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Mese: luglio, 2015

Chi lo sa

Sono giorni interi in cui penso “dovrei scriverlo”, ma poi la fatica di pensare di mettere in parole le cose mi fa passare la voglia di scrivere le cose che penso, che sono poche, e sto qui davanti al ventilatore a leggere e a non fare niente altro.

Non è che abbia chissà che silenzio interiore dentro da insegnare a qualcuno, ma ho aggiunto alla sensazione di distacco da me anche la sensazione di assenza di pensiero, spesso, e questo mi rende serena e rallentata.

Che non è male, dopo un anno a cercare di essere combattiva, più veloce, più brillante, più tutto.

Continuo a essere stanca, ma non di qualcosa in particolare. Direi della vita in generale. Delle persone, soprattutto, e infatti ne vedo abbastanza poche.

Stanca e annoiata da tutti i dialoghi che mi sembrano sempre uguali, dalle cose che diranno e faranno le persone e già le so prima, delle mie risposte da risponditore automatico, perché non è che io abbia una ricetta per tutto; anzi, forse sì, ma la ricetta è sempre la stessa, quindi poi alla fine forse divento noiosa. O forse è la vita normale a esserlo, non io. O forse io, chi lo sa.

E chissenefrega, anche.

Mi sono resa conto a un certo punto, e potrei dire dov’ero, e con un piccolo sforzo anche che giorno fosse, che mi sono spinta molto più in là della mia capacità di tornare indietro e quindi mi sono accampata su questo altipiano freddo e poco accogliente da cui si vede la bruttura dell’anima delle persone e si aspetta che ti vengano a dire “rimedierò oggi ai casini che ho fatto” e sto aspettando di vedere quando mi torna la voglia di tornare giù, che ci sarà discesa ripida e di ricominciare ad avere il cuore in gola.

Ma qui non si sta male: c’è acqua, ci sono le coperte, ci sono le nuvole.

Mancano le emozioni, certo, ma magari le ho esaurite e questo è il Nirvana.

Chi lo sa.  Chissà se c’è qualcuno che lo sa.

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Ricucirsi

Ho molti libri da leggere, moltissime foto da sistemare,  molte cose da studiare, moltissime cose da buttare.

Ho molti chili da perdere, intenzione di tagliarmi i capelli e tingermi di un colore che non ho mai usato, ho dei corsi di teatro da seguire, iscrivermi in palestra, continuare a ballare, guarirmi i piedi.

Non ho tempo di sentirmi sfortunata per quello che non ho, che non ho mai avuto, e che non avrò mai.

(resta il rimpianto per il tempo perso con le persone sbagliate;  ma tutto il tempo vissuto è vissuto e non c’è più nulla da fare)

Ci sono notizie bellissime che sono contemporaneamente notizie terribili, di quelle che ti fanno sentire ancora una volta che hai vissuto una vita inutile e sbagliata.

Poi passa, se Dio vuole. Passa sempre sempre sempre.

Frequento persone più giovani di me, io, quasi sempre.

Ieri, per esempio, ho passato una domenica divertente con una gruppo di persone che, nella maggior parte dei casi aveva meno di 40 anni. Meno di 30, anche se di poco, un paio.

Ed era così strano essere in mezzo a tutta quell’energia di persone che si stanno facendo, che comprano case, mettono in cantiere bambini, pensano al futuro, e hanno i genitori ancora giovani, e vivi, e sono tutti lanciati in progetti grandi o piccoli, e sono adulti, sì, ma non ancora amari come gli adulti, preoccupati come gli adulti, stanchi, come gli adulti.

Rotti, come gli adulti.

E io ero in mezzo a loro e mi sentivo un po’ la zia anziana ma simpatica, quella che ti dà dei buoni consigli ma con cui non puoi parlare di molte cose perché non ha la stessa energia, gli stessi progetti, lo stesso percorso, lei.

Ti guarda e sorride, ed è contenta di tutta questa giovane felicità, che non le tocca più direttamente, ma che respira volentieri.

E mi sono detta che invecchiare è questo, soprattutto; non avere più “tutta la vita davanti” e saperlo. E godersi le cose che si hanno, invece di recriminare continuamente su quelle che non si possono avere più.

Momenti perfetti

Ho vissuto momenti così perfetti, momenti con un silenzio interiore così profondo che penso che non ci possa essere nulla di meglio nella vita, altro che fare programmi e progetti e pensare le proprie ansie: il cielo azzurro, il rumore dell’acqua, sapere di avere da mangiare a da bere, e qualcuno con cui ridere.

