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Mese: aprile, 2015

Lista senza pretese di ordine gerarchico

Oggi ho spiegato, non ricordo bene come mi sia venuta in mente, la piramide di Marlow o come diavolo si chiama, perché cercava, un mio studente, di capire se la felicità fosse oggettiva o soggettiva, e pensavo che non sono messa male, dato che mi mancano solo le cose che sono sopra il gradino due.

Ho fatto da spettatrice a un grande inganno, che è una roba di scuola che urta il mio senso di rispetto per la realtà, e ho fatto da spettatrice alla messa in moto di un grande progetto, che è una cosa molto bella per chi lo sta mettendo in moto, e questa notizia qui ha messo in moto anche tutta una serie di cose dentro di me che secondo me porteranno da qualche parte, e lo scrivo anche se come metafora è proprio sbagliata per mille motivi che non ho voglia di puntualizzare.

Poco fa ho pensato una roba sull’analisi del periodo, che io conosco poco, davvero, e quindi non la spiego volentieri, e quindi mi sono messa un appunto mentale che forse dovrei ristudiarla, perché secondo me l’analisi del periodo è importante. E la cosa dell’analisi del periodo riguardava le proposizioni concessive e sono sicura di averlo già scritto qui sopra che le proposizioni concessive sono importanti. Ma dato che io l’analisi del periodo davvero la conosco poco, abuso di proposizioni concessive, quindi ho pensato che anche basta, è ora di metterci un punto. Usando una costruzione concessiva, ovviamente, perché sono io.

E all’ora di cena ho risposto a un messaggio di un’amica, e ho scritto, esattamente, “Bona lì. Liberi tutti.” che sono due frasi che anche se non sembra vogliono dire che è cambiato tutto, un’altra volta.

Sabato scorso durante una scorpacciata di film ho sentito questa frase qui “ci vuole dieci volte più fatica a tenere insieme i pezzi che a lasciarsi travolgere” e stasera ho pensato che vabbè, è anche vero, ma stare fermi mentre una montagna ti viene addosso non sono capaci di farlo tutti.

Stasera mi sono tolta la curiosità di sentire l’intro di Flash (eh, oh, il martedì sera guardo Flash) perché in italiano dice una cosa tipo “combatto il crimine grazie alla mia velocità” e pensavo che fosse orrenda. Così ho controllato e dice “I use my speed to fight the crime” che non è che sia più bello, ma ha un suo senso e un suo suono, piacevole.

Hanno tolto i due seni a una mia amica che ha compiuto 42 anni il 16 aprile e ha iniziato la chemioterapia. La piramide del tizio lì sopra si fa sentire molto forte, diciamolo.

Oggi ho usato una cosa che ho studiato in questi giorni e ho fatto la figura di quella che sa le cose. Mi è piaciuto.

Ho perso il filo del mio progetto fotografico, ma ho perso il filo praticamente di tutto quindi non è che adesso io mi metta qui a fare l’artista incompresa, sia ben chiaro.

Ho riportato, dopo avere scritto bona lì, un coso scemo su Facebook che spiega cosa significa “E bon” in piemontese e per un attimo tutto il mondo ha avuto un senso.

Piove.

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La logica è l’arte della democrazia

Scuola, interno giorno.

Io: “Immaginate. Giovanni uccide Giulia”. Loro: “È un assassino, va punito”.

Io: “Giovanni uccide Giulia che lo tradisce”. Silenzio. Una voce: “È un assassino, va punito”. I migliori della classe, quelli che in genere hanno ottime valutazioni in tutte le discipline annuiscono e rinforzano la frase del primo. Qualcuno bofonchia che però Giulia, insomma. Non lo dicono, ma sotto sotto pensano che se la sia cercata, povero Giovanni (sono anche tutti uomini, e in generale pensano che le donne siano tutte puttane).

Io: “Giovanni uccide Giulia, che è una prostituta”. “Sono colpevoli entrambi”.

Poi qui è partito tutto un lungo ragionamento sul fatto che stanno mescolando cose non mescolabili, e alla fine la maggior parte era convinta che in effetti Giovanni continua a essere un assassino. Ma soprattutto perché qualcuno ha paura di prendere quattro o ha paura di non pensare la cosa giusta, che, nella loro testa disturbata, è quello che penso io, non quello che è logico.

Ma così, di primo acchito, di pancia, erano colpevoli entrambi.

Hanno 20 anni e votano. Io continuo a cercare di usare la logica per insegnare loro a ragionare. Io, a volte, sono stanca e penso di fare un lavoro inutile.

Oggi una blogger che leggo scriveva un post molto bello sul trarre conclusioni.

Io la domenica sera ne traggo spesso, e di solito sono conclusioni tristi.

Ma perché è domenica, si sa. 

Stasera ero in macchina che andavo in un posto e a un certo punto mi sono messa a piangere.

Non ne avevo motivo, ma così, tutto ad un tratto ho pensato che forse mi sono rotta davvero, perché sento dei pezzi rotti dentro che se mi muovo veloce fanno rumore di cocci che sbattono, e al pensiero dei cocci che sbattono, così, improvvisamente, mi sono messa a piangere.

