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Mese: gennaio, 2015

Fantasia

Quando si è chiusi al buio, l’unica cosa che serve è preservare la fantasia.

Sapere, mentre tutto è buio, mentre non ci sono finestre, mentre la porta non si intravede, che fuori c’è il mondo, bellissimo.
Immaginare di uscire, quando non abbiamo nemmeno la forza per alzarci dal letto, e cominciare a correre.

Sapere che si può andare solo avanti, e che avanti è la direzione migliore per andare.

Immaginare un futuro, quando non si vede il presente.
Continuare con fede incrollabile a immaginare un nuovo posto, un nuovo luogo da cui ripartire, aerei da prendere, una vita nuova, piena di gioia, di opportunità mai pensate.

Non chiudersi negli schemi già conosciuti, il non poter fare, il non potersi permettere, le decisioni prese anni fa che non sono più valide, anche se ci sembra di sì.
Avere abbastanza fede per sapere che ci sarà un nuovo qui, un nuovo ora, una nuova casa, un nuovo lavoro, una nuova vita, un nuovo futuro.

Avere abbastanza fantasia per immaginarlo insieme.
Sorridere, nonostante tutto.

Essere certi che allungando la mano riusciamo a stringerci, avere fiducia nel fatto che questa nuova strada la percorriamo insieme.

E anche la prossima, dai.

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Wien (le foto)

Io che seguo le indicazioni che dicono “uscita” ma lo dicono in tedesco quindi non sono sicura.
Ma sono sicura di essere stanchissima e improvvisamente di avere voglia di cantare e di ballare e venirti incontro e mi pare che potrei non dormire mai pur di stare con te ogni singolo istante.

La barriera fuori dagli arrivi.
Te che non vedo da 22 giorni e mi pare un secolo ma mi pare anche ieri, perché io e te siamo insieme anche quando siamo lontani, diciamolo.

La nostra camera di hotel, l’ennesima camera di hotel bellissima.
Io e te siamo bravi. O abbiamo culo. O entrambi.

E ci tocchiamo e ridiamo e ci amiamo.

I palazzi, io con il cappello, i nomi assurdi delle vie, la collezione di ceramiche e le nostra ipotesi sulle
liste nozze e le vite degli Asburgo, la foto che cerchi di fare 34 volte e ogni volta c’è un passante un taxi un cavallo qualcuno in mezzo.
Il museo di Sissi; non sappiamo niente e inventiamo tutto, come fa tua figlia.

Mangiare in una taverna austriaca con il cameriere che fa il conto a mano, nessun turista, il menù solo il tedesco.
I discorsi seri.
Io che ho paura di quello che dici, e di quello che non dici.
E ho paura di quello che non dico io.
E le logiche binarie, dannazione.

Il tesoro degli Asburgo che non è così un tesoro, il duomo chiuso e il biglietto di un concerto che non sarà come ci aspettiamo.

La caccia alla cena.
Un posto bellissimo in cui mangiare e tu che mi fotografi (tu che non fotografi spesso le persone con cui viaggi, o almeno così dici).

E poi la ruota del Prater, le foto dietro le sagome le cose da turisti di cui ridiamo perché le facciamo sapendo che sono da turisti.
La caccia ai souvenirs, la notte insieme, con me che ti dico “questo non lo dimentico” noi che prendiamo la metropolitana, la tua angoscia quando ti svegli, e io non so cosa fare per distrarti oltre che fare la pagliaccia.

La messa in Duomo con gli uomini in costume, e io che dico che sono italiani che per sentirsi austriaci accettano vestirsi da pirla, addirittura.
Il Danubio e io che faccio un selfie a noi due sul Danubio (e me lo ricordo che a Bergamo mi dicesti che tu queste foto qui non le facevi) e un tassista hippie che ci attacca un bottone terrificante su come sia l’Italia e le ore in aeroporto e non riesco a parlarti perché non voglio mai più allontanarmi da te nemmeno per un giorno e invece continuo a separarmi da te e non ce la faccio più.

E io e te che mangiamo la Sacher, finalmente dopo quattro giorni, e io che farei di tutto per farti felice e non so come fare, ecco.

E poi mentre torno in aereo con la tazza di Vienna e il portachiavi, in aereo, e sto pensando a noi due, un tedesco chiede in volo alla sua fidanzata di sposarlo.

E niente.
Secondo me è un segno, io te lo dico.

Karma is a bitch

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Vedete quello lì seduto?
Siamo noi.
Capita di fare una cazzata ogni tanto: mentiamo a chi ci ama, facciamo cose che sappiamo che sarebbe molto meglio non fare, tradiamo, inganniamo.
Insomma, la vita standard di un uomo qualunque che non segue la Via, perché la Via per quanto sia larga è stretta e impegnativa.

