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Mese: maggio, 2014

Sempre la stessa domanda

La domanda a cui non so rispondere quasi mai è quella che ti fanno continuamente tutti: “come stai?”.

Che poi è una domanda che io non faccio, invece, perché se sento una persona al telefono o la vedo, dopo un millisecondo so come sta.
Perché come stiamo ce lo portiamo scritto in faccia e nella voce, non è che occorre essere dei veggenti.

Per questo mi stupisce sempre che me lo si chieda, e mi stupisce anche sempre non sapere la risposta.
Mio padre mi guarda con aria inquisitoria e lo decide così, come sto.
Di solito, va detto, sbaglia.
Sbagliano quasi tutti quelli che “ma io ti conosco bene”.
No, ciccio, non mi conosci per nulla se riesco a farti credere che sono di buon umore quando invece no.

Quindi, come sto?
Non lo so, l’ho già detto.

So che fatico ad essere di buon umore.
Fatico ad avere voglia di fare delle cose; anche cose belle.
Fatico a immaginare un futuro diverso da questo presente opprimente.
Fatico a trovare la porticina della stanza senza finestre.

Quindi sono sicuramente affaticata.
Meno felice, mi ha detto ieri un’amica.
Ed è vero.
Non sto male, quasi mai, a meno di incroci astrali terrificanti: che so, il ciclo, l’ovulazione inutile, il raffreddore, il non poter camminare, l’essere ingrassata.
Cose così.

Non sto nemmeno davvero davvero bene, quasi mai, qualunque sia la circostanza.

Mi sento un po’ come una “nata da poco” (grazie a Silvana De Mari per questa definizione perfetta), che si guarda intorno e cerca di capire se le piace quello che vede.

Quando lo scopro, poi, magari lo scrivo.

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I compromessi della vita

Diventare grandi ha a che fare con il controllo delle aspettative, forse.

Uno a vent’anni immagina una casa grande, un tenore di vita discreto, un lavoro appagante, una forma fisica invidiabile e una famiglia felice, nel proprio futuro.
O, almeno, io immaginavo una cosa così.
Immaginavo anche di essere una che non si sarebbe stancata mai, che avrebbe avuto sempre capelli unghie e fisico in ordine, e che sarebbe stata una buona cuoca, quindi forse, in effetti, le mie non erano aspettative credibili, a vederle oggi.
Ma tant’è. Le avevo.

A trent’anni avevo ormai capito che le case grandi sono piuttosto complicate perché costano molto e si puliscono con fatica.
Avevo un armadio pieno di roba di una taglia inferiore alla mia che tenevo “perché non si sa mai” e sognavo ancora una vita in comune con qualcuno.
Una di quelle cose tipo che ci saremmo divertiti, avremmo girato il mondo, ci saremmo baciati con passione ogni sera al ritorno dal lavoro e poi, con calma, avremmo fatto un paio di figli e saremmo invecchiati piano, insieme, in campagna.

Poi, a un certo punto, mi sono svegliata che avevo quarant’anni, e il tempo per la maggior parte delle cose che avevo sognato prima era finito.

Ho cominciato a ridimensionare le mie aspettative sulle case.
Poi sulla carriera, dal momento che sono riuscita a farmi bocciare a un concorso che forse avrebbe fatto la differenza.
Poi sulla famiglia, perché non ho più tutta la vita davanti, come si dice, e a furia di accompagnarsi con persone che non sentono il bisogno di fare una famiglia con te, poi resti senza tu.

Infine, sono diminuite le aspettative sulle storie d’amore, ché le storie d’amore, per essere tali, hanno bisogno di cuori vergini, pronti a essere spezzati, e invece, dai, a quarant’anni non soffrire è prioritario, e chi incontri ha già sempre così tanto passato alle spalle con le sue tracce indelebili che a guardare nel cuore delle persone ti prende un senso di pena indicibile e non te la senti più di andare in giro con l’intenzione di ristrutturare casa, e ti accontenti di spostare due soprammobili ogni tanto.

Così ti sembra già un’ottima prospettiva avere una storia a singhiozzo e incompleta, che nutre le tue speranze di farla diventare intera, e d’altra parte non ti delude troppo quando scopri che intera non può esserlo per la sua stessa essenza.

Volere meno.
Ecco cosa hai imparato, da vecchia, per essere felice.

The Prestige (un titolo che vale solo per chi ha visto il film, e si è accorto che c’è una battuta che vale per tutti, almeno una volta)

Ci sono giorni che mi sento come uno dei personaggi di The Prestige.
La moglie di quello che è due persone, per intenderci.

