cuore di entrare all’epoca, e stavo per girare a sinistra.
Ma dovevamo andare a destra, noi.

Così sono andata su con lui, e avevo un libro, non un libro di studio come all’epoca, che stavo lì, seduta a studiare per gli esami, che se non ricordo male ne ho dati tre o quattro in quei sei mesi.
Avevo Infinite Jest e il cellulare, e lì, seduta, ho aperto il libro e leggevo, consapevole, pure troppo, dei pazienti del day hospital che facevano la chemioterapia, ed ero lì con l’espressione indifferente di quando sto male.

Poi, invece di mia madre pallida e affaticata con il suo zaino invicta a righe viola in cui portava il dosatore con le terapie (non ricordo nemmeno come si chiama, tecnicamente, quell’oggetto, ma io e lei lo chiamavamo Il Bambino, perché ogni tanto di notte si interrompeva il flusso delle medicine e cominciava a suonare e andava spento e riacceso) e lo sguardo fintamente rassicurante dei medici è uscito mio padre, magro e secco e sorridente, che stava bene.
E con lui il medico che ha detto a entrambi che sta bene.

E appena si è ripreso siamo usciti, che io avevo fretta di andare al sole.

E ho pensato, tutto il tempo, quella cosa che diceva il professor Riconda che secondo lui diceva sempre Dostoevskij: il soffrire passa; l’avevo sofferto non passa mai.