lacasadelsole

Just another WordPress.com site

Mese: maggio, 2015

Sulla felicità 

Oggi un mio studente cercava di ragionare sulla felicità.

Dopo aver distinto tra felice, infelice e non felice, che già mi pare tanta roba, a un certo punto mi diceva che la felicità è un attimo solo, e in quanto tale è un attimo perfetto.

E che appena quella perfezione viene incrinata, allora la felicità scompare.

Perché, dice lui, appena non sei completamente felice non sei felice del tutto.

Io ho cercato di stare il più possibile zitta mentre loro si confrontavano su questo argomento, ma, giuro, avrei voluto abbracciarlo tantissimo.

Annunci

Quelli che (una lezione di scuola)

In quindici anni di lavoro ne ho incontrati tanti da aver perso il conto.

Sono quelli che fanno una merdata grossa, e poi negano di averla fatta.

O quelli che non hanno fatto quello che avevi chiesto di fare e che invece di dirti “non mi va” e affrontare le conseguenze di quel loro “non mi va”, che, lo sanno, sono brutte conseguenze, preferiscono raccontarti una storia, preferibilmente strappalacrime, e vedere se tu ti fai prendere dalla pena e ci credi e immediatamente ti si infiamma il cuore di pietà perché “poverino”.

Dopo quindici anni, ho imparato.

Per i primi, cerco le prove delle merdate, le archivio sul computer e aspetto che ci sia occasione di usarle; se aspetti abbastanza a lungo, dice mio zio, tutti i nodi vengono al pettine. Poi, dato che non sono vendicativa, va detto che spesso mi dimentico.

Ma per tutto il tempo in cui mi ricordo è molto divertente sapere di avere il potere.

Per la seconda, quando non ho voglia o sufficiente energia per sbugiardarli, li guardo negli occhi, sorrido e fingo di credere a quello che raccontano.

Una volta no. Una volta ne facevo una questione personale, nel non passare per cretina. Poi, con gli anni, si impara che a parlare con chi non capisce si sprecano parole ed energie, e che intanto la vita è esatta nella ripartizione del male e del bene.

Quindi perché sbattermi io, quando basta aspettare che trovino qualcuno di più grosso di me che li farà a pezzi.

Il barattolo delle cose belle

Le nuvole di questi giorni, che mi hanno fatto fare un sacco di belle foto. Foto di nuvole e mare insieme a persone che amo. Credo si possa dire che non c’è quasi nulla che possa essere più bello.

Parlare attraverso dei pupazzi, e attraverso dei pupazzi sentirsi dire e dire delle cose importanti.

Dormire abbracciata a qualcuno. Non riesco quasi mai a dormire altrettanto bene.

Abbracciare qualcuno, ed essere io quella che dona invece di essere quella che prende.

Mangiare bene e in compagnia.

Ridere tantissimo per storie stupide, per battute sciocche, ma ridere tanto, sempre.

Baciarsi senza nascondersi.

Avere la borsa pesante perché è la borsa in cui tutti infilano le loro cose.

Sentirsi amata.

Giocare a fare finta, per un intero weekend, che questa sia la mia vita, e non una cosa che ogni tanto capita, e che non dura. Ma questa non era una cosa bella, quindi la cancello.

La liberazione dai desideri

Questo 2015, improvvisamente, insieme alla primavera, ha portato questa cosa qui.

Ho voluto per due anni un figlio. Tanto. Tanto da vergognarmi di volere una cosa così tanto. Tanto che davanti al figlio della mia migliore amica glielo avrei rubato, per dire “mio”.

E ho voluto, sempre negli ultimi due anni, leggere in certi accenti, in certe frasi, in certi scherzi, lo stesso desiderio (oltre al primo, perché io quando desidero una cosa sono esosa, e ne vogli almeno due) che avevo io; anche per dirmi che non ero scema anche questa volta qui, da chiedere a qualcuno che non vuole dartelo, qualcosa che non vuole darti.

Poi.

Insieme alla cura per la mia piccola malattia se ne è andato il primo desiderio. Forse per la cura, forse qualcosa che non so.

E poi.

