L’album dei ricordi

di Calexandrìs

Una corsa a perdifiato all’aeroporto di Francoforte; io ero quella che doveva badare alla bambina più piccola, ma lei era molto più veloce e resistente di me.
L’aereo sembrava perso, e invece no, alla fine ci stavano aspettando.

Un sorriso da un capo all’altro di una fila da quattro dell’aereo: stiamo partendo davvero per una serie di mie prime volte.

L’aeroporto di Johannesburg. Si avvicina un signore che ci porta – di corsa – al gate giusto per l’aereo con cui abbiamo la coincidenza.
Al gate ci stanno chiamando.
L’uomo (“ma guarda che organizzazione questi dell’aeroporto di Johannesburg”) alla fine voleva dei soldi.
Non ne avevamo, non gliene abbiamo dati; forse ci ha maledetto, chissà.

Le valigie sul nastro a Cape Town; scopriamo che ci hanno rubato le macchine fotografiche.
Mi viene da piangere, ma mi pare una stronzata piangere per una macchina fotografica, soprattutto davanti a dei bambini.
Ma piangerei, oh sì.

Un tizio biondo ci apre l’appartamento a Cape Town, e io mi trovo dentro a una rivista di arredamento.
La casa è a dir poco spettacolare: due piani, una scala da urlo, vetrate con vista sul porto di Cape Town invece di un muro, piscine ovunque. Un pavimento di pietra bellissimo.
Due cucine, due salotti. Tre camere da letto, quattro bagni.
La casa dei sogni.

Un ristorante con una padrona meravigliosa.
Un ristorante un cui ci danno da assaggiare un piatto di ottimo pesto.
Un ristorante in cui due coppie, una bianca e una nera sono a cena insieme: Sudafrica, 2014.

Lo sguardo di odio della donna delle pulizie, nera, che si prende cura della nostra casa: sentirsi così, dalla parte sbagliata.

Il giorno dopo, quando avvolgiamo il nastro, ripartiamo da capo per cancellare il furto e sappiamo, in quel momento, che il nostro viaggio sarà perfetto, da quel momento in poi.

Una spiaggia bianca, oceanica, bellissima.
Un cielo così bello come non ne ho mai visti.
E i pinguini: i pinguini buffi che camminano in coppia, in gruppi, da soli.
Che si tuffano tra le onde.
Che si prendono cura dei piccoli.

Un uomo che avvista le balene e soffia in una tromba per avvertire i turisti che accorrono con i loro teleobiettivi lasciando i tavoli dove stanno pranzando.
Decine di persone che studiano l’orizzonte alla ricerca di una coda di balena da fotografare.
L’attesa premiata da spruzzi di acqua e da un gruppo di delfini che, bianchi, sembrano volare sulle onde.

Il Capo di Buona Speranza, con le alte onde degli oceani che si infrangono, gli spruzzi, le nuvole, l’emozione di essere proprio lì, alla fine del mondo.

Una strada sterrata che potrebbe essere ovunque, ma è un ovunque in cui d’improvviso sbucano degli animali che ho visto solo nei documentari: zebre, struzzi, facoceri, elefanti.
Tantissimi elefanti: un gruppo con elefanti anziani, e madri con i cuccioli, tanti cuccioli, e il capobranco che ci tiene d’occhio e nel frattempo impedisce ai giovani scapestrati di lasciare il gruppo.
Una meraviglia che non può essere spiegata.

Un’altra strada sterrata alla fine della quale c’è un aperitivo rosso e verde e un lodge che per due giorni sarà casa.
Un posto incredibile, con il tetto di paglia, un patio che si affaccia sulla savana, le scimmie sull’albero a fianco del patio.
Un falò e il cielo del Sud.
La croce del Sud, la costellazione dello scorpione, la luna con lo spicchio appoggiato verso il basso (chissà perché, chissà perché) e la via lattea così luminosa che non servirebbe nemmeno la luce, per orientarsi.
Sapori mai gustati, un’aria da fine del mondo.

Il freddo di una mattina presto nella savana, la jeep che ti sbalza di qua e di là e le coperte perché fa freddo.
Il tè caldo preso in mezzo alla savana, dopo avere visto le giraffe vicinissime.
Un cucciolo di rinoceronte che viene allattato dalla madre, mentre il padre sorveglia la scena, a pochi metri.
Il primo tramonto nella savana, perfetto.
L’ombra di un leone in mezzo al bush.

