La cura

di Calexandrìs

Così D’Artagnan ha un bozzo sul collo che non mi fa presagire niente di buono e sabato lo porto dal veterinario.

Il veterinario, ecco.

Io sono stata in oncologia per sei mesi tutte le settimane tre volte a settimana a portarci mia madre per la chemioterapia, e me la riportavo indietro che non è che stesse benissimo, anzi. E l’ho vista morire, e non è una cosa che anche a distanza di diciannove anni pensi “vabbè, dai, è passata”; eppure il veterinario no, è troppo.

Anche se spiego alla bestia dove stiamo andando, e che non deve aver paura, e che non gli farà male, anzi. E anche se lui mi guarda e annuisce, e io lo so che capisce, perdio, poi lui fa dei versi assurdi e si dimena, e attacca indiscriminatamente. E io non ce la faccio.

È proprio una roba più forte di me. Ho paura io, lui sente che ho paura, si terrorizza, io mi terrorizzo, lui sente che mi terrorizzo eccetera eccetera.

È che gli uomini li puoi fregare, e puoi dire a tua madre guardandola negli occhi “Quel male è che ieri sera hai mangiato la frittata, figurati se è il male del cancro” e lei ti guarda e vuole così crederti che ci crede, e tu impari a fare l’attrice per sempre, che ti serve quando tuo padre è ridotto a una larva tremante nel letto dell’ospedale e tu indossi la faccia noncurante e non gli guardi le caviglie scheletriche e fingi di leggere un libro e la tua calma ostentata lo tranquillizza abbastanza da portarlo fuori dalle sue crisi di ansia.

Ma gli animali non puoi fregarli, perché mentre tu li guardi con aria noncurante emani l’odore del terrore, e gli odori non mentono mai, ed è per quello che ci innamoriamo a prima vista, perché a volte ci trasformiamo in animaletti che annusano e finiamo in trappole bellissime.

Così io ho paura del veterinario, e ho paura della paura del mio gatto.

Così dopo che ho accompagnato mia madre, e ho accompagnato Liquirizia a morire, perché l’ho già portata a morire una bestiolina, e non credo di avere mai pianto così tanto, ho capito che era troppo. E da allora sono scappata sempre, o comunque non sempre, perché alla fine a portare Napoleone a farsi fare le terapie per la struvite sono andata io, ma per esempio quando è impazzito per un tumore al cervello ed era cieco ed era violento e andava ucciso, anche se io l’ho imboccato con la siringa quando aveva 15 giorni, a vederlo morire non ci sono andata. E mi sono detta che mai più.

Così oggi, mentre comincio a prepararmi per sabato, perché lo so che è una sciocchezza, ma è una sciocchezza che mentre scrivo questo post sto già piangendo, ho capito che questa cosa di non avere figli è davvero una benedizione, perché non ce la faccio, non sono programmata per curarmi di chi amo, ma sono solo capace di fare finta di farlo, e quando si parla di amore, fare finta non basta. 

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