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Mese: ottobre, 2014

Cose da rammentare

Bisogna tenere l’energia alta perché quando si abbassa l’energia si pensano e si fanno cose che ti impediscono di essere felice.

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La grande bellezza, o chissà

Il Fotografo diceva che ero una racchietta, e che innamorarsi di una racchietta è pericoloso (lo aveva già fatto una volta, di innamorarsi di una racchietta, ed era finita malissimo e così non si è innamorato di me, precauzionalmente) ma, in compenso, mi faceva delle bellissime fotografie.

Ho delle foto di me più giovane e fotoritoccata così bene che sembro proprio bella; la pelle liscia, il naso sottile, i capelli più neri, il colorito perlaceo, le labbra più rosse.
Ogni tanto lo tiro fuori, quell’album di me con pochi o nessun vestito addosso e mi guardo cercando di vedermi come mi vedeva lui, invano.

Il succo di tutta questa introduzione è che non sono bella, anzi.
Sono asimmetrica, molto, ho la bocca fatalmente storta, il culo grosso, le cosce grosse, la cellulite, le ginocchia grasse, i piedi, da un po’ di tempo in qua, gonfi.
Combatto con i capelli bianchi da quando ho 16 anni, con i chili di troppo più o meno dallo stesso periodo, e adesso che mi stringe la 44 che però in effetti è una 46 di qualche anno fa non ho nulla di cui rallegrarmi.
Poi, per dirne una, ho le palpebre cadenti, e per truccarmi ci vuole sempre più tempo, e le mani hanno la mia età, e il corpo anche: mi stanco tantissimo, mentre prima non mi stancavo mai, oppure che ne so, non ci badavo.

Eppure.
Eppure sono settimane che mi sento bella.
Ma bella proprio.
Cammino con un piede davanti all’altro godendomi il contatto con il terreno, e i capelli ricci e lunghi, e il sole in faccia, e il rossetto ben messo, e la sciarpa grande, che amo da morire, e che appena metto mi fa sentire un’attrice di queste, giovani e secche secche.
E quando mi sento bella così, sorrido a me e agli altri, e ricevo in cambio sorrisi, complimenti, occhiate di approvazione e qualche fischio (e sarò una criptomaschilista, che ne so, ma a me quando gli uomini mi fischiano per strada piace) e allora mi sento ancora più bella.

E non me ne frega niente dei chili dei capelli bianchi delle mani tozze e dei piedi gonfi: mi interessa, per la prima volta nella vita, godermi questa cosa bellissima di sentirmi bella.

E penso che se mi fossi sentita così a 16 anni, chissà.
Ma anche questo è poco importante: ho 41 anni, ci sono giorni interi in cui me ne sento molti di meno e sono soddisfatta di me.

Non è mica poco.

Cosa sta succedendo

In queste settimane la gente mi dice che sono brava, e lo fa continuamente.

A me non interessa più che la gente mi dica che sono brava, dopo tipo una vita a cercare di fare i salti mortali perché qualcuno se ne accorgesse. E adesso, tac, le gente me lo dice.
Il mio insegnante nuovo di teatro, per esempio, che è uno severissimo e guarda tutti con aria critica e che lunedì sera mi guardava mentre improvvisavo sorridendo apertamente.
O il mio insegnante di inglese, che mi ha dato la parola un numero infinito di volte martedì, invitandomi a parlare di più e incoraggiandomi perché sto andando bene.
E così la mia collega australiana, che ormai mi parla solo in inglese e mi sprona a parlare, a sbagliare, a farlo, e che ogni giorno mi dice che va un po’ meglio.

Poi mi dicono che sono bella, e anche questa cosa che dicono che sono bella è strana, perché io non sono bella.
Ma sto cercando di capire come truccarmi ora che ho scoperto che l’età mi ha fatto cadere le palpebre, e così sperimento e guardo tutorial su you tube, e ci metto un quarto d’ora a truccarmi gli occhi la mattina, ma tutti dicono che sono bellissima, e io me la godo.

E poi ho gestito una riunione, e anche nella gestione di questa riunione sono rimasti tutti così, attenti e un po’ stupiti, come se fosse una cosa eccezionale, e a me sembrava una cosa normale, ma evidentemente no, ecco.

E poi mi scopro che sono sempre più come mia madre, sia per questa cosa dei capelli, sia perché preferisco stare da sola, come poi lo preferiva lei.
Ho le mie cose, i miei libri, la mia nuova casa.
Va bene così, insomma, anche se questo momento è un momento in cui mi sento sempre come se avessi un pochino di freddo.
Non il gelo, ma una sottile sensazione di essere troppo poco coperta.
Meno di un fastidio, ma qualcosa.

Probabilmente abbracci che mancano, se dovessi fare un’ipotesi.
Ma non è il momento di fare ipotesi, quindi metto una sciarpa ed esco a guardare il cielo.

Qui e ora

La cosa notevole di queste settimane è che spesso mi dimentico delle persone.

Ogni tanto sono così presa dal momento in cui sono che il resto del mondo scompare.
Non esistono preoccupazioni, gelosie, invidie, ansie.

Ci sono io, quello che sto facendo, e niente altro.

È molto riposante.
Molto liberatorio.
Molto strano.

È bellissimo, ecco.

Per esempio, io so sempre quando mi mentono.

Solo che mi fanno tenerezza, ed evito di farglielo notare.

Lettera a me stessa sulla felicità

Ci sono tante cose da dire, e bisogna metterle in ordine.

