La macchina del tempo

di Calexandrìs

Diciamo che una mattina accendi il computer per mettere ordine nel tuo file system (diciamo che hai scoperto domenica che devi tenere ordinato il tuo file system e ci tieni a fare le cose per bene).
Diciamo che in mezzo ai file trovi cartelle e sottocartelle di una vita fa, e che potrebbero essere cancellate.
Anzi, che vuoi cancellare.

Diciamo che ne apri una, poi una seconda.
E trovi delle lettere.
Lettere d’amore.
Diciamo che le hai scritte tu, e lo riconosci dal fatto che sono sul tuo computer, che tu scrivi a quel modo, e che tu pensi esattamente quelle cose quando sei innamorata, perché sei banale, e più o meno ci si innamora sempre nello stesso modo, diciamolo.

Diciamo anche che mentre leggi provi un fortissimo fastidio per le somiglianze, e soprattutto un fortissimo fastidio per quei toni eccessivi e mielosi, che va bene essere innamorati, ma scemi, eccessivi, mielosi, melodrammatici anche basta.

Diciamo che una serie delle cose che hai scritto lì sopra sono l’eco di cose che pensi ancora oggi, di te, dell’amore dell’effetto che ti fa.
Ma il fastidio di quegli accenti non va via: a 30 anni ero una adolescente, ora probabilmente poco di più, ma è già un bel vantaggio.

Così scorro veloce le parole con aria disincantata e un po’ cinica, e penso che era bello scrivere quelle cose credendoci così tanto, ma che deve essere stato brutto ricevere quelle lettere, che sembrano davvero le lettere di una pazza isterica.

Mi prenderei a schiaffi per come ero, ma soprattutto mi abbraccerei, perché se una pensa e scrive quelle cose lì significa che ha/aveva un tale bisogno di essere amata e approvata e accolta e salvata che niente può servirle se non un abbraccio.

(Poi ho trovato una lettera d’addio, di un uomo.
E il fastidio, la bile, lo schifo, la manipolazione che ho sentito rileggendola a sei anni di distanza sono così grandi che gli ho rivolto un pensiero ovunque egli sia: e non era un pensiero buono)

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