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Mese: settembre, 2014

Chi controlla i controllori?

Oggi sono stata vittima di un’ingiustizia al lavoro.

È una roba che non capita quasi mai, anzi sono due le cose che non capitano quasi mai.
Raramente scrivo di lavoro, quasi mai subisco ingiustizie.
Sono una scassacoglioni ma sono la stessa che oggi, che avevo preso un giorno di permesso, il pomeriggio è andata alla riunione, perché nella mia testa avere un giorno di pomeriggio vuol dire non andare a lavorare quando non puoi, ma andarci quando puoi.
Che non vuol dire niente di importante magari, ma qualcosa sì.
Vuol dire per esempio che quando occorre fare delle ingiustizie a qualcuno non sono spesso la prima della lista.

Eppure hanno fatto uno sgarbo a me.
In nome dell’autonomia scolastica, in nome della scuola-azienda, in nome del potere del dirigente in nome di salcazzo cosa.

Ma non è di questo che volevo parlare.
Volevo parlare del fatto che quando si attribuiscono poteri a qualcuno occorre controllare da vicino quei qualcuno, perché la gente è brutta, mente, fa i suoi calcoli, calpesta le persone.

Sempre.
Quindi meno poteri si hanno, meglio è.

La macchina del tempo

Diciamo che una mattina accendi il computer per mettere ordine nel tuo file system (diciamo che hai scoperto domenica che devi tenere ordinato il tuo file system e ci tieni a fare le cose per bene).
Diciamo che in mezzo ai file trovi cartelle e sottocartelle di una vita fa, e che potrebbero essere cancellate.
Anzi, che vuoi cancellare.

Diciamo che ne apri una, poi una seconda.
E trovi delle lettere.
Lettere d’amore.
Diciamo che le hai scritte tu, e lo riconosci dal fatto che sono sul tuo computer, che tu scrivi a quel modo, e che tu pensi esattamente quelle cose quando sei innamorata, perché sei banale, e più o meno ci si innamora sempre nello stesso modo, diciamolo.

Diciamo anche che mentre leggi provi un fortissimo fastidio per le somiglianze, e soprattutto un fortissimo fastidio per quei toni eccessivi e mielosi, che va bene essere innamorati, ma scemi, eccessivi, mielosi, melodrammatici anche basta.

Diciamo che una serie delle cose che hai scritto lì sopra sono l’eco di cose che pensi ancora oggi, di te, dell’amore dell’effetto che ti fa.
Ma il fastidio di quegli accenti non va via: a 30 anni ero una adolescente, ora probabilmente poco di più, ma è già un bel vantaggio.

Così scorro veloce le parole con aria disincantata e un po’ cinica, e penso che era bello scrivere quelle cose credendoci così tanto, ma che deve essere stato brutto ricevere quelle lettere, che sembrano davvero le lettere di una pazza isterica.

Mi prenderei a schiaffi per come ero, ma soprattutto mi abbraccerei, perché se una pensa e scrive quelle cose lì significa che ha/aveva un tale bisogno di essere amata e approvata e accolta e salvata che niente può servirle se non un abbraccio.

(Poi ho trovato una lettera d’addio, di un uomo.
E il fastidio, la bile, lo schifo, la manipolazione che ho sentito rileggendola a sei anni di distanza sono così grandi che gli ho rivolto un pensiero ovunque egli sia: e non era un pensiero buono)

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Il controllo e la fiducia

Quando faccio la doccia penso, e quando penso, almeno a volte, mi si illumina il cervello.

Ieri facevo la doccia, e pensavo.
E pensavo che la fiducia e l’amore sono esattamente il contrario del controllo, perché il controllo ha a che fare con la paura, e si sa che il contrario della paura è l’amore.

Allora quando non mi sento bene, quando non ho fiducia, quando non sono in amore istintivamente mi piacerebbe prendere il controllo delle situazioni.
Anche delle persone.

Controllare che non mi facciano male, che facciano le cose “giuste” che siano sincere.
E c’è molto di altro in questa lista possibile di terrori.

Ma poi il controllo non ha senso, e lo so.
Perché mai puoi controllare abbastanza, perché mai e poi mai puoi essere sicura di una cosa, perché nessuno può rassicurarti sul fatto che ti ama se non amandoti meglio che riesce, e nessuno può farti sentire al sicuro se non ti senti al sicuro tu.

Così pensavo che la scelta è dentro o fuori, amare o non amare, fidarmi o non fidarmi.
E non ci sono più vie di mezzo in questa vita.

Timehop mi sta insegnando chi ero, e chi sono ancora, e chi non sono più.

Per esempio oggi ho fatto una cosa che anni fa non avrei fatto, perché anni fa tendevo a fidarmi anche se facevo finta di no.
Oggi invece tendo a non fidarmi anche se faccio finta di sì.

La cosa notevole è che non faccio finta con gli altri; ormai l’energia che spreco la spreco per far finta con me stessa.

Questa cosa, di essere spesso triste, è una cosa che odio di me.

Chi sono, chi ero

La storia di trasloco di oggi è un libro da cui cadono dei fogli.

Sono fogli bianchi su cui una persona, io, ha scritto dei numeri.

Ci ho messo un po’ a capire che numeri fossero.

Il primo era il numero di un cellulare cinese; il cellulare che usava il fotografo quando andava in Cina.
Il cellulare che usavo per chiamarlo prima degli appuntamenti su Skype (devo ringraziarlo comunque quell’uomo lì, che insieme alla cattiveria degli uomini mi ha insegnato l’amore e le potenzialità della tecnologia).