Venerdì, insieme all’angoscia, se ne è andato anche il secondo. Non una roba tipo “faccio finta di non volerlo più sufficientemente a lungo per convincermi che non lo voglio”, no. Proprio se ne è andato. E senza fare nemmemo male, per dire come sono i desideri inutili quando se ne vanno.

Ora sono qui, sul letto, con i compiti da correggere, lo smalto ai piedi da rinnovare, con un silenzio fuori e dentro che non ricordo di avere mai sentito prima. 

Tornare a sé

Venerdì ero stanca e triste, e in preda all’angoscia del futuro.

A parte che io spesso quando sono stanca non sento stanchezza ma tristezza, e questo fa il paio con il fatto che bisognerebbe sempre sempre sempre fare attenzione alle parole, perché le parole ci disegnano la forma dei pensieri, l’angoscia del futuro è quella cosa per cui vedo me stessa vecchia e sola, e non è un bel vedere, dato che lo vedo tutte le volte che torno da mio padre, come si sta, vecchi e soli.

Ed ero lì che mi incazzavo (da sola) litigavo (da sola) riflettevo su cose brutte.

Poi, non so come, mi è scesa una coperta azzurra addosso. Una coperta di pace, compassione, silenzio.

Ho sentito la mia pancia, il mio respiro, la mano che stringeva il bicchiere, che era freddo. Ho sentito che faceva freschino perché avevo la finestra aperta, e sono stata presente. Così presente che mi si è aperto il cuore, e ho provato così tanta pena per la me che cerca pace senza vedere che la pace sta a quattro dita dal suo ombelico, che mi sono accarezzata e sorrisa. E ho sentito tanta compassione per la sofferenza almeno di un’altra persona, a cui a volte chiedo di risolvere la sofferenza della mia vita, quando, insomma, riesce pochissimo a far fronte alla sua, che è anche più grande, se volessimo fare la gara, ma non la vogliamo fare no?

E insomma, così il cervello si è chetato, il respiro si è fatto più profondo, il momento era perfetto, il futuro si è azzerato, le paure, anche.

E son qui, davanti alle mie cose da correggere, i lavori della settimana da organizzare, che ogni tanto mi tocco il ginocchio per dirmi che ci sono e c’è da essere felici, anche solo di questo.

E prego che duri, e di farla durare, questa magia qui.

Io scelgo te

io scelgo te anche se non sei perfetto.

Io scelgo te quando sei stanco e hai la schiena a pezzi e parli solo tu e ti lamenti che ti mancano i saloni doppi.

Io scelgo te anche se non mi conviene, anche se ci sono molte persone (ci sono molte persone) che mi dicono che finirà male, che dovrei salvaguardarmi.

Io scelgo te ogni giorno quando mi sveglio e penso che anche se non ci vedremo per un sacco di tempo comunque vale la pena continuare a provare a stare con te perché stare con te è bello.

Io scelgo te contro ogni logica, contro ogni sospetto, contro ognuna delle cose che mi vengono dette per convincermi che dovrei lasciar perdere.

Perché sono testarda. O perché sono innamorata. O entrambe le cose.

Recupero energia 

Sono così annoiata di dire che sono stanca che ho pensato di segnarmi le cose che mi fanno perdere energia e vedere se riesco addirittura a limitarla, questa perdita qui.

  1. I pensieri blu. Oggi mentre ero fuori a passeggio ho litigato con una persona solo nella mia testa, come insegna Watzlawick e alla fine ero arrabbiata e triste come se lo avessi fatto davvero.
  2. Le illusioni. I miei castelli in aria, che fanno sì che io non sia mai dove sono, perché ho la testa da un’altra parte, a sognare cose che per lo più sono impossibili, e quindi faccio prima la fatica di sognarle, e poi mi prendo anche  la frustrazione di saperle impossibili.
  3. Fare le cose sempre pensando ad altre cose da fare. Ho scoperto l’acqua calda, ma la presenza mentale potrebbe aiutarmi. Sapendo stare vigile davvero, s’intende.
  4. Le chiacchiere vuote. Parlare con persone che non mi interessano di cose che non mi interessano. Oppure parlare di cose inutili, lamentarmi a voce alta, polemizzare, voler avere ragione, intervenire nelle vite altrui. Non serve, ed è bene che me ne faccia una ragione il prima possibile.
  5. La testa piena di informazioni. Sapere le cose, essere veloce, sapere l’ultima notizia. Sono tutte cose che mi fanno sentire intelligente, ma in realtà mi tolgono vita.
  6. Essere spettatrice, e pagante, invece che attrice, e pagata. Che vuol dire un sacco di cose, davvero.
  7. Fare l’amore troppo poco. 