Questo vuol dire che noi siamo lì seduti belli e tranquilli e pensiamo di averla sfangata perché magari tra quello che facciamo noi e la mazzata sulla testa possono passare anni.
Ma arriva, credetemi.
Arriva sempre.

Ecco, in questa immagine qui c’è uno che non si vede.
L’uno che non si vede è una persona che vi ama così tanto che anche se sa che avete fatto cadere la prima tessera del domino e avete così rotto l’equilibrio, sta lì, e senza che lo vediate tiene su la tessera che vi colpirà.
Si mette lì, fa un sacco di fatica e vi impedisce di essere felicemente schiacciati dalle conseguenze delle vostre cazzate.

Ecco, se dovessi darvi un consiglio, vi consiglierei di badare alle persone che vi amano, perché se per caso si distraggono o si arrabbiano un attimo e mollano la presa sono cazzi amari.

Io ve l’ho detto, poi voi fate come volete.

Momenti così

Ehi, Tu.

Ne abbiamo già viste un bel po’ di cose io e te, no?
Nel senso che abbiamo visto più cose di quante volte ci siamo visti noi due, per dirne una.

Abbiamo già attraversato periodi terrificanti in cui tutto sembrava andare male e sembrava potesse andare solo peggio.
Me ne ricordo almeno un paio, ma forse sono di più.

Diciamo che però è interessante che io me ne ricordi solo un paio.
Sai perché?

Perché sono passati.
Mentre erano lì erano tremendi, insopportabili, angoscianti.
Ora che sono alla spalle sono stati durissimi.
Non impossibili.
Magari hanno lasciato delle cicatrici spaventose (sì, lo hanno fatto), magari ti squarciano lo stomaco (lo fanno) e ti tengono sveglio la notte a volte (e ti tengono moto sveglio, sì).
Ma sono alle spalle.

Dopo quei momenti così brutti difficili impossibili, sono arrivati momenti belli, a volte bellissimi, sereni, pieni di gioia.
Magari lontano da qui.
Magari, invece, qui, mentre cucino del tacchino all’arancia per quattro.

Questo è uno di quelli, te lo dico io.
Sembra che tutto scivoli giù e che niente stia in piedi.

Ma io, se dovessi scommettere, scommetterei che passa anche questo momento qui, ti lascia qualche ruga in più e qualche capello bianco in più, e lascia spazio ad altri sorrisi.
Dovessi scommettere, io che non scommetto mai, mi ci giocherei qualcosa.

Perché anche se ho fiducia in poche cose, ho fiducia nella vita, nel fatto che chi fa del bene ottiene bene in cambio (Dio, che banalità, e pensa che ci credo), che chi fa bene viene premiato, che la vita è una collezione di punti karma, ed è per quello che bisogna essere il più possibile gentili con le altre persone, perché magari sono bodhisattva della terra e tu li prendi a calci nei denti e poi qualche sfiga ti capita, è anche logico.

La cosa su cui posso rassicurarti, quindi, è che passerà.
Non che sia indolore.
Ma che ci passerai attraverso.
Non che sia facile.
Ma che passerà, e ci sarà un momento in cui rideremo anche di questo.

E ho usato la prima persona plurale, per dire che qualunque cosa succeda, io e te, per me, siamo un noi.

La bella estate

Un mese fa ho visto un vecchio amico e ho sentito, dopo, la persona che amavo nel periodo in cui il mio vecchio amico era un nuovo amico.

E lui, come fa sempre, ha definito la nostra storia come la nostra gioventù, la nostra bella estate.

Le prime volte mi arrabbiavo, poi ho cominciato a ricordarmi l’energia che avevo, in quegli anni, come contasse solo il presente, il paio d’ore in cui finivamo a fare sesso nella sua stanza, un caffè rubato, gli abbracci in piena notte al buio, nei boschi.

E come non fossi stanca mai.
E come pensassi che potevo fare ancora tutto e cambiare ancora tutto, e che saremmo potuti essere felici e avremmo potuto costruire tutto un mondo nostro insieme.
Mandando in culo il mondo degli altri, poveri sfigati che non sapevano cosa si perdevano.

Non è andata così, ed è andata così diversamente che non me la sento nemmeno di dire che è stato un peccato, perché è stato bello anche quello che c’è stato dopo.
Diverso.
Ma bello.

Ma quella cosa della bella estate forse l’ho capita ora, perché non posso più fare tutto e cambiare tutto.
Molto, ma non tutto.

La fine dell’estate è arrivata e si miete.
E la mietitura, speriamo, sarà ricca.