Non serve altro.
(Poi Timehop mi ha ricordato che quattro anni fa, oggi, scoprivo di essere finita a Castelfiorentino. Ed ero felice. Sciocca donna, davvero)

La saggezza acquisita

Pochi minuti fa, mi è venuta in mente la Grande Minchiata del 2010.

E mi sono resa conto che, al di là del mio lato vanesio, la mia autostima accresciuta e compagnia bella, non la rifarei.

Ho (finalmente?) passato quel momento della mia vita in cui vado incontro a un treno in corsa scommettendo con me stessa che non mi farò poi così male, o solo per sentire quell’emozione lì, e ho iniziato quella fase della vita in cui se sai già che ti farai male valuti se vale la pena saltare. 

Per poi scoprire che ne varrebbe anche la pena, ma non saltare ugualmente. 

Confini

È un periodo che mi sveglio e non so chi sono. È come se vivessi in una dimensione staccata da me, e poi, talvolta, ma raramente, rientrassi dentro me stessa.

Non è una sensazione nuova; io sono una che ogni tanto si ferma e dice “ma sono io!” E si stupisce della propria esistenza e della questione dell’identità e tutte le solite cazzate filosofiche che mi accompagnano da quando sono piccina.

Ma ora non è così.

È più come se vivessi la vita di un’altra, che conosco poco, capisco poco, e incontro pochissimo. E che sostanzialmente non mi interessa.

Chissà cosa vuol dire, se vuol dire qualcosa.

La cura

Così D’Artagnan ha un bozzo sul collo che non mi fa presagire niente di buono e sabato lo porto dal veterinario.

Il veterinario, ecco.

Io sono stata in oncologia per sei mesi tutte le settimane tre volte a settimana a portarci mia madre per la chemioterapia, e me la riportavo indietro che non è che stesse benissimo, anzi. E l’ho vista morire, e non è una cosa che anche a distanza di diciannove anni pensi “vabbè, dai, è passata”; eppure il veterinario no, è troppo.

Anche se spiego alla bestia dove stiamo andando, e che non deve aver paura, e che non gli farà male, anzi. E anche se lui mi guarda e annuisce, e io lo so che capisce, perdio, poi lui fa dei versi assurdi e si dimena, e attacca indiscriminatamente. E io non ce la faccio.

È proprio una roba più forte di me. Ho paura io, lui sente che ho paura, si terrorizza, io mi terrorizzo, lui sente che mi terrorizzo eccetera eccetera.

È che gli uomini li puoi fregare, e puoi dire a tua madre guardandola negli occhi “Quel male è che ieri sera hai mangiato la frittata, figurati se è il male del cancro” e lei ti guarda e vuole così crederti che ci crede, e tu impari a fare l’attrice per sempre, che ti serve quando tuo padre è ridotto a una larva tremante nel letto dell’ospedale e tu indossi la faccia noncurante e non gli guardi le caviglie scheletriche e fingi di leggere un libro e la tua calma ostentata lo tranquillizza abbastanza da portarlo fuori dalle sue crisi di ansia.

Ma gli animali non puoi fregarli, perché mentre tu li guardi con aria noncurante emani l’odore del terrore, e gli odori non mentono mai, ed è per quello che ci innamoriamo a prima vista, perché a volte ci trasformiamo in animaletti che annusano e finiamo in trappole bellissime.

Così io ho paura del veterinario, e ho paura della paura del mio gatto.

Così dopo che ho accompagnato mia madre, e ho accompagnato Liquirizia a morire, perché l’ho già portata a morire una bestiolina, e non credo di avere mai pianto così tanto, ho capito che era troppo. E da allora sono scappata sempre, o comunque non sempre, perché alla fine a portare Napoleone a farsi fare le terapie per la struvite sono andata io, ma per esempio quando è impazzito per un tumore al cervello ed era cieco ed era violento e andava ucciso, anche se io l’ho imboccato con la siringa quando aveva 15 giorni, a vederlo morire non ci sono andata. E mi sono detta che mai più.

Così oggi, mentre comincio a prepararmi per sabato, perché lo so che è una sciocchezza, ma è una sciocchezza che mentre scrivo questo post sto già piangendo, ho capito che questa cosa di non avere figli è davvero una benedizione, perché non ce la faccio, non sono programmata per curarmi di chi amo, ma sono solo capace di fare finta di farlo, e quando si parla di amore, fare finta non basta.