lacasadelsole

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Mese: giugno, 2015

Oggi pomeriggio sono andata a fare la siesta, perché io sono cicciona nell’animo, e le sieste fanno ingrassare.

Mi ha svegliato la voce di mia madre, che mi diceva in sogno distintamente “quattro”. 

Questa donna, però, mai un volta che mi dia un terno.

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Dubbi

Ho ricominciato a “sentire”.

Mi manca già non essere in grado di farlo.

Nutrimento

Oggi ero a casa, e sono stata tutto il giorno a riordinare.

Una di quelle cose pazze, che quando hai finito ti guardi intorno e ti chiedi come sia possibile che tutto sembri ancora come prima perché l’entropia in cui vivi sempre è tale che anche quattro ore a buttare e riordinare non si vedono perché ce n’è ancora troppa.

Poi all’ora di pranzo mi si apre la bocca dello stomaco e dovrei mangiare, no? Poi sto facendo la dieta, quindi non è che devo mangiare e basta; devo anche mangiare alcune cose sì, altre cose no.

E lì mi rendo conto che niente, non mi sono ricordata di cucinare. Ho fortuna perché il secondo l’ho avanzato da ieri sera, quindi affetto dei pomodorini e mangio esattamente la stessa cosa che ho mangiato ieri sera, che dieteticamente va bene, ma dal punto di vista della noia del cibo, ecco, insomma.

E mentre ero lì mi chiedevo come mai sia possibile che a 42 anni io sia una che dimentica di farsi da mangiare. Come sia possibile che io sia così distratta da altro e così incapace di prendermi cura di me stessa che non riesco nemmeno a cucinare per me.

E mi sono detta che tante cose andrebbero a posto, forse, se riuscissi a sistemare questa. E mi sono detta che dovrei imparare a sistemarla una volta per tutte, insomma.

Ma come fare, ecco io non l’ho ancora capito.

Ho tali mostri che mi sussurrano nella testa che devo tenere la musica altissima. 

La meccanica del cuore

Sto studiando un po’ come funziono, in questi giorni.

E funziono male.

Funziono che per essere la donna che vorrei, quella che mi piace perché ha un centro, un progetto, un sé molto delineato, ho bisogno di essere sicura di essere in un bozzolo d’amore.

Appena un capello di dubbio si insinua nel meccanismo, divento una donna insopportabile e insicura che batte i piedi facendo i capricci.

La faccio stare zitta, sia chiaro. Ma avete una vaga idea di quanto rompe i coglioni avere dentro una vocina che ininterrottamente frigna perché ha paura?

Il penultimo giorno di scuola

È settimana di cene di classe, questa.

È anche la settimana in cui finisce la scuola, in classe siamo rilassati, ci sono le ultime interrogazioni, ma proprio pro forma, perché è tutto già stabilito, e a loro favore, anche se non lo sanno.

All’intervallo invece di allontanarsi alla ricerca di aria (a scuola si va via di cervello dal caldo, davvero) si avvicinano alla cattedra.

Mi chiedono delle cose, anche stupide; cercano la vicinanza, come i cuccioli che sanno che adesso per un po’ gli adulti escono e non sanno bene a chi chiedere delle cose se gli adulti non ci sono.

Poi mi accompagnano in un’altra classe, che è la quinta, e sono tutti composti e mi guardano con gli occhi pieni di domande, anche loro, perché non sanno bene cosa li aspetta tra dieci giorni e soprattutto tra un mese.

E io anche se avevo promesso a me stessa che no, non lo avrei fatto, leggo loro il discorso di commiato che Vonnegut ha letto in una università americana, e già dopo una frase ho la voce strozzata (ma non avevo detto che non mi sarei mai più affezionata a una classe, santa miseria?) e l’ultima frase è “Noi vi vogliamo bene. Vi vogliamo bene davvero”, ed è troppo e non riesco a leggerla, così la faccio leggere a uno dei ragazzoni che mi stanno guardando con gli occhi sbarrati perché hanno davanti l’adulta che ha messo loro 1 quando li ha sorpresi a copiare che piange perché se ne vanno e a settembre non ci saranno più. 

E loro non sanno cosa significa che non devo più vederli distrarsi e cercare di riportarli all’attenzione, e non devo più fargli il culo su certi qualunquismi che non si possono sentire, e non sanno cosa significa sapere che dalla prossima settimana sono allo scoperto, senza riparo.

Loro sono lanciati verso la vita e noi lo salutiamo da lontano, sperando che il loro futuro sia lieve.

Le liste e un ragionamento sul no

Ieri pensavo che mi piace viaggiare. Una volta no, non nel senso che non mi piaceva, ma nel senso che non sapevo mi piacesse. Ora mi piace viaggiare. Per scoprirlo ho dovuto trovare qualcuno con cui viaggiare.

Mi piace il mare. Ma mi piace anche la montagna. Trovo che entrambi abbiamo delle cose meravigliose e uniche, e secondo me è normale amarli entrambi.

Mi piace andare in moto, ma anche viaggiare in macchina, o in aereo, o in treno, o a piedi: se uno può fare più cose, perché farne solo una?

Mi piace andare a teatro, fare teatro, andare al cinema, andare a ballare, andare fuori a cena, andare a fare shopping, vedere gente, stare da sola.

Mi piace guardare il calcio, quando è giocato bene, ma anche il nuoto, l’atletica, gli altri sport. Quando c’era Pantani adoravo il ciclismo, e un anno mi innamorai, letteralmente, di Indurain.

È che quando qualcuno mi propone qualcosa dico di sì, e la provo. Di solito mi piace, perché ci sono poche cose nella vita che fanno schifo: le malattie, i cavolini di Bruxelles, le guerre. Tutto il resto è passabile.

Non riesco a dire no, e ammiro quelli che lo dicono; ma mi dispiace un sacco per loro, che passano il tempo a dire no, perché non sanno quante delle cose che amerebbero si perdono.

Esserlo, o fare finta

La prima volta che sono andata a vedere un match di improvvisazione teatrale la persona che era con me mi ha detto “ma sei sicura di essere capace? Perché io a fare quella cosa lì non ti ci vedo. Non sei proprio tu.”

(Che mano santa per l’autostima, vero?)

Ma aveva ragione.

Non sono io.

Io sono pesante, lenta, non ho mai la battuta giusta. Non sono simpatica, faccio di ogni piccolezza un dramma, mi prendo terribilmente sul serio. Mi offendo. Quando mi offendo faccio finta di no. Quando non mi offendo, anche se non mi offendo mi ricordo.

Fammi uno sgarbo; io ti perdonerò senza troppa fatica. Ma non dimenticherò mai lo sgarbo che mi hai fatto.

Improvvisare è fatto di leggerezza. Di disastri. Di restare senza parole. 

Ma quando resti senza parole devi trovare una soluzione; e i disastri fanno ridere. I miei disastri mi fanno piangere dicendo “povera me” (sono una che piange dicendo “povera me”, sì). Avete idea di quanto mi piaccia che un disastro faccia ridere?

Improvvisare non mi somiglia; ma sono testarda. Sono testarda e avevo bisogno di giocare. Ho bisogno di giocare.

Ieri ho dimostrato a me stessa che sono capace. Non sarò mai così brava, non sarò mai così brillante, non sarò mai così veloce, non farò mai ridere così tanto come fanno quelli bravi davvero.

Ma entro nel patinoire, e per qualche minuto sono la donna che mi piacerebbe essere.