Mi ha appena chiamato un’amica perché aveva bisogno delle parole giuste in un momento di sconforto e, mi ha detto, ho chiamato te, perché tu sei l’unica che sai come sostenermi.

Ora, mi chiedo, chi potrò chiamare io?

I disegni

I disegni, lo racconto sempre ai miei studenti, piacciono al nostro cervello.

Noi vediamo dei puntini sparsi per lo spazio e automaticamente li uniamo, e da questa unione viene fuori un disegno, e noi preferiamo i disegni ai puntini sparsi.
A volte il disegno è azzeccato.
A volte è una stronzata, ma comunque preferiamo un disegno falso a nessun disegno, per dire il cervello delle persone intelligenti.

Bene, oggi ho fatto due disegni.

Il primo subito dopo che mi sono preparata in sette minuti netti compresi di valigia.
Ho pensato “ve’ che figa che sei, saresti proprio la donna ideale” e poi ho capito che non c’è niente da fare, che gli uomini si innamorano non delle donne ideali ma di rompicoglioni spaventose spesso incapaci di badare a loro stesse perché amano sentirsi necessari e machi e forti.
Quindi sono tagliata fuori, nel momento in cui ho insegnato a me stessa a cavarmela da sola e a non raccontare i dettagli dei miei problemi perché sono fatti miei e perché non vale quasi mai la pena di parlare dei dettagli dei propri problemi.
A persone che, a essere sinceri, nemmeno ascoltano il problema generale, figurati i dettagli.

Il secondo, invece, riguarda una discrepanza di una cosa che è successa ieri, che non capivo, che non aveva senso, che era una cosa senza senso, non solo per me che non la capivo, ma in sé.
Non so se mi spiego.

Oggi mi sono ricordata di un paio di cose, e improvvisamente quella discrepanza, quella cosa lì, ha avuto un senso.
Naturalmente avrei preferito che non l’avesse, perché le cose che mi sono ricordata e le implicazioni mi fanno schifo, ma il mio cervello è tutto contento perché ha unito i puntini.

Ora, dovessi esprimere un desiderio, vorrei che i disegni fossero sbagliati entrambi.
Chissà se qualcuno mi esaudisce.

Are you tired?

Ho una stanchezza dentro che è una stanchezza dell’anima.

Me ne sono accorta perché ieri sera stesa ad aspettare il sonno ho pensato che non me ne andrò mai di qui perché basta, ho bisogno di fermarmi, ho bisogno di presente, ho bisogno di non pensare e di poter fare l’automa: lunedì teatro-martedì inglese-mercoledì salsa-giovedi meeting-venerdì sabato e domenica divano, casa, tè, libro.

Sono così stanca che non riesco a pensare alla settimana prossima, che evito di guardare le scadenze perché mi affatico a pensare di fare i bonifici, che mi appunto mentalmente che devo archiviare i compiti, o studiare un paio di cose e poi non le studio, o andare in centro e poi non vado.

La stanchezza nera dell’accontentarsi di stare così come sto adesso, anche se ho freddo, anche se non ho nessuno che mi abbracci quando ne ho bisogno, anche se più che vivere invecchio.

Poi passa.
O almeno, di solito passa.

Cosa ho imparato oggi

Oggi ho imparato un po’ di cose.
Non si imparano ogni giorno un po’ di cose?

Per esempio io oggi ne ho imparata una importante, secondo me.

E cioè che io posso voler bene e amare più o meno tutte le persone del creato, con tutti i difetti che il creato può concepire.
Ma non posso amare chi nega l’evidenza.
Posso amare chi mette le dita nella marmellata, ma non chi, beccato a mettere le dita nella marmellata mi dica “no, stavo solo provando la consistenza”, oppure “quale marmellata?” Oppure “io non mangio marmellata mai”.

Posso amare chi bara, o chi mente.
Ma se è qualcuno che di sé “io baro, io mento”.

Mi turbano quelli che negano l’evidenza, e non perché stanno mentendo a me.
Ma perché stanno mentendo a loro stessi, e ci credono, e vivono in un mondo che non esiste e insomma, secondo me ho almeno una idea molto chiara, così, sulla vita.

Magia

Da qualche mese ogni volta che recito faccio bene.

Dopo tre anni di black out, in cui ogni cosa era esagerata, recitata, falsa, il “catechismo del teatro”, per citare un grande insegnante che mi ha fatto a pezzi, finalmente ogni volta che entro in scena divento vera.

Lo so perché guardo negli occhi chi recita con me, e non il pubblico.
Non ammicco troppo (anche se ammicco ancora molto).
Sono dentro.

Sono dentro.

Ed è bellissimo.