Così ho accostato, che era in autostrada, ho fatto i miei 30 secondi di singhiozzi (o, io sono una che piange con i singhiozzi e dico anche povera me con la voce strozzata, come nei brutti film), poi mi sono ricomposta e sono andata a lezione di ballo, con la faccia ricomposta. 

E ho pensato che forse non mi sono rotta nemmeno questa volta, a pensarci bene, ma che è come se avessi una piccolissima superficie delicatissima e piena di crepe, e ogni crepa è la decisione di non dire fare baciare lettera e testamento le cose che so che sarebbe saggio, giusto, meglio fare.

E insomma, tutto qui.

Ricordi quando ti si è rotta l’innocenza?

Dovessi dire per me quale è stata la prima volta, è stata quando ci facevo prima media, o seconda; prima, direi.

Credevo a Gesù Bambino, io. Anche a 12 anni, ecco.

In giro sentivo dire che no, non era vero, che i regali te li portavano i tuoi genitori, ma io li guardavo un po’ tutti con aria schifata, come a dire “i vostri ve li portano i genitori; i miei me li porta Gesù Bambino, sfigati”.

La notte di Natale, ma anche tutte le notti dal 20 dicembre in poi, perché a Torino i regali Gesù Bambino li portava prima, cercavo di non dormire, perché volevo vederlo arrivare. E potrei giurarlo, che un paio di volte l’ho visto.

Comunque era un pomeriggio, e io a Gesù Bambino, quello di Torino, avevo chiesto tra le altre cose il libro di Lady Oscar.

Era un pomeriggio e io cercavo una cosa nell’armadio di mia madre; una borsa, una sciarpa, chi se lo ricorda. La cosa che conta è che io non cercavo i regali. I regali li portava Gesù Bambino.

Ma il libro di Lady Oscar era lì, ancora da incartare, nell’armadio di mia madre.

Sperai per i giorni a seguire che mi sarebbe arrivato un altro regalo, di essermi sbagliata, che qualcuno correggesse l’errore e che mi restituisse il mondo in cui a me i regali li portava un essere soprannaturale di notte.

Poi arrivarono i regali, una notte, sotto l’albero, e c’era il libro di Lady Oscar. Gesù Bambino era mia madre, e la verità è che ero diventata grande e avevo smesso di credere alle favole.

Ma non perché non volessi, anzi. È solo che avevo aperto un armadio ed era l’armadio sbagliato.

Da allora ho imparato delle cose.

Per esempio che quando apri un armadio devi sempre aprirlo per i motivi giusti, che spesso sono quelli sbagliati, cioè cercare l’inganno, perché se apri un armadio sicura di non trovare nessun segreto inconfessabile, poi se trovi un segreto inconfessabile non sei pronta per il male che ti farai.

Poi ho scoperto che anche a crederle fortissimo, le favole, se sono false sono false. E crederle vere non le rende vere; rende te sciocca, che a 12 anni credi a Gesù Bambino e poi, che ne so, a 30 che esiste l’amicizia tra uomini e donne e a 40 che esistono persone fedeli (applausi, grazie).

Poi ho scoperto anche che quando hai aperto un armadio e dentro ci hai trovato il libro di Lady Oscar è difficile che poi lasci gli altri armadi della casa chiusi; così uno diventa depositario di tutti i segreti degli armadi della casa, che è una grande responsabilità, che non puoi, peraltro, condividere con nessuno, mai.

E infine ho scoperto che gli armadi chiusi sono una tentazione irresistibile, e come scrivevo in un post che poi fu quello che mi portò su Tumblr tramite plettrude (ciao, plettrude!) è impossibile non spiare dal buco della serratura.

(Poi, vabbè, io preferivo quando credevo a Gesù Bambino,  ma questa è davvero un’altra storia)

Non dovremmo ascoltare le parole di chi ci parla. 

Dovremmo però allenarci a sentire l’odore di quelle parole, seguirne il profumo, identificare l’odore di stantio delle frasi a cui non si crede più, l’odore di vecchio delle bugie ripetute un sacco di volte, l’odore pungente delle parole dette per ferire, l’odore sciatto delle frasi fatte.

L’energia non si può mentire, e questa è l’unica verità assoluta che conosco.

Lunedì

Funziona così, che sei stata perfettamente felice, che tocca rientrare nella pelle di sempre, che non hai voglia di farlo, che devi.

Che ti sei raccontata per mesi e anni che sei indipendente e te la cavi, e sai stare da sola e va bene così; meglio pochi giorni belli insieme che tutti i giorni mediocri di cui è fatta la vita.

Poi, dopo dieci giorni, capisci che ti sei raccontata un sacco di cazzate e che invece sei come quasi tutte le altre, sei dipendente, detesti non avere nessuno con cui stare la sera abbracciata sul divano e niente niente niente nella tua vita va come deve.

