Quelli che (una lezione di scuola)

di Calexandrìs

In quindici anni di lavoro ne ho incontrati tanti da aver perso il conto.

Sono quelli che fanno una merdata grossa, e poi negano di averla fatta.

O quelli che non hanno fatto quello che avevi chiesto di fare e che invece di dirti “non mi va” e affrontare le conseguenze di quel loro “non mi va”, che, lo sanno, sono brutte conseguenze, preferiscono raccontarti una storia, preferibilmente strappalacrime, e vedere se tu ti fai prendere dalla pena e ci credi e immediatamente ti si infiamma il cuore di pietà perché “poverino”.

Dopo quindici anni, ho imparato.

Per i primi, cerco le prove delle merdate, le archivio sul computer e aspetto che ci sia occasione di usarle; se aspetti abbastanza a lungo, dice mio zio, tutti i nodi vengono al pettine. Poi, dato che non sono vendicativa, va detto che spesso mi dimentico.

Ma per tutto il tempo in cui mi ricordo è molto divertente sapere di avere il potere.

Per la seconda, quando non ho voglia o sufficiente energia per sbugiardarli, li guardo negli occhi, sorrido e fingo di credere a quello che raccontano.

Una volta no. Una volta ne facevo una questione personale, nel non passare per cretina. Poi, con gli anni, si impara che a parlare con chi non capisce si sprecano parole ed energie, e che intanto la vita è esatta nella ripartizione del male e del bene.

Quindi perché sbattermi io, quando basta aspettare che trovino qualcuno di più grosso di me che li farà a pezzi.

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