Consci e inconsci

di Calexandrìs

Così dopo aver sognato, ieri, il veggente, naturalmente stanotte ho sognato mia madre.

Certo, dormo sul divano dove stava lei durante la malattia, che devo sognare, quando vado lì.
Ma.

C’eravamo io, mia madre, una bambina non meglio identificata, un mio appuntamento per andare a ballare e mio padre.
Solo che mia madre, morta, era vivissima.
Mio padre, vivo, stava morendo; e nel sogno moriva anche.

La bambina, bella contenta e felice a un certo punto cominciava a piangere disperata e non si fermava più.
Un patire.

Io avevo da andare a ballare, avevo un padre morente (poi morto) una madre morta che lo assisteva e una bambina da consolare.
Ero seccata, va detto.

Non dolente.
Seccata, preoccupata.
E non mi sentivo all’altezza.

Poi, stamattina, ho preso la macchina e ho portato il genitore sopravvissuto al San Luigi a fare un esame.
E avevo dimenticato quella strada, sì, che pure avrò fatto quanto? almeno tre volte a settimana per sei mesi nel 1996.
Ma tutta me si rifiutava di ricordare come ci si arrivava.
Solo che poi automaticamente ho cominciato a riconoscere le curve, e poi ho parcheggiato davanti all’ingresso ed entrando e percorrendo quei corridoi immensi ho cominciato a ricordare, porca miseria, e io non voglio ricordare, no.
No.
No.
Già ricordo troppo.

E in automatico sono passata davanti alla cappella in cui non ho mai avuto cuore di entrare all’epoca, e stavo per girare a sinistra.
Ma dovevamo andare a destra, noi.

Così sono andata su con lui, e avevo un libro, non un libro di studio come all’epoca, che stavo lì, seduta a studiare per gli esami, che se non ricordo male ne ho dati tre o quattro in quei sei mesi.
Avevo Infinite Jest e il cellulare, e lì, seduta, ho aperto il libro e leggevo, consapevole, pure troppo, dei pazienti del day hospital che facevano la chemioterapia, ed ero lì con l’espressione indifferente di quando sto male.

Poi, invece di mia madre pallida e affaticata con il suo zaino invicta a righe viola in cui portava il dosatore con le terapie (non ricordo nemmeno come si chiama, tecnicamente, quell’oggetto, ma io e lei lo chiamavamo Il Bambino, perché ogni tanto di notte si interrompeva il flusso delle medicine e cominciava a suonare e andava spento e riacceso) e lo sguardo fintamente rassicurante dei medici è uscito mio padre, magro e secco e sorridente, che stava bene.
E con lui il medico che ha detto a entrambi che sta bene.

E appena si è ripreso siamo usciti, che io avevo fretta di andare al sole.

E ho pensato, tutto il tempo, quella cosa che diceva il professor Riconda che secondo lui diceva sempre Dostoevskij: il soffrire passa; l’avevo sofferto non passa mai.

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