Il mio primo incontro con l’Africa vera.
La gente che cammina per strada.
I bambini da soli che vanno a scuola, quanti.
Le donne vestite coloratissime, i bambini sulla schiena, i bambini per mano.
I campi da calcio delimitati dal nulla.
Le baracche.
Le ville bellissime circondate da muri e filo spinato, e davanti la miseria.
I taxi collettivi.
I supermercati africani.
I mercati africani.
La gente a piedi; il deserto per chilometri e poi tutta la gente per strada, seduta, in piedi, in gruppo.
Il bestiame in mezzo alle vie.
Le scimmie in mezzo all’autostrada.

Una strada sterrata che corre in mezzo a un deserto immenso; io che mi commuovo.

Una villa con la scritta Shalom sulla porta e una camera per quattro.
La signora che spiega in inglese ai bambini che hanno le coperte elettriche mentre a mamma e papà non servono “perché si stringono”.
Io che mi imbarazzo, e che mi emoziono.
Tanto.

Una città africana, la coda dei neri al bancomat perché è il giorno in cui danno la pensione, ci spiegano.
Una cena in un pub in cui bianchi e neri chiacchierano e scherzano.

Il passaggio alla frontiera del Lesotho.
Le impronte dei dinosauri.
Un ragazzo lesothiano che ci insegna a dare la mano nel modo giusto e prova a insegnarci come salutare nella sua lingua.
I bambini.
I pastori a cavallo con i passamontagna.
Gli asini che portano l’acqua.
Le donne che portano la legna in testa.
Le capanne circolari, poverissime, con i panni stesi fuori ad asciugare.
Un paesaggio incredibile, i canyon, la montagna, un torrente ghiacciato.
La terra.
Rossa.
Una terra in cui viene voglia di infilare le mani.

Un lodge sopra delle palafitte.
Un lago.
A cena, il personale del ristorante canta Happy Birthday a una cliente: e la canzone, che è la canzone più brutta del mondo, si trasforma, magicamente. In un canto a sette voci, vibrato, vibrante.
Mi vengono i brividi dappertutto, mi scende una lacrima.

E poi strade e strade e strade.
E panorami impossibili: altipiani, foreste, canyon, deserti a perdita d’occhio.
Baracche colorate, persone colorate, persone che ballano.
Capanne circolari di un set cinematografico trasformato in un complesso turistico. I canti zulu, le danze zulu, i costumi zulu.
Noi presi e portati via dalla meraviglia, come i bambini, ma consapevoli dell’eccezionalità dell’essere lì tutti insieme.

E lacrime di fronte ai cieli d’Africa, e lacrime di fronte agli animali in branco.
Un leopardo che attraversa la strada incurante di noi, solo noi, che stiamo passando di lì.
La processione degli elefanti che va ad abbeverarsi.
Una mandria di bufali che alzano la testa all’unisono nel vederci passare.
Una giraffa e due zebre in mezzo alla strada, così vicine che basterebbe allungare una mano.

Un lodge più bello dell’altro.
Case bellissime in cui vorrei vivere ogni volta.
Case in mezzo alla savana, con i segni, la mattina, degli animali che ci hanno pascolato all’alba.
Scimmie che ti spiano dalla finestra, le fredde albe invernali e i branchi di animali che ti guardano stupiti perché sei a casa loro.

Ogni giorno succede un miracolo: che sia una filastrocca cantata in macchina, un gesto d’affetto, un elefante corrucciato, una giraffa che mastica lentamente o un leone che ti guarda superbo attraversando la strada.

Case così belle da cancellare una dopo l’altra la bellezza di quella di prima.

Le città africane che all’inizio del viaggio mi facevano paura, così caotiche, così impossibili da decifrare diventano familiari, con il loro mercati, i carretti, i cani e le capre per strada e i bambini che escono da scuola con le divise colorate.

Sentirsi a casa dopo ogni curva, a ogni cielo nuovo, a ogni sorriso, a ogni parola sussurrata.

Sapere di essere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta.
Sperare che duri a lungo, o che, almeno, possa succedere di nuovo.

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