A metà

di Calexandrìs

Sono giorni che ho questa cosa in testa, della metà.

Deve essere l’età, che sono 41 tra un mese, e a 41 anni io da bambina non credevo nemmeno di arrivare.
E insomma.

Dopo una vita tutta tesa a occuparmi di me e basta, dopo anni interi a dire che devo farmi io, completarmi io, curarmi io, pensarmi io, crescermi io è compagnia bella, ecco che ho l’istinto di cedere le armi, abbassare lo scudo, e pensare a qualcun altro.

Ho scartato con dolore l’ipotesi figli (non lascerò in giro materiale genetico, ho detto l’altro giorno, che mi pare un modo chiaro per dire spero di rimanere incinta dello Spirito Santo purché sia) e anche se a volte ho il soprassalto, la stretta al cuore, l’invidia della specie che si propaga senza il mio contributo ci ho fatto abbastanza pace.
O almeno, mi ci rassegno ogni giorno un po’ di più, che comunque ha il suo senso.
Senza dimenticare che ho un sacco di argomentazione logico-razionali favolose per evitare una cosa simile, e infatti la evito con una certa cura, anche, va detto.

Ho anche accantonato l’idea peregrina di prendere un cane, che poi è il triste surrogato di un figlio.
Un qualcosa/qualcuno che ha bisogno (sempre, per altro) di te.
Che porti fuori, ai giardini.
Che porti in giro.
Che ti limita e che però ti appaga affettivamente.
Che poi è ciò di cui stiamo parlando: appagamento e cura.
Bisogno non solo e non più di essere curata quanto, invece, bisogno di curare, di prendermi cura.

Così immagino me stessa cucinare, tenere in ordine, organizzare serate gioiose per chi amo, decorare tavole, abbellire case.
Fare cose che non siano per me, ma che siano per me in funzione di un’altra persona.
La mia metà.
O, meglio, qualcuno con cui mi senta intera.

Poi ieri sera pensavo che essere la metà di qualcosa o di qualcuno è tremendamente sconveniente, perché le metà sono dipendenti, non sono mai soddisfatte, sono incomplete e via di seguito.
Così per un pochino mi sono rasserenata al mio vivere attuale.

Ma, in fondo, chissà che cosa penso davvero.

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