La prima è una cosa che hai sentito due giovedì fa, e te la stai scrivendo dappertutto per non dimenticarla; la strada per la felicità ha tre passi: stabilire, pregare, agire.

E appena l’hai sentito hai capito che hai problemi almeno in due cose su tre; nello stabilire e nell’agire.
Non sai mai bene cosa vuoi, non sai mai bene cosa fare per ottenerlo se non sperare che lo Spirito te lo mandi tra le braccia.
Tieni le braccia aperte, questo sì, e non è nemmeno facile, ma non basta, è ovvio.

La seconda è che c’è una parola che fa rima con felicità ed è responsabilità.

Quindi, per esempio, quando due giorni fa hai trovato una cosa scritta per te, ed era una cosa che riguardava il fatto che non sei amabile perché non susciti poesia, e dici ti amo solo per farti amare, ti sei sentita tanto infelice, come quando la leggesti la prima volta.
Ma questa volta sai che quello non è più un problema tuo; il tuo problema è amare, non farti amare.
Perché la parte della responsabilità ha una parte leggera, quella in cui ti liberi della responsabilità degli altri.

Poi naturalmente c’è la parte pesante, quella in cui ti assumi la responsabilità tua, delle tue scelte, di quello che hai, e non hai, troppo spesso, stabilito.

Così, facendo la doccia stasera pensavi che dici cose che non pensi davvero, o che non pensi fino in fondo, perché è ovvio che se pensassi fino in fondo le cose che dici di volere domani andresti in Inghilterra a trovare il modo per fare la madre single, oppure andresti a caccia di un uomo che abbia fretta di avere una famiglia con te.

E invece devi assumerti la responsabilità di essere affascinata da uomini che ti dicono, in ordine sparso negli ultimi dieci anni, che non vogliono figli perché costano troppo, che non vogliono figli perché sono uno spreco di energia, che non vogliono figli perché ne hanno due di troppo, che non vogliono nemmeno una storia, a pensarci bene, e che peccato che non vogliono avere figli con te.
E così via.

La tua responsabilità è che ti piacciono uomini così e non colà.
E non è un caso, alla fine, perché se ti piacciono persone di un certo tipo non puoi proprio lamentarti perché sono persone di un certo tipo.

Quindi, tesoro mio.
Impara a dividere il tempo in piccoli frammenti.
Impara a essere per intero nelle cose che fai.
Impara a non pensare a niente altro che a quello che stai facendo.

Impara a dire che sei così non perché hai avuto sfortuna, ma perché la vita ti ha fatto il regalo di essere come sei, un pasticcio disastroso, ma unico.

Vincere o perdere

Da quando ho deciso di non essere più gelosa ho iniziato una guerra senza quartiere alle tentazioni di immaginare le situazioni che mettono in scena le mie peggiori paure.

Ho smesso di costruire scenografie, di scrivere dialoghi immaginari di inventare scene madri.

Da quando ho deciso di non essere più gelosa faccio solo pensieri pratici e cerco di essere presente a me stessa in ogni istante: tocco le cose, cammino sapendo di camminare, cerco di tenere le mie cose ordinate, di concentrarmi sulla consistenza dei vestiti, delle coperte, sui colori e i suoni.
Preparo accuratamente le lezioni.

Faccio una guerra ai pensieri che mi vampirizzano, recupero energie per altro.
Poi scende la sera, ed è più difficile.

La vita a volte è come un paio di jeans che ti stanno comodi.

Poi passa il tempo e quei pantaloni non ti stanno più larghi.

Poi sei ingrassata, ma sei riuscita a chiuderli ancora perché trattenevi il fiato, e la chiusura dei jeans usati cede sempre un po’ con l’uso.

Poi ti sei accorta che stringevano, ma bastava metterci una maglia lunga sopra.

Certo che stringendo non era comodo indossarli, ma sono i tuoi jeans preferiti, non ti costa nulla sederti diritta, o sentirti un po’ strizzare in vita.
Non ti costa niente respirare con la parte superiore del corpo, mangiare poco quando sei fuori.

Poi un giorno hai bisogno di respirare, perché non si può stare sempre lì a controllare di non piegarsi, che la maglia sia lunga abbastanza, e non si può stare sempre in piedi e attenti, e tesi per trovare lo spazio necessario per un paio di jeans.

Ma tu sei testarda e continui imperterrita, fingendo che vada bene, che i pantaloni non siano stretti, perché in realtà non sono loro a essere stretti, sei tu a essere ingrassata, quindi è colpa tua.

Poi un giorno entri in casa, accendi la luce e capisci di essere giunta a un bivio: quei pantaloni, quella vita, o smetterai di indossarli, o si romperanno.

E non è questione di colpe.
È questione di avere spazio per respirare.

La distanza tra il prima e il dopo è che dopo hai così tante cicatrici fresche che basta qualcosa di più violento di una carezza per cartina sanguinare come il primo giorno.

Le cose non vanno bene, e la densità di post in questo blog ne è la testimonianza più chiara.

Ho perso la strada, ho perso la direzione, il senso, la stella.

Mi dibatto facendo cose a caso e dicendo cose a caso senza afferrare il timone e decidere cosa voglio, quando lo voglio, come lo voglio.

Sarebbe bello un giorno svegliarmi ed essere diversa.
Migliore.
Coraggiosa, per esempio.
Oppure una che dimentica, che forse è la stessa cosa.