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Mese: giugno, 2014

Della tigna

Non so perché, ma ho questa immagine di me come di una ragazzina tignosa; una che non si faceva scoraggiare, una che lavorava sodo, una che ci credeva.

Poi, puff, se c’è mai stata, questa ragazzina tignosa è scomparsa.
Forse, quindi, non c’è mai stata.

Chissà.

So che però oggi sono una che se si mette a dieta e un amico le dice “andiamo a mangiare una pizza?” di sicuro non dice no.
Che la domenica fa un sacco di propositi per la settimana che puntualmente non rispetterà.

Al massimo, questo sì, ho la tigna per evitare il male.
Quando una cosa mi infastidisce, o mi ferisce, o potrebbe farlo, la evito, me ne allontano.
Non ho nemmeno più bisogno di allontanarmene fisicamente, per dire.
Posso stare davanti a quella cosa e andare via ugualmente con tutta me senza che dall’esterno si veda nulla.

Così, e questa sì, me la riconosco, ho la tigna quando devo difendermi da chi mi fa male, anche senza volerlo.
Lo lascio lì a dire fare baciare lettera e testamento quello che vuole, e io mi rifugio nel mio angolo di tranquillità interiore.

E, stavo pensando prima, mentre tiravo su dello sporco dal pavimento alluvionato, che non ho nemmeno poi tanta voglia di mettermi testardamente alla ricerca di quello che esattamente voglio.

Mi basta, questo sì, non accontentarmi di meno che del tutto.
E infatti non ho intenzione di accontentarmi più.

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Funerali

Lei era la mamma del mio amico più caro e la catechista della mia parrocchia.
Si chiamava Rosaria e noi bambini speravamo di averla come catechista perché era brava, lo sapevano tutti.
Aveva due figli maschi e un marito che, scriveva in un tema da piccino il mio amico, la aiutava nei lavori di casa a fare la spesa a lavare i pavimenti.

Nell’immaginario di tutti che Osvaldo facesse le pulizie e il compito di Rosaria fosse invece rasserenare gli altri non era strano.
Non ho mai conosciuto un sorriso così dolce e compiuto, dopo.
Né una fede così grande.
Uno pensa che basti, no?

No.

Credo che in un modo un po’ perverso, se Dio esiste, si intende,
abbia deciso di giocare con i suoi.
Così Rosaria si ammalò.
Credo siano passati ventitré anni dalla diagnosi ufficiale di morbo di Parkinson.
All’inizio il fatto di avere una etichetta ai suoi disturbi sembrava un sollievo.
Anche il fatto che, si sa, la ricerca fa passi da gigante.

Ventitré anni dopo la ricerca non ha ancora fatto il passo decisivo, va detto.
Nel 1996, mentre mia madre stava morendo, Rosaria si faceva accompagnare a casa mia per venire a trovarla.
Mia madre stava sempre meglio, dopo.

Ma ammalarsi a 40 anni di Parkinson non è un bell’affare con la vita.
E la ricerca ha fatto sì passi da gigante.
Ma nel tenere in vita persone che ragionevolmente sarebbe meglio che morissero, non nel guarirle.
In questi venti e passa anni la vita di tutte le persone intorno a lei è cambiata, in peggio.

Osvaldo per fortuna sapeva lavare i pavimenti e anche lui aveva una fede incrollabile.
L’ha curata ogni giorno per vent’anni dedicandosi a una donna che ormai non somigliava più per nulla alla donna che aveva conosciuto da giovanissimo in un paesino della Puglia.

Solo nell’ultimo paio d’anni si è dovuto arrendere e non ha potuto tenerla più in casa.
Poi, fatalmente, si è ammalato lui.
Il mio amico ha da vent’anni uno sguardo di dolore incurabile.
Suo fratello è scappato via.

Ieri Rosaria è morta.
Finalmente, mi ha scritto il mio amico.

Io, invece di andare al funerale, prenderò un treno un giorno, e andrò a pranzo con lui a Reggio Emilia.
Festeggeremo che le nostre madri sono di nuovo insieme e che si diranno l’un l’altra che siamo stati dei cretini a non sposarci io e lui.

E rideranno, oh quanto.

To play

La prima cosa che impari a fare è camminare.
Se uno vi raccontasse quanto si cammina, a un corso di teatro, non ve lo immaginereste mica.
Cammina.
Cammina in modo neutro.
Cammina secondo le indicazioni.
Riempi tutto lo spazio.

La seconda cosa che si impara a fare è guardarsi negli occhi.
Tu sei lì che cammini, in modo neutro, facendo attenzione a riempire gli spazi lasciati vuoti dagli altri, che non hai mai visto prima, e poi devi guardarli negli occhi, questi qui che non conosci.
Se ci pensi è una sciocchezza, ma a farlo, davvero, non tanto.

Poi impari di nuovo a giocare.
Di solito con giochi invisibili.
Di solito a palla.
Tiri una pallina che non c’è a gente che non conosci e che devi guardare negli occhi.

Così, dopo un paio di settimane che fai questa cosa sciocca, improvvisamente cominci a riconoscere gli sguardi di Michele (si chiama Michele, vero? Lo vedi solo un’ora a settimana, non sei mica sicura di come si chiama), il sorriso di Nicoletta quando è stanca, la smorfia di Chiara quando è imbarazzata.
Cominci a sentire come stanno gli altri, mentre cammini.

Poi impari a toccarli, questi sconosciuti, che non sono più così sconosciuti, ma lo sono ancora abbastanza, eh.
Poi ti pare che loro si conoscano tutti da sempre e tu invece no, ma questa è la tua paranoia fiorentina, che da quando sei a Firenze ti pare che si conoscano tutti o che parlino in un codice a te estraneo.
Respirare.
Far scivolare la paranoia.

Imparare a dire sì, anche quando non capisci, anche quando non sai che cosa abbia in mente l’altro.
Dire sì e poi vedere cosa aggiungere all’idea di Gianni, o di Martina.
Fidarti.

Così, dopo qualche mese, tutto all’improvviso, perché il tempo bello vola, sei sotto un riflettore e speri che Letizia ti suggerisca la situazione giusta, che Carlotta non faccia l’accento romano, che se ti capita il cambio di personaggio non sai come fare a fare l’accento romano, e sei fiera di vedere Claudia e Daniele con un telegramma invisibile in mano e Martina che passeggia come solo lei sa passeggiare.

E lo sai che tutto inizia da una stanza in cui si cammina e sembra che non abbia senso.
E ti godi quei minuti di felicità così intensa che non vedi l’ora di rifarlo.

È appena successa una cosa da niente che però mi ha ricordato che non avrò mai figli e al solo pensiero mi sono messa a piangere.

E no, non va bene.

(Devo ricominciare con la pratica buddista, non ho altra soluzione intelligente per le mani)

A volte mi sento così sola che non sento nemmeno i suoni.