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Mese: febbraio, 2015

Le trappole

Nella mia testa ci sono una serie di ricordi di cose inutili che ogni tanto riemergono.

Oggi è stata una cosa sullo yoga, che ha a che fare con l’aggiogare, il controllare. Forse lo ricordo perché pensai “ma dimmi te, una parola così lontana che però somiglia così tanto alla parola italiana”, o forse perché lo diceva una persona di cui ricordo ogni cosa che mi diceva.

Ma comunque.

Io faccio lo yoga con i pensieri. Li tengo ben stretti nella mano, come se avessi le redini.

Ho un sacco di pensieri da non pensare, che sono quelli che mi fanno venire mal di testa. I pensieri di autosabotaggio, i pensieri inutilmente tristi (la tristezza è concessa, ma i pensieri tristi sono un modo stupidissimo per influenzare la propria vita, ed influenzarla male, anche), i pensieri ossessivi.

Insomma, è un lavoro. È un po’ come camminare con i tacchi su un campo pieno di trappole scansarle. Alcune trappole sono così elementari che le vedi da lontano anche se sei miope, e non ti ci avvicini; altre sono piccine e infide, ma riesci a intuirle, anticiparle, te le aspetti. 

Le più pericolose sono coperte , e non hai scampo.

Quindi tu sei lì che stai camminando facendo bene attenzione a dove metti i piedi, perché è un periodo così, che occorre stare attenti, e una persona con cui stai parlando di altro, perché il suo compito è curarti, non parlare con te, ti dice “poi magari domani incontra l’uomo della sua vita e decidete di fare un figlio insieme”.

E tu sei lì ferma, e fai una battuta, perché questo secondo anno di improvvisazione teatrale ti ha attaccato il brutto vizio di fare battute sempre, soprattutto quando non ne hai voglia, ma poi esci e con la carezza e la semplicità della logica aristotelica, completi il sillogismo implicito in quella frase lì.

Che è un sillogismo che dice che quando incontriamo la persona della nostra vita ce ne accorgiamo perché ci viene voglia di fare un figlio con quella persona lì; e infatti, ora che ci pensi, a te questo capriccio di fare un figlio ti è venuto tre anni fa, in modo così immediato e naturale che pensavi che fosse biologia, e sicuramente lo era, ma la biologia risponde all’amore della nostra vita.

Solo che quel meccanismo lì è scattato solo a te, e così cadi nella trappola nascosta e quando cadi così, mentre sei tutta attenta a non inciampare in altre cose che pure vedi, ti spaventi, ti fai male, ti viene mal di testa, ti viene l’istinto di disfare il lavoro fatto fino ad oggi e vedere le macerie fumanti di questo castello in aria, e riderci sopra, con cattiveria.

Invece apri la pagina del blog e le scrivi e basta, sapendo che dopo le avrai dimenticate, queste cose qui.

O, almeno, sperandoci molto.

Così 

Per esempio, io a un certo punto ho cominciato a pensare che diventare grandi significhi tra le altre cose imparare a giocare con i giocattoli rotti.

O, in alternativa, provare ad aggiustarli.

E se lo dico io, che è un sacco di mesi che sono qui che provo a sistemare il mio giochino, perché è così bello che ho deciso che me lo tengo anche crepato e poco lucido, ecco, forse è vero.

O forse no, ed è più saggio prendere un’altra strada. Chi lo sa.

La collana

Ieri sera ho preso delle chiavi robuste e ho chiuso definitivamente una porta.

Era già chiusa da un po’, in realtà, ma le porte che non vogliamo chiudere hanno questo vizio di aprirsi da sé, così, a tradimento, e a farti sognare panorami che non vedrai mai come se fossero possibili.

Ma comunque ieri sera è arrivata l’ora, e l’ho fatto.

Ieri insomma è stata una giornata importante.
Intanto perché ho imparato delle cose di me, soprattutto che sono una che fa le cose più ragionevoli anche se ha paura e anche se fanno male, per esempio.

E perché anche davanti a un’alternativa che non mi piace riesco a essere lucida, e a sapere quale sia la strada giusta, che appunto, non vorrei, ma che è giusta.
E comunque a scegliere le strade giuste resta sempre quella soddisfazione lì, che ti puoi guardare allo specchio e dire “sei stata coraggiosa, e hai fatto bene”, che sul momento, mentre il tuo mondo e la tua vita ti si sgretolano in mezzo alla pancia sono cose che ti sembra che non servano, ma tu sai che esiste un domani in cui ti guarderai allo specchio e sarai fiera di te, e dato che a causa di una serie di circostanze non avrai tutta una serie di altre soddisfazioni, be’ almeno quella l’avrai, e non è il caso di sottovalutarla.