Ho dei bisogni.

Quello che chiamiamo dieta

È qualche mese che ho due colleghe a dieta: hanno perso un sacco di chili con la dieta a zona.

Le ho viste perdere peso progressivamente e velocemente e le ho viste diventare più contente ogni giorno. Per mesi mi sono detta “chiedo iL numero e ci vado anche io”; ma qualcosa dentro mi diceva no.

Poi lunedì scorso un’amica mi ha detto che è andata da una dietista che le è piaciuta molto, è così, d’istinto, ho preso un appuntamento.

Oggi ho fatto il primo colloquio, che è durato due ore e mezza; due ore e mezza in cui lei ha scritto un sacco di roba, mi ha chiesto un sacco di cose, ho risposto a un sacco di domande, le ho fatto un sacco di domande.

Ero entrata pensando che volevo tornare a essere 55 chili. Ma quando mi ha chiesto se avessi un peso in mente ho risposto 57; e ho detto che a vent’anni ero 55 chili, e non si può essere dello stesso peso che si era a vent’anni.

In queste due ore e mezza lei non mi ha dato alcuna dieta. Non mi ha proibito cibi (ma mi ha chiesto per favore di limitarne alcuni; ha detto così: “per favore, potrebbe mangiare questa cosa invece che tre volte a settimana solo due?” E a una persona che ti chiede per favore una cosa puoi rispondere che non lo fai?), non mi ha indicato niente. Mi ha detto che sarà una cosa lunga (io ho corretto in “lunghissima”) sarà graduale, e arriverò dove voglio arrivare. Non a un numero, ma a piacermi. Mi ha dato l’orribile diario alimentare da compilare, e una serie di consigli di buon senso che sembrano quelli della nonna.

Io non so se prendere un appuntamento dalla dietologa che dà la zona di default domani, oppure provare a vedere se un approccio così mi insegna a mangiare per la prima volta in vita mia. 

Sono qui, piena di dubbi, ma con la segreta speranza di tornare bella.

La risposta alla domanda universale

Quindi domani sono 42.

Che vuol dire che non sono morta a 41 come pensavo da piccola (poi, ovviamente, magari da piccola pensavo che sarei morta a 42 e mi ricordo male) e che ho passato un altro intero anno su questa terra, che non è male.

Mi pare che sia cambiato poco, quest’ultimo anno, ed è la dimostrazione di quanto io sia distratta, perché quest’anno sono stata in Sudafrica, ho cambiato casa e ho visto l’Islanda. E in ognuna di queste avventure in realtà è cambiato tutto E ho fatto pace con mio padre, che non è poco.

È che vivo in avanti, così a volte, almeno quando non scrivo le cose belle (e tendo a non scrivere le cose belle) macino le cose e me le butto alle spalle, come una di quelle macchine agricole lì, che separano le parti buone dagli scarti e che non so come si chiamano.

Ho preso una serie di decisioni in questi giorni, tutte importanti. Ho anche messo i paletti di dove ho i limiti, e mi sono proposta di smettere di superarli, perché superare sempre i propri limiti fa invecchiare, altroché.

Domani avrò le mie ore di lavoro, un collegio docenti, il mio corso di teatro.

Ieri ho avuto la mia unica festa di compleanno, culminata con il bambino che amo di più al mondo che mi ha cantato tanti auguri davanti a una torta dell’Esselunga, dopo aver mangiato un piatto di minestra, tre fette di arrosto e il puré a casa di un’amica che la sorella che non ho.

E mi sono sentita a casa, e in famiglia, e in pace.

Auguri, donna. Take care.