lacasadelsole

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Mese: marzo, 2015

Cambiare la visione di se stessi

Una passa l’esistenza a dipingersi come un’eroina melodrammatica, poi arriva una persona che, per farle un regalo, la porta in Islanda.

Insomma, sono cose.

Get a life (ancora un post su Friendfeed, mi annoio da sola)

Ci ho pensato un sacco in questi giorni, mentre cercavo di spiegare, a tutti quelli che parlano con me nella cosiddetta Real life, cosa significa essere su una scialuppa che ha ancora davanti a sé tre settimane di vita.

Intanto ho capito che nessuno capisce. La gente mi guarda strana (che poi, la gente; lo avrò detto a tre persone) e ha quello sguardo incredulo che, appunto su FriendFeed sarebbe traducibile con “get a life”.

Così ho cercato di fare un po’ il punto di questa situazione in cui sento la mancanza di un posto virtuale, e ho cercato di capire se questo sentire la mancanza fosse proprio addiction, oppure un problema, oppure cazzoneso.

E ieri, mentre ero fuori con della gente in carne e ossa, e facevo cose in carne e ossa, e salutavo persone che mi piacciono in modo vario (qualcuna di più, qualcuna di meno), l’ho capito.

Non è che uno che frequenta una community debba “gettarsi una life”; quella vita lì è una forma di life.

Non è che soltanto perché non le ho mai incontrate, le persone che mi stanno aiutando consigliandomi cose sul mio contratto, sul mio concorso, sul mio studio, sui miei viaggi siano meno reali di quelli a cui chiedo un’indicazione stradale.

Anzi. Lo sono di più, perché la rilevanza di qualcuno è data da che cosa fa per te quel qualcuno (e cosa fai per lui) e non dal fatto che è il tuo vicino di casa (con cui, incidentalmente, non ci diamo mai il buongiorno, mentre, che ne so, c’è un uomo dall’altra parte della penisola che il buongiorno me lo dà tutti i giorni, e lo scorso anno ha corretto la mia tesi di Master).

Ieri, poi, una persona a cui avevo chiarito un paio di dubbi su una legge della scuola, mi ha scritto un messaggio ringraziandomi per l’aiuto. Aiuto che le avevo dato un anno fa, e che io non ricordavo di averle dato. Ma lei sì.

Ecco, lei sì.

Come io ricordo che mi sono fatta spiegare delle cose di matematica da uno che non so nemmeno come si chiama davvero, per dire, e non mi aspetto che lui lo ricordi (ciao Bob) perché l’unica cosa che conta è che lo ricordi io che ho ricevuto.

Così, pensavo sempre ieri, questa vicenda qui mi fa pensare che la rete poteva essere questo, o forse avrebbe dovuto essere questo, e poi è diventato un modo per far soldi, e va benissimo (e infatti FriendFeed, privo di pubblicità viene chiuso da Facebook, che con la pubblicità ti ammorba ogni otto millisecondi), ma quello che stanno facendo a me, e a qualche migliaio di altre persone in giro per il mondo, è che vengono a casa mia e mi chiudono una stanza.

E mentre chiudono la mia stanza, io cerco di portare fuori le cose più preziose, e provo l’ansia di quelli che non sanno se troveranno tutto e soprattutto non sanno se troveranno un altro posto pieno di quelle cose che invece non si possono trasportare, tipo l’idea di far parte di una comunità, di una tribù, di un gruppo, che è quello che mi ha regalato, da adulta, una stanza virtuale, dopo che la vita “vera” me lo ha negato sempre. 

Perché non esiste la vita vera contro la vita falsa.

Tutto è vita, soprattutto la parte di essa che ami di più.

Ma che ne sapete voi di FriendFeed

Se non vi siete mai iscritti a una stanzetta che si intitola Remo contro Sanremo e per anni non avete capito il gioco di parole ma avete cercato di far tornare un ipotetico contrasto tra San Romolo e San Remo non potete capire come sto oggi. 