Il secondo era un numero cinese, anche quello.
Il numero del consolato italiano a Shanghai.
Lo avevo trovato una notte alle quattro, quando lui aveva mancato il nostro appuntamento telefonico, e io pensavo che potesse essere morto o disperso o accoltellato e lo chiamavo inutilmente.
Lui, naturalmente, stava scopando con un’altra; io, dall’altra parte del mondo, cercavo il numero del consolato nel caso in cui non si fosse fatto vivo nelle 48 ore successive (i film polizieschi ti insegnano che per cercare uno scomparso devi aspettare 48 ore, no?).

Poi sul foglio c’erano due numeri.
Un numero di paese della provincia di Treviso, e un numero di cellulare.
E vicino a questi numeri un nome.

E improvvisamente mi sono ricordata chi era lei, ma non riesco a comprendere la presenza di quei numeri.
Così, ricostruendo a fatica cosa può essere avvenuto, mi sono resa conto che io quei numeri li ho presi dal telefono del fotografo, ed erano i numeri di una con cui io sospettavo che mi tradisse.
Con cui, ovviamente, mi tradiva.
Una con cui, ovviamente, negava di tradirmi, e io, che non volevo credere che davvero potesse mentirmi, soffocavo i miei sospetti, e mi bevevo le sue parole d’amore.
Ma, evidentemente, avevo spiato il suo cellulare, e avevo preso il numero di telefono.
Si chiamava Gloria.

Mi sembra superfluo dire che non l’ho mai chiamata.
Anche perché cosa avrei potuto dirle?
“Tu scopi con il mio uomo”?
Mio?
Non diciamo sciocchezze.

Una donna il numero di un’altra lo prende, ma mica lo usa.
E non lo usa per evitare l’umiliazione.

Ma la cosa più interessante è che se io avessi dovuto giocarmi la mia stessa testa sul fatto che non avevo mai preso il numero di Gloria io lo avrei fatto.
Io non sono una che fa queste cose, avrei detto con aria altezzosa.

E invece ero una che faceva queste cose, anche se a metà, e ne è la prova che quel numero lì non è mai stato usato.

Così davanti a quel foglietto mi sono guardata allo specchio, e mi sono detta che ero diversa da come pensavo, e che oggi sono ancora diversa da quella che ero.
Oggi non lo cercherei nemmeno, il numero di una donna.

Oggi so che la punizione per chi tradisce (e io ho tradito, io lo so) è vivere con se stessi e con la persona che viene tradita, che lo sa (lo sa sempre quando stai mentendo) e non crede nemmeno più quando le dici che cosa hai mangiato a pranzo.

PS: spinta dalla curiosità ho googlato Gloria. Ha 31 anni è bionda molto bella ed è un personaggio di spicco di un partito politico.
A pensarci bene il fotografo faceva bene a tradirmi con lei; avrebbe fatto meglio a stare con lei, perché ne avrebbe avuto dei vantaggi, ma dal punto di vista evolutivo direi che faceva bene.

Cose uguali, cose diverse

Per la prima volta da quasi quattro anni sono felice di entrare in casa, qui a Firenze.

Come sempre, la domenica, al rientro, ho un magone grosso così.

So che sembra, ma le due cose non sono affatto in contraddizione tra loro.
Ho migliorato la mia vita, in modo esponenziale.

Ma questo non significa che io abbia la vita che voglio.

Il karma, dicono

Nella vita la cosa più interessante che ti possa capitare è che ti venga fatta esattamente la stessa cosa che tu hai fatto a qualcuno.
Non nel senso che sia piacevole sia chiaro, ma per capire davvero.

Così, ogni volta che so qualcosa che non dovrei sapere (ma che so ugualmente), ogni volta che qualcuno di cui mi fido mi pugnala guardandomi negli occhi con sguardo innocente, prima di arrabbiarmi mi ricordo che l’ho fatto io per prima.

E solo oggi mi rendo conto di come deve essere stato doloroso, per lui, all’epoca, vedermi e guardarmi e conoscere la verità.
E come deve essere stato difficile non vendicarsi.
E come deve essere stato tremendamente difficile perdonarmi.

E capisco anche di più le sue scelte, anche quelle che non mi sono piaciute, quelle che mi hanno ferito, quelle che mi hanno danneggiato.

Servono coraggio e forza e qualità che io non ho per non farsi sporcare dalla sporcizia altrui.

La lezione di oggi

In questi giorni di scatole, in questi giorni in cui sono dovuta venire a patti con il mio essere una accumulatrice compulsiva (probabilmente avrei potuto comprarmi una casa se non avessi speso così tanti soldi in libri e vestiti) ho capito che sono ansiosa.

La mia non è un’ansia di quelle che ti fanno diventare insonne.
È un’ansia che apparentemente controllo benissimo, mettendo una in fila all’altra le cose da fare, senza apparentemente perdere il conto di nessuna.

Ma in pratica divento una che ha paura di tutto: dei ladri in una casa vuota, di non trovare un parcheggio, di perdere delle cose, di avere perso il preventivo del trasloco, di lasciare delle cose preziose in giro, di rompere ogni sciocchezza.

E tutto questo mentre, esteriormente, sorrido giuliva.

Forse sono bipolare come mio padre anche io.