E buonanotte, insomma.

Il fuoco, il ghiaccio, l’amore, i lutti

Negli ultimi dieci giorni ho preso due treni, sei aerei e fatto 2000 chilometri in mezzo all’Islanda su un fuoristrada con una portiera bloccata e la spia di un malfunzionamento del motore accesa.

Ho visto due bagliori di aurora boreale, ho visto dei vulcani attivi. Dei geyser, dell’acqua che esce dalla terra a più di cento gradi gorgogliando e facendo sbuffi di vapore. Ho visto terra nera e bianca, il cielo che cambiava ogni dieci minuti, un pezzo del ghiacciaio più grande d’Europa, colonne di basalto, una quantità impossibile di vulcani, che sono evidentemente tane di draghi. Ho visto pezzi di banchisa, iceberg, fiordi ghiacciati, acqua azzurrissima, venti a più di 80 chilometri all’ora, case piazzate nel nulla. L’aria secca e ventosa, nuvole di acqua che ti impregnano in meno di un secondo; ho annusato pressoché ovunque odore di zolfo, ho toccato la terra come doveva essere qualche milione di anni fa, e ho visto abeti di meno di un metro piantati testardamente su una terra che gli alberi li strappa via. Ho visto un lago immerso nella nebbia, e mi sono immaginata la barca che porta alle Terre Lontane, e ho pensato che i vichinghi erano dei superuomini a vivere lì quando ci hanno vissuto.

Ho capito dove nascono le leggende del Nord, e ho capito perché l’umanità crede agli dei: non puoi vivere in una terra con vulcani e aurore boreali e pensare che non ci siano degli dei, sopra e sotto di te.

Ho visto cavalli e deserti bianchi e deserti neri. Ho visto renne che ruminano, e case case case in posti in cui nessuno si aspetterebbe che vivessero delle persone, a decine di chilometri da un centro abitato (dove per centro abitato si intendono tre case insieme, non quello che chiamiamo paese). E ogni volta penso che gli uomini sono, nella loro immensa piccolezza, degli esseri splendidi, perché sanno davvero vivere dappertutto, anche in una terra che evidentemente non li vuole.

Mi sono commossa un sacco di volte per la troppa bellezza che mi aspettava a ogni curva. Mi sono anche stancata, per la bellezza; un sacco di volte ho detto “però adesso basta perché non ce la faccio più”, perché ho scoperto che la bellezza può essere una coltellata che ti fa male quando è troppa. Ho parlato con una cascata (che ha risposto). Ho riso, soprattutto, tantissimo. Mi sono addormentata per dieci giorni di seguito vicino alla persona che amo, che è un regalo non da poco, in questa vita qui.

Poi, proprio l’ultimo giorno, il gruppo di persone che ha permesso questa cosa qui ha schiacciato il tasto off su quello che è stato, negli ultimi quattro anni, il mio posto, il gruppo di persone che hanno arricchito di pensieri e parole la mia esistenza, così complicata. E ho finito questo viaggio con il piccolo lutto di FriendFeed, cercando di scacciare il pensiero che tutto quello che FriendFeed ha fatto nascere muoia con lui; perché io credo agli dei e ai draghi, e quindi sono mortalmente superstiziosa, e senza FriendFeed non ci sarebbe stato niente, negli ultimi anni, davvero, che valesse la pena di raccontare.

Ora ho davanti dei giorni così grigi e così difficili che non so dove troverò la forza per affrontarli, dovendoli affrontare da sola. E una sfida. Anzi. LA sfida.

Così torno a casa con una promessa d’amore e l’abbraccio di una bambina. Vedrò di farmeli bastare. Almeno per un po’.

Di me, i piani di back up e altre amenità 

Un’estate la passai facendo trekking.

Non che io sia particolarmente sportiva, anzi. Ma i soldi erano pochi, amavo un uomo che ama fare trekking, non avevo alternative che non fossero appunto esplorare i dintorni delle Alpi liguri, e insomma, mi dedicai al trekking.

Non fu male, tutt’altro. Dava una certa soddisfazione, stavo all’aria aperta, dormivo da Dio, ero sempre di buon umore, dopo.

Un giorno, mi è tornato in mente ora, stavamo salendo sul Mongioje. Ore di salita sotto il sole a picco, io ero stanca, accaldata, sudata, stravolta.

Insomma, arriviamo ai piedi dell’ultima salita che è tutta rocciosa, ripidissima.

Io comincio, e comincia a tirare vento. Mi raffreddo di colpo. Mi copro. Sento le gambe stanchissime, e sono costretta ad aiutarmi con le mani.

E improvvisamente una voce nella mia testa mi dice che riesco sicuramente a salire, ma che poi non riuscirò a scendere. E dato che tornare è diventato improvvisamente importante, allora mi fermo, avverto gli altri che li aspetto a metà strada, mi metto al riparo di una roccia e aspetto.

Oggi, così, mi è venuta in mente questa storia.

Perché io sono ancora quella che se non sa se riesce a tornare, preferisce non andare.