Se non avete mai fatto notte fonda guardando scorrere battute così geniali e così crudeli e non vi siete trovati a ridere da soli, non avete mai saputo cosa vuol dire essere iscritti a un social network. 

Se non avete mai avuto la sensazione di “ammazzare i thread” e non avete mai avuto nemmeno quella di non capire la lingua delle persone con cui state cercando di interagire, di FriendFeed non potete capire niente. 

E non potete capire cosa voglia dire uscire in una città sconosciuta una sera insieme a degli sconosciuti e sapere di loro più cose di quello che sapete di vostra cugina. 

Così non potete capire cosa sia stato piangere per la morte di Harry o Ingo o Spiccetti, ed essere invece felice perché qualcuno che non avete mai incontrato si è sposato o ha avuto un figlio. 

E non sapete cosa voglia dire litigare *davvero* su argomenti assurdi come la periodizzazione della storia, e leggere articoli a centinaia, in inglese, solo per stare al passo con delle persone che non è che sembrano intelligenti; lo sono. 

E non potete sapere come sia potersi sfogare con chi ha esperienze simili alle tue ma non ti giudica perché non ti conosce. 

O non sentirsi mai mai mai soli perché al massimo puoi sempre dare un’occhiata su FF. 

O non guardare un film, o un reality, ma ascoltarlo e commentarlo in real time. 

E non saprete mai cosa vuol dire prendere un treno una mattina per andare a conoscere uno che ti ha scritto ridendo “Sposami” e che non hai mai visto e che scopri che è tipo l’uomo della tua vita (o almeno lo speri).

Tra un mese FriendFeed chiude, e io sarò un po’ più povera. 

È davvero tardi.

Per tutto.

Inutilità esistenziale

Oggi è uno di quei in cui mi sento così mediocre, così incapace di fare tutto che mi chiedo, davvero, perché mai mi ostini.

La sincronicità è quella cosa terrificante per cui ogni giorno scopro che c’è una nuova donna incinta tra le persone che conosco.

2015, febbraio

Questo febbraio 2015 me lo ricorderò perché mi ha messo davanti tutto il tema che ho ignorato per 41 anni. Buongiorno, famiglia.

Così, dopo la presa d’atto che non avrò mai una famiglia mia, ma solo una in prestito, al massimo (la generosità di quelli che prestano le famiglie, diciamolo, è incredibile) si pone il problema che ho volutamente ignorato quattro anni fa.

Mio padre ha 75 anni, è vecchio, non è più così indipendente e autonomo come finge di essere e come io spero che sia.

Certo, lavora. Certo, guida. Certo, non sta male davvero (o almeno non adesso). Certo se la cava.

Ma.

È sordo, è anziano, è solo. Quest’anno abbiamo evitato il down della sindrome bipolare, pare, ma non è affatto detto che questa pausa possa continuare.

Anzi, le evidenze cliniche dicono esattamente l’opposto, sia chiaro.

Io sto qui, progetto un ritorno all’ovile con prospettive diverse, ho addirittura cominciato dieci minuti fa a studiare per quel progetto lì.

Non so quasi più nulla, insomma. Né di me, né degli altri.

Il tempo che passa

Poco fa leggevo una conversazione a proposito di un modo di dire. Ed era un modo di dire che usava spesso mia madre.

Questo modo di dire, però, ha due varianti.

E io non ricordo più quale delle due varianti usasse lei. E non lo potrò più sapere.

Quante cose perdiamo senza saperlo. A quante cose non facciamo attenzione, e che ci mancheranno. E, mentre le abbiamo, non lo sappiamo.

PS: oggi pomeriggio, mentre ancora pensavo se mia madre dicesse Principessa Taitù o Regina Taitù, mi è venuto il dubbio che dicesse Madama Taitù. Non credo che lo saprò più. Chissà quante altre cose, non saprò più.

La semplice risposta a tutte le domande esistenziali che puoi farti

Gallina che non becca ha già beccato.