A metà del viaggio

di Calexandrìs

Così, Africa.

Archiviando le cose difficili dell’arrivo, che riguardano l’ingenuità di un paio di persone che avevano voli scomodi e si sentivano così felici da sentirsi senza nemici, se dovessi dire la prima cosa dell’Africa è l’inglese.

Essere in un posto in cui capisco cosa dicono, e in cui capiscono cosa dico io.
Esiste la possibilità di intessere relazioni, di fare conversazione.
Una cosa bellissima.

La seconda ed è molto più forte, è un ristorante.
Si chiama KoS, è a Waterkant a Cape Town, e la prima cosa che vedo sono quattro amici a cena; due coppie: una bianca e una nera.
E la padrona del ristorante è bianca, e così i camerieri, e il cuoco è nero, e così il buttafuori.
E anche se è il primo sudafrica della mia vita so che questa roba qui è un pezzo di storia, e ci sono dentro.

L’altra cosa è l’incredulità.
Da una parte della strada township infinite di una miseria impossibile da dire, rabbia che senti che ti arriva addosso anche attraverso i finestrini chiusi della macchina, perché sei bianco, e sei uno che odiano, e direi che non c’è eccezione.
Dall’altra, interi quartieri di case bellissime, pulite, dipinte di fresco, circondate da muri alti, da filo spinato, da cancelli elettrificati, e con sopra le finestre delle case l’avviso “armed response”.
E quelli che non capisci, immediatamente, sono i bianchi.
Gente che vive in un mondo chiuso, in un mondo che è una prigione, per quanto bella.
Bianchi recitanti e ricchi: impossibile da capire.

Poi, uscendo dalle città, i recinti si abbassano, a volte scompaiono, il filo spinato sparisce e hai davanti la terra più incredibile che tu abbia mai visto.
Orizzonti sterminati, spazi infiniti, colori impossibili da descrivere, animali che ti circondano.
Animali che pensavi ci fossero solo in TV che sono lì, a tre metri da te.
Un cielo senza scie, senza fili, senza nuvole.
Un cielo immenso, in cui esiste il buio.
La luce del giorno così forte da accecarti, non un filo di inquinamento.
La terra rossa, in cui vorresti infilare le mani.
I tramonti più belli del mondo.
La via lattea così definita da poterla toccare.

Così pensi di avere visto tutto.
Invece, poi, il giorno dopo, ti trovi per centinaia di chilometri in mezzo al nulla.
Deserto.
Una strada sterrata e il Nulla.

Canyon profondissimi, montagne, rocce con forme assurde, erba gialla perché è inverno, arbusti.
Così, a perdita d’occhio.
Quando a perdita d’occhio non è un modo di dire.

Dopo un’ora pensi che non ti stupirai più.
Invece a ogni curva c’è una meraviglia nuova e a un tratto è così grande così immenso così totale così assoluto che ti metti a piangere e non puoi fermarti perché è troppo bello: più bello del Capo di Buona Speranza che pure ti aveva commosso per l’idea dell’impresa, per le onde enormi, per gli struzzi che corrono lungo l’oceano.
Ma lì la terra finisce, e sei in fondo al mondo; invece nel deserto la terra non finisce e ti stupisce a ogni sguardo con qualcosa di nuovo.
Immagini come debba essere coperta di erba verde e di animali che corrono e di acqua (quanta acqua deve esserci qui nella stagione delle piogge) e lo vedi con gli occhi della mente, come deve essere.
Come se ci fossi stata.
E ancora il cielo, sempre uguale ma di un colore sconosciuto, e il calore del sole, e l’aria secca che ti fa amare anche il caldo.

E poi chilometri di niente.
E quando c’è qualcosa improvvisamente la gente è tutta per strada, ci sono i negozi in cui puoi comprare e dentro c’è musica e la gente balla.
E quando entri nel tuo primo supermercato africano ti rendi conto che c’è del cibo che nemmeno puoi capire cosa sia, e però ci sono gli All Bran di Kellog’s e il Listerine, che c’è da uscire scemi a pensarci cosa c’entri il Listerine con tutto quello.
E tanta gente a piedi che cammina, fa la coda al bancomat (il giorno di paga le donne vanno a prendere i soldi che spenderanno tutti in una volta, dicono i bianchi, con tono acido) ed è seduta senza fare niente, solo a guardare.
Gente che parla in gruppo.
Gente a piedi, ovunque.
Che fa l’autostop.
Bambini dappertutto: nei prati che giocano a calcio, per strada che attraversano, per strada che fanno i pastori, bambini piccolissimi con fratelli ancora poi piccoli che fanno l’autostop: sorridono, salutano.
Bambini nei cortili delle scuole, con la divisa.
Scuole elementari dappertutto, che non ha senso, dal momento che è ovvio che i ragazzi qui lasciano la scuola troppo presto, eppure ci sono scuole e scuole e scuole e scuole.
E bambini da soli.
E donne con bambini, e donne che chiacchierano.
Che ridono.
Le donne ridono tanto più degli uomini, e ti viene in mente quella cosa lì del micro credito, e sì, per uscire dalla povertà bisogna contare sulle donne, che anche in mezzo alle township e anche se abitano nelle capanne di fango del Lesotho hanno il problema dei panni da lavare, e infatti ci sono infiniti fili di biancheria che sventola.
E poi i taxi collettivi, le parabole sulle baracche, i negozi fatti di lamiera, i pastori a cavallo, la gente con addosso la coperta, per coprirsi, e il passamontagna.
E tutti quelli con cui parli che ti salutano nella loro lingua, poi lo rifanno in inglese e ti chiedono come si dice in italiano arrivederci, o buongiorno, e ridono un sacco; soprattutto il poliziotto che vi ferma che dice che è di etnia Moho che si diverte tantissimo a farvi parlare in italiano.

Ed è tutto terribile, e bellissimo.

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