Wien (le foto)

di Calexandrìs

Io che seguo le indicazioni che dicono “uscita” ma lo dicono in tedesco quindi non sono sicura.
Ma sono sicura di essere stanchissima e improvvisamente di avere voglia di cantare e di ballare e venirti incontro e mi pare che potrei non dormire mai pur di stare con te ogni singolo istante.

La barriera fuori dagli arrivi.
Te che non vedo da 22 giorni e mi pare un secolo ma mi pare anche ieri, perché io e te siamo insieme anche quando siamo lontani, diciamolo.

La nostra camera di hotel, l’ennesima camera di hotel bellissima.
Io e te siamo bravi. O abbiamo culo. O entrambi.

E ci tocchiamo e ridiamo e ci amiamo.

I palazzi, io con il cappello, i nomi assurdi delle vie, la collezione di ceramiche e le nostra ipotesi sulle
liste nozze e le vite degli Asburgo, la foto che cerchi di fare 34 volte e ogni volta c’è un passante un taxi un cavallo qualcuno in mezzo.
Il museo di Sissi; non sappiamo niente e inventiamo tutto, come fa tua figlia.

Mangiare in una taverna austriaca con il cameriere che fa il conto a mano, nessun turista, il menù solo il tedesco.
I discorsi seri.
Io che ho paura di quello che dici, e di quello che non dici.
E ho paura di quello che non dico io.
E le logiche binarie, dannazione.

Il tesoro degli Asburgo che non è così un tesoro, il duomo chiuso e il biglietto di un concerto che non sarà come ci aspettiamo.

La caccia alla cena.
Un posto bellissimo in cui mangiare e tu che mi fotografi (tu che non fotografi spesso le persone con cui viaggi, o almeno così dici).

E poi la ruota del Prater, le foto dietro le sagome le cose da turisti di cui ridiamo perché le facciamo sapendo che sono da turisti.
La caccia ai souvenirs, la notte insieme, con me che ti dico “questo non lo dimentico” noi che prendiamo la metropolitana, la tua angoscia quando ti svegli, e io non so cosa fare per distrarti oltre che fare la pagliaccia.

La messa in Duomo con gli uomini in costume, e io che dico che sono italiani che per sentirsi austriaci accettano vestirsi da pirla, addirittura.
Il Danubio e io che faccio un selfie a noi due sul Danubio (e me lo ricordo che a Bergamo mi dicesti che tu queste foto qui non le facevi) e un tassista hippie che ci attacca un bottone terrificante su come sia l’Italia e le ore in aeroporto e non riesco a parlarti perché non voglio mai più allontanarmi da te nemmeno per un giorno e invece continuo a separarmi da te e non ce la faccio più.

E io e te che mangiamo la Sacher, finalmente dopo quattro giorni, e io che farei di tutto per farti felice e non so come fare, ecco.

E poi mentre torno in aereo con la tazza di Vienna e il portachiavi, in aereo, e sto pensando a noi due, un tedesco chiede in volo alla sua fidanzata di sposarlo.

E niente.
Secondo me è un segno, io te lo dico.

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