Della tigna

di Calexandrìs

Non so perché, ma ho questa immagine di me come di una ragazzina tignosa; una che non si faceva scoraggiare, una che lavorava sodo, una che ci credeva.

Poi, puff, se c’è mai stata, questa ragazzina tignosa è scomparsa.
Forse, quindi, non c’è mai stata.

Chissà.

So che però oggi sono una che se si mette a dieta e un amico le dice “andiamo a mangiare una pizza?” di sicuro non dice no.
Che la domenica fa un sacco di propositi per la settimana che puntualmente non rispetterà.

Al massimo, questo sì, ho la tigna per evitare il male.
Quando una cosa mi infastidisce, o mi ferisce, o potrebbe farlo, la evito, me ne allontano.
Non ho nemmeno più bisogno di allontanarmene fisicamente, per dire.
Posso stare davanti a quella cosa e andare via ugualmente con tutta me senza che dall’esterno si veda nulla.

Così, e questa sì, me la riconosco, ho la tigna quando devo difendermi da chi mi fa male, anche senza volerlo.
Lo lascio lì a dire fare baciare lettera e testamento quello che vuole, e io mi rifugio nel mio angolo di tranquillità interiore.

E, stavo pensando prima, mentre tiravo su dello sporco dal pavimento alluvionato, che non ho nemmeno poi tanta voglia di mettermi testardamente alla ricerca di quello che esattamente voglio.

Mi basta, questo sì, non accontentarmi di meno che del tutto.
E infatti non ho intenzione di accontentarmi più.

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