Tornare a sé

di Calexandrìs

Venerdì ero stanca e triste, e in preda all’angoscia del futuro.

A parte che io spesso quando sono stanca non sento stanchezza ma tristezza, e questo fa il paio con il fatto che bisognerebbe sempre sempre sempre fare attenzione alle parole, perché le parole ci disegnano la forma dei pensieri, l’angoscia del futuro è quella cosa per cui vedo me stessa vecchia e sola, e non è un bel vedere, dato che lo vedo tutte le volte che torno da mio padre, come si sta, vecchi e soli.

Ed ero lì che mi incazzavo (da sola) litigavo (da sola) riflettevo su cose brutte.

Poi, non so come, mi è scesa una coperta azzurra addosso. Una coperta di pace, compassione, silenzio.

Ho sentito la mia pancia, il mio respiro, la mano che stringeva il bicchiere, che era freddo. Ho sentito che faceva freschino perché avevo la finestra aperta, e sono stata presente. Così presente che mi si è aperto il cuore, e ho provato così tanta pena per la me che cerca pace senza vedere che la pace sta a quattro dita dal suo ombelico, che mi sono accarezzata e sorrisa. E ho sentito tanta compassione per la sofferenza almeno di un’altra persona, a cui a volte chiedo di risolvere la sofferenza della mia vita, quando, insomma, riesce pochissimo a far fronte alla sua, che è anche più grande, se volessimo fare la gara, ma non la vogliamo fare no?

E insomma, così il cervello si è chetato, il respiro si è fatto più profondo, il momento era perfetto, il futuro si è azzerato, le paure, anche.

E son qui, davanti alle mie cose da correggere, i lavori della settimana da organizzare, che ogni tanto mi tocco il ginocchio per dirmi che ci sono e c’è da essere felici, anche solo di questo.

E prego che duri, e di farla durare, questa magia qui.

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