Così stamattina, che era il giorno dopo ieri, ho cercato nel cassetto la collana che si metteva sempre mia madre, una collana molto anni Settanta, d’oro, smalto blu e perle e l’ho messa, per la prima volta da quando è morta.

E sono diventata mia madre.
Sono stata finalmente la madre che non ho più per me, e sono stata l’unica figlia che avrò mai.

E secondo me, alla fine, tutto è sempre come deve essere, se sai guardare nel modo giusto.

Ma poi questo senso di inutilità biologica, di fallimento della missione genetica, dell’inadeguatezza come donna prima o poi passa?

Cioè. Quanta Tachipirina ci vuole per far passare questa cosa qui?

Oggi è uno di quei giorni in cui l’unica cosa che voglio è avvolgermi in una coperta al buio e al silenzio, e scomparire.

365 giorni di buonumore

È un regalo che ho fatto quest’anno, e per ora, tre settimane dopo, me la sto cavando bene.

Deve essere che sto bene, ogni tanto, e non è un dettaglio.
Deve essere che ho una casa piena di luce.
Che rido tanto a scuola.
Che ho così tanti libri da leggere che mi sento che non posso sentirmi sola mai, perché quando uno ha dei libri, allora non può sentirsi sola.
Deve essere il mantra.
Deve essere l’amore.

O forse non è niente, ma funziona, e io me la godo.

La paura di fallire

Pensavo che prego per tutti, e non per me.
Mai.

Una fede che si misura sulle prove concrete (non lo dico io, lo dicono “loro”) e io non metto mai obiettivi concreti nella mia pratica devozionale.

Poi, oggi, tutto a un tratto, mi sono resa conto di due cose.
La prima è che ho davvero un grosso obiettivo concreto su cui lavorare, adesso.
E che il motivo per cui di solito non pratico per me è che ho paura di fallire.

Ci si prova ad andare in fondo e vincere questa volta?

Frammenti

Sono stati giorni lunghi, giorni in cui ho dato fondo alle mie energie, e a una buona parte della mia fede.

Ho sospeso i ragionamenti parassiti che mi tolgono energia, che mi fanno deviare la determinazione, che mi fanno camminare senza toccare la terra ma immaginando cose che mi torturano in un punto impreciso tra la gola e lo stomaco.

E così in questa tempesta, ho trovato il nirvana.
E ho ragionato con calma, stamattina, con un’amica, di una ipotesi che poi è diventata sicurezza, che poi ho fatto tornare ipotesi, che so bene che invece è certezza.
E mentre ne parlavo ero annoiata.
Annoiata.

Perché pensare per mesi a una cosa, ignorare una cosa volutamente per mesi, e senza volerlo raccogliere indizi qui e là è stancante ed è soprattutto, noioso.
E io, per inciso, detesto annoiarmi.

E stamattina lei mi scriveva “sei oltre”.
E io le ho scritto, di getto, di sì.
Che niente mi può più toccare, perché questo punto di quiete assoluta è una cosa mia, che ho dentro, che nessuno ha il diritto di toccare.
Poi, aggiungevo, devo solo sconfiggere la paura di invecchiare e morire da sola.
Ma, sotto sotto, io credo di poterla sconfiggere, questa paura qui.

Poi, stasera, a tradimento, nella mia testa si è squarciata la penombra a cui l’ho abituata e ho visto chiaramente una scena come se fossi lì a guardarla, e mi è venuto uno schifo ma uno schifo che non posso dirlo a parole.

E ho pensato quello che pensavo ieri sera.
Alla fine, sono Stefania.
E questa cosa, di esser Stefania, mi fa orrore.

Nirvana a parte, si intende.

Tre anni fa nevicava, e mi aspettavi al binario.
E quando ci siamo abbracciati ti batte a il cuore.
E mi hai detto che ti eri innamorato di me.

Sono felice di essere venuta fino là.

Nel 2014 ho cancellato una sensazione fastidiosa dalla mia vita, imponendo a me stessa di cancellare dalla mia esistenza e dal mio cervello una cosa che mi faceva soffrire.

L’obiettivo del 2015 è smettere di nominare, anche per scherzo, un argomento.
Smettere di nominarlo, smettere di pensarci, smettere di sognare a riguardo.

Diventerò leggerissima.