Subconscio, grazie

di Calexandrìs

Stanotte ho fatto un sogno che mi ha fatto capire praticamente tutto, quindi magari me lo scrivo.

Nella prima parte c’era una festa a scuola, e non è quella importante, tralasciando che avevo un’ansia da prestazione folle, e se c’è una cosa che non so fare è organizzare feste, o costruire cose con le mani, dipingere e compagnia.
Sono l’incubo delle aziende di bricolage, decoupage e anche delle aziende che vendono forbici e carta crespa, per dire.

Ma la seconda parte.
Ero a casa dei miei (da qualche parte anni fa ho letto che si sogna sempre a casa dei propri genitori, nella casa dell’infanzia, e mi sa che è vero) e a un certo punto mia madre mi dava da buttare delle cose.
Insomma scendevo in strada e lì incontravo un sacco di gente.
Il mio migliore amico che vive a Reggio Emilia.
La mia migliore amica con il suo splendido figlio (figlio che le invidio, ammettiamolo).
Una persona qui di Firenze che mi chiedeva una firma per una lettera di presentazione per un lavoro in Danimarca.
Una mia compagna di liceo (che non vedo da vent’anni, tipo) che mi dice che fa la biologa all’estero.

E a me sale un’angoscia tremenda.

Salgo in ascensore, ci sono delle persone, vedo tre numeri (io quasi quasi li gioco, oggi), c’è un passeggino vuoto di nessuno (vabbè è facile! il desiderio di maternità frustrato! che palle caro subconscio).

Entro in casa e ho un’angoscia tremenda.
E mi metto in cucina con mia madre a preparare le cotolette e il pollo alla cacciatora (il pollo alla cacciatora è l’unica cosa che mi ha insegnato a fare mia madre in cucina. Me lo ricordo perché successe che era malata e non riusciva a stare dietro alle cose di cucina, così mi insegnò come si faceva. Poi smise di stare abbastanza bene anche per insegnarmi delle cose, e infatti non so fare quasi nulla. E comunque il pollo alla cacciatora non ho più avuto voglia di cucinarlo, dopo quella volta).
E mentre le sto raccontando delle persone che ho visto e di come la mia vita sia inutile, mediocre, indecente umiliante, poco stimolante (che poi è quello che penso ogni volta che scopro che un’amica parla a un congresso, ha un nuovo lavoro, insegna all’Università, si trasferisce all’estero) improvvisamente la guardo e capisco.

Capisco che non è la cosa in sé a farmi stare male.
Le dico “quello che mi fa stare male è che perdo i futuri possibili, non le mie scelte in sé”.
E mentre lo dico in sogno sento che è vero.

Sento che la mia frustrazione è un tratto di me, non della mia vita.
È quella cosa per cui mi dispiace non aver studiato matematica, o tedesco, o francese, o QUALUNQUE cosa.
Mi spiace non aver fatto la ballerina, la fotografa, non saper disegnare, non saper andare in moto.
Soffro dell’incompletezza umana, che è una roba di una infantilità tremenda a dirla tutta.

Ma se uno soffre di una cosa così normale, allora significa che non soffre perché non ama la sua vita, ma perché non amerebbe nessuna vita.

E insomma, avendo capito questo, secondo me, ci si può lavorare, a esser contenti così.

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