lacasadelsole

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Mese: luglio, 2014

Quel momento in cui tutto è perfetto o lo sembra.
Quel momento in cui subito dopo tutto sembra un disastro.

Non sapere a cosa credere.
Guardare un panorama di una bellezza impossibile.
Respirare.

Vedere se passa senza piangere.

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Le prime volte

Tra due giorni parto per una serie di prime volte.

La mia prima Africa.
Il mio primo sotto l’Equatore.
La mia prima Croce del Sud.
La mia prima notte in aereo.
I miei primi tanti aerei in pochi giorni.
Il mio primo paese con la guida a sinistra.
Il mio primo incrocio di oceani.
I miei primi pinguini.
Il mio primo viaggio in quattro.

(Sono sicura che ci siano tutta un’altra serie di prime volte, in questo viaggio, ma ora non mi vengono)

Questo viaggio l’ho voluto tanto, contro una serie di persone che mi hanno consigliato di no, e contro una serie di vocine che mi dicevano no.
E contro una serie di parole che non riesco a dimenticare che mi hanno scritto a caratteri cubitali scappa via finché sei in tempo.

Io sono fuori tempo, e amo questo viaggio, e amo questa vita.
E se dovrò rinunciarci lo farò a malincuore, facendomi, sì, molto male, allora.

Memento

Sono momenti speciali, quelli in cui sopravvivi a un terremoto e fai il conto delle cose che sono rimaste in piedi, per capire se sono abbastanza solide da essere fondamenta per altro, o se sono almeno abitabili, o se occorre buttare giù tutto e allontanarsi dalla zona per sempre.

Così ogni tanto mi vengono in mente delle cose, e ogni cosa mi sembra importante, quando invece magari è una sciocchezza, ma non voglio rientrare in casa, se so che può crollarmi in testa.

Per esempio l’altro giorno pensavo che per essere liberi bisogna non avere la necessità di avere una strategia.
Essere uno.
Un pensiero, una parola, uno sguardo, una vita.
Muoversi senza strategie, convinti che la terra ti sostenga è la mia idea di libertà, oggi.
Avere fiducia.
Essere sinceri.
Ricevere sincerità.
(Quanta banalità, tutta insieme)

Ieri, invece, ho capito che si vive benissimo con un sacco di sensi di colpa.
Ma si vive malissimo quando si viene umiliati, o degradati, o calpestati.
Per cui questo blog e me stessa decidono che non è affatto vero che è meglio essere feriti che ferire.
Meglio ferire, sempre.
Essere feriti indebolisce, invalida vite intere.
È come essere infettati da qualcosa che ti mangia dentro.

Sempre ieri, poi, pensavo che quello che è giusto fare o doveroso fare sono spesso diversi da quello che si vuole fare.
E pensavo che mi piacerebbe essere una che vuole la cosa giusta, dal momento che la cosa giusta la vede spesso con chiarezza, ma non la fa quasi mai.

Non fare quello che è giusto.
Ma volere quello che è giusto.
E credo che questa differenza qui sia di quelle che possono cambiarti la vita.

Forse, alla fine, non ce la farò.

Dove si sente il male

Il male lo sento a ondate dallo stomaco alla bocca, che diventa d’improvviso amara.
Lo sento come il suono nelle orecchie delle parole lette, che non posso dimenticare e che seziono alla ricerca di una scappatoia per fuggire da questa ruota che mi porta a pensare senza arrivare a nulla.
Lo vedo come una strada buia senza deviazioni che mi porta sempre nel posto in cui non voglio andare.

La pace la sento nel respiro che si fa leggero, nel pensiero che anche le cose che oggi sono brutte sono sciocchezze rispetto ad altre cose, che sono più brutte.
La pace la sento come un coraggio che mi nasce dentro e che mi fa dire che posso farcela.
La sento nella mia voce che prega alla ricerca di una illuminazione che mi suggerisca cosa fare, che cosa è giusto fare, che cosa dire, cosa è meglio dire.

Ci vorrebbe una carezza, e la certezza che le persone possono cambiare, se amano abbastanza da farlo.

Breve inventario dopo una piccola catastrofe

1) Ho imparato a tenermi al riparo dal dolore. Basta che stia sveglia, per non sentire l’onda alta del male.

2) Ho imparato a non fare la scena, o almeno, a provarci.
Il fatto di voler gridare piangere prendere a schiaffi qualcuno non significa che abbia senso farlo.

3) Penso sempre. Penso e valuto sempre. Cerco di mettere ordine nelle cose, nei pensieri, nelle sensazioni.
Cerco di capire cosa c’è da imparare e di impararlo.

4) Ho imparato che la lezione è più importante di quello che succede.
Che il dolore è l’occasione per sfidarsi e crescere un pochino di più. Che il bianco e il nero, il giusto e lo sbagliato sono etichette assurde.

5) Ho capito che la cosa che più tengo a preservare è l’amore.
Perché si può sbagliare molto, si può stare molto male, si può fare molto male, ma se resta un briciolo d’amore, quella è l’unica cosa da guardare.

6) Anche se tutto finisce in pezzi, qualche pezzo resta in piedi.
Da lì, forse, si può ricominciare più forti di prima.

7) Tu, aiutami, che ne ho bisogno.

Passi

Se seguissi una delle regole dei dodici passi credo che questo sarebbe quello in cui chiederei scusa.

Scusa a tutti quelli che ho guardato negli occhi con lo sguardo limpido e a cui ho mentito, sapendo di mentire, per esempio.
Ma per quello ho già pagato molto e sto già pagando ora.
Con gli interessi anche.

Ma soprattutto chiederei scusa a Stefania.

Stefania l’ho vista tre volte in tutto e l’ho pensata ogni giorno per sei anni di seguito.
Quando la vedevo mi sentivo inadeguata, brutta, grassa, sgraziata, stupida.
Quando la pensavo, pensavo a lei come alla donna più fortunata del mondo.
Anche quando ero con il suo uomo pensavo che fosse la donna più fortunata del mondo.

Io di Stefania sapevo tutto.
Sapevo dove abitava, quando aveva le mestruazioni, quando aveva l’emicrania, che cosa mangiava, che cosa dipingeva, i pezzi che aveva comprato per arredare casa.
Sapevo che era bella (lo era, molto) che era ricca che era intelligente che aveva avuto una vita complicata, prima di lui.
Sapevo il suo segno zodiacale, che credeva alla magia, che prevedeva un po’ il futuro.

Lei di me sospettava che fossi (e sapeva che ero) quella con cui lui la tradiva e poco altro.
Aveva cercato di scoprire qualcosa di più, con poco successo, attraverso le battute indirette e acide che fanno le donne quando vengono tradite.
Stefania dichiarava che la fedeltà non è un valore, e subiva l’infedeltà con molta eleganza.

Io la pensavo più di quanto pensassi a lui, e ho sempre fatto questa gara invisibile con lei.

Io stavo vincendo, ma tantissimo, e non lo sapevo.

Oggi, ecco, io oggi penso a Stefania con affetto e un sacco di empatia.

E se potessi le chiederei scusa perché quella fortunata, tra noi due, ero io.

Dei treni

(In questi giorni chiedevo alla mia vita una vita autentica, e la mia vita mi ha spalancato la porta sull’autenticità.
Per dire che ne facevo a meno, anche, ma che è sempre meglio sapere in quale campionato stai giocando, così eviti di giocare a scacchi mentre invece sei all’olimpiade di tiro con l’arco alla schiena.
E poi già lo diceva Bacone che sapere è potere, quindi posso un sacco, oh.
Poi qui ci starebbe anche tutto un discorsone sul perché spesso non chiedo alla mia vita niente e me ne sto zitta zitta senza ingonghiare mai; perché ogni volta succede qualcosa, ma non è garantito che sia qualcosa di bello.
Tant’è)

Allora così, pensavo stanotte, alle quattro, su un divano al buio, che la vita ha a che fare con una serie di treni.
Alcuni li prendi, altri li perdi, i peggiori prendono te.

Nell’ultimo caso, sappiatelo, i treni sono un pessimo mezzo di locomozione da cui farsi prendere, perché non lasciano nulla, dopo che sono passati.

Ma proprio nulla.

Quello che non

Così oggi ero lì davanti alla finestra aperta e osservavo la mia vita, e le cose che si muovono, e quelle che succedono e quelle che non succedono, e quelle che purtroppo succedono e non vorresti, e quelle che le fanno succedere gli altri e sarebbe bello che non le facessero succedere, ma gli altri non sono noi, anche se sarebbe bello che lo fossero, ma forse no, perché noi amiamo chi è diverso da noi.

Guardavo questa cosa, questa vita, e pensavo che ci sono state cose che mi hanno fatto anche tanto male, e che però mi sono servite tutte, ma non era questa la cosa che mi ha fatto scendere due lacrime.

Le lacrime sono scese perché ho pensato che le cose, a furia di graffiarti poi ti rendono amara, e io non vorrei essere una persona amara.
Perché l’amarezza è come un odore sgradevole, è uno sguardo sempre triste, è il vestito sbagliato, è un paio di scarpe che ti fanno male ai piedi e tu devi camminare per ore con quelle scarpe lì.

E ho pensato che devo imparare come si fa, perché ancora non l’ho capito.

Subconscio, grazie

Stanotte ho fatto un sogno che mi ha fatto capire praticamente tutto, quindi magari me lo scrivo.

Nella prima parte c’era una festa a scuola, e non è quella importante, tralasciando che avevo un’ansia da prestazione folle, e se c’è una cosa che non so fare è organizzare feste, o costruire cose con le mani, dipingere e compagnia.
Sono l’incubo delle aziende di bricolage, decoupage e anche delle aziende che vendono forbici e carta crespa, per dire.

Ma la seconda parte.
Ero a casa dei miei (da qualche parte anni fa ho letto che si sogna sempre a casa dei propri genitori, nella casa dell’infanzia, e mi sa che è vero) e a un certo punto mia madre mi dava da buttare delle cose.
Insomma scendevo in strada e lì incontravo un sacco di gente.
Il mio migliore amico che vive a Reggio Emilia.
La mia migliore amica con il suo splendido figlio (figlio che le invidio, ammettiamolo).
Una persona qui di Firenze che mi chiedeva una firma per una lettera di presentazione per un lavoro in Danimarca.
Una mia compagna di liceo (che non vedo da vent’anni, tipo) che mi dice che fa la biologa all’estero.

E a me sale un’angoscia tremenda.

Salgo in ascensore, ci sono delle persone, vedo tre numeri (io quasi quasi li gioco, oggi), c’è un passeggino vuoto di nessuno (vabbè è facile! il desiderio di maternità frustrato! che palle caro subconscio).

Entro in casa e ho un’angoscia tremenda.
E mi metto in cucina con mia madre a preparare le cotolette e il pollo alla cacciatora (il pollo alla cacciatora è l’unica cosa che mi ha insegnato a fare mia madre in cucina. Me lo ricordo perché successe che era malata e non riusciva a stare dietro alle cose di cucina, così mi insegnò come si faceva. Poi smise di stare abbastanza bene anche per insegnarmi delle cose, e infatti non so fare quasi nulla. E comunque il pollo alla cacciatora non ho più avuto voglia di cucinarlo, dopo quella volta).
E mentre le sto raccontando delle persone che ho visto e di come la mia vita sia inutile, mediocre, indecente umiliante, poco stimolante (che poi è quello che penso ogni volta che scopro che un’amica parla a un congresso, ha un nuovo lavoro, insegna all’Università, si trasferisce all’estero) improvvisamente la guardo e capisco.

Capisco che non è la cosa in sé a farmi stare male.
Le dico “quello che mi fa stare male è che perdo i futuri possibili, non le mie scelte in sé”.
E mentre lo dico in sogno sento che è vero.

Sento che la mia frustrazione è un tratto di me, non della mia vita.
È quella cosa per cui mi dispiace non aver studiato matematica, o tedesco, o francese, o QUALUNQUE cosa.
Mi spiace non aver fatto la ballerina, la fotografa, non saper disegnare, non saper andare in moto.
Soffro dell’incompletezza umana, che è una roba di una infantilità tremenda a dirla tutta.

Ma se uno soffre di una cosa così normale, allora significa che non soffre perché non ama la sua vita, ma perché non amerebbe nessuna vita.

E insomma, avendo capito questo, secondo me, ci si può lavorare, a esser contenti così.