Momenti così, in cui passo dalla sensazione di fiducia e sicurezza in me e nel resto della vita, e nell’amore, e nel futuro, alla sensazione, invece, in cui non vedo a un palmo di naso, e non so dove sto andando.

Quelli sono i momenti in cui mi prende la paura del futuro perché in realtà non ho presente, sempre ricordando che il presente è il tempo della vita, mentre il futuro è il tempo delle illusioni.

Poi, in generale, accendo una candela e provo a farmelo passare, questo magone qui, inutile.
Perché i magoni sono inutili, perché ce li facciamo venire per cose che non dipendono da noi, ma sempre da altro, e, peggio, spesso da altri.

E come si fa a prendere sul serio quello che succede fuori di noi, come se, davvero, noi potessimo controllarlo, quello che succede fuori di noi, mi dico.
Così l’unica strada è ricordare che camminiamo su una terra che ci sostiene, sotto un cielo che ci sostiene, e che finché abbiamo noi stessi e siamo in salute, il resto non importa davvero.

Perché oggi è il giorno più bello della nostra vita.
L’oggi in cui siamo vivi, e lo sappiamo.

Non importa

Stamattina ho detto tre volte “non importa”.

La prima a uno studente, e mentre lo dicevo ho capito che non mi importava davvero.
Non era importante per me, in quel momento, come molte cose in questo periodo, che non mi sono importanti, ma scivolano e basta.

La seconda l’ho pensata a proposito della rete Fastweb, che è down da venerdì e oggi dovrebbero ripristinarla, da contratto, e però non l’hanno ancora fatto, e allora pensavo di chiamarli perché ho voglia di internet.
Ma poi ho pensato che a ben vedere anche questo non era importante, perché davvero posso stare senza ancora un po’.
E forse anche per sempre, a essere sincera.

La terza volta l’ho pensata e basta, e non ero completamente sincera mentre mi dicevo “non importa”.
Perché un po’ lo è.
Ma voglio fare la prova, per vedere se posso prendere una cosa che mi fa venire il nervoso, che mi fa sentire inutile, se non superflua, che mi fa sentire trascurabile, e se posso trasformarla in una cosa come tante, di quelle che le guardi e basta.

Ecco, io penso di sì.

41

Giovedì un mio collega alla macchinetta del caffè mi ha chiesto quanti anni ho.
E io ho risposto quaranta.

Poi, ripensandoci, mi sono resa conto che no, avrei dovuto rispondere quarantuno.
Perché domani faccio quarantuno anni, appunto.

Quarantuno, cazzo, sono un sacco di anni.
Quando avevo vent’anni scuotevo la testa guardando le quarantenni che si davano un tono da giovani, invece di essere donne serie, compassate, sposate, sistemate.
E qualcosa d’altro che finisse con -ate.
Me ne ricordavo oggi, quando con i jeggings e le scarpe da ginnastica andavo per negozi.
Cioè.
Facile giudicare quando si è fuori, ma quando si è dentro, ah, come ci si sente giovani quando ci si è dentro.
(Per dire che io stasera vado a fare chiusura in un locale, e faccio le quattro, alla faccia del fatto che sono anziana).

Ma non è per questo che non ho risposto quarantuno al mio collega.

È che quando ero piccola, o giovane, o chissà come definirmi all’epoca, io credevo che a quarantun anni sarei morta.
Sì.
Morta.

Un po’ ero così piccola, o giovane, da pensare che vivere quarant’anni più uno fosse aver vissuto a lungo.
Un po’ me lo sono sempre immaginata questa cosa di morire a quarantun anni.
Chissà perché.
Forse perché è un numero dispari, e preferirei morire con un numero dispari.

Poi c’è da dire che i quaranta sono gli anni della festa, della pienezza.
I prossimi, pieni, potranno essere i cinquanta, ad arrivarci, si intende.
E infatti i miei quarant’anni sono stai pieni di cose.
Ho imparato a stare meglio, per prima cosa.
E a fare un sacco di cose da sola.
E, a tratti, a esserne felice.

Ho anche messo a covare una serie di desideri nuovi.
E mi commuovo più spesso, senza vergognarmene.
E a volte mi guardo allo specchio e penso che tutti i casini per arrivare fin qui sono stati un bel regalo.

Poi penso alle cose più brutte, al fatto che sta per arrivare il momento delle scelte dolorose, e di affrontare la vecchiaia non mia, ma quella ben peggiore di mio padre, e che avrei ancora voglia di iniziare mille cose, e invece il tempo e l’energia sono quelle che sono.

Ma intanto faccio progetti come se avessi sedici anni.
Anche perché, se morissi davvero quest’anno, mi piacerebbe